È con le piccole cose che si combatte il razzismo

È con le piccole cose che si combatte il razzismo

Settembre 06, 2018 - 23:20

La lotta al razzismo passa dalle piccole cose. Come le domande dei poliziotti.

Negli scorsi mesi è uscita la notizia che in Ticino un poliziotto in odor di simpatie a mano tesa è stato promosso. D’altronde nella Sonnenstube il ministro della polizia ticinese si è divertito in fastidiosi versi da gorilla commendando le gesta di un giocatore di hockey di colore. È quindi il caso di dire due parole su un tema scomodo: il razzismo istituzionale.
Lo vorrei fare con un esempio banale, che sembra innocuo, ma che è efficace secondo me in una società indifferente come la nostra. Lo ricavo da una situazione che mi ha raccontato un mio amico in dentro.
L’altro giorno due bambini dodicenni sono corsi da lui dicendogli che erano stati brutalmente picchiati da due ragazze sedicenni. Altri due loro amichetti erano ancora là. Due amici di colore delle due ragazze sono intervenuti per difendere i bambini dodicenni. Il mio amico ha prontamente chiamato la polizia.
La polizia sul posto ha interrogato i due bambini malmenati. La prima domanda dei poliziotti è stata: “le due ragazze erano nere?”.
Lo so che molti lettori pensano che una domanda così non abbia nulla a che fare con il razzismo. In estate se devi rintracciare qualcuno il colore della pelle può essere una caratteristica importante, no? E in fondo una domanda semplice non dice molto della psicologia del poliziotto, che chissà magari ha una famiglia tutta di colore. 
Eppure, è proprio con le piccole cose che si combatte il razzismo, anzitutto ragionando sulla consapevolezza delle nostre parole. La domanda in fondo poteva anche essere un’altra: “le due ragazze erano bianche?”. 
In realtà entrambe le domande sono problematiche. Suggeriscono entrambe un’immagine mentale e quindi la risposta. (Basterebbe aggiungere alla fine della domanda un: “vero?” per farle diventare delle cosiddette domande suggestive). Entrambe le domande elaborano una certa dicotomia bianco/nero. E proprio quella dicotomia è il problema: essa non corrisponde alla realtà del nostro mondo, vario e multicolore. Un mondo dove il pigmento della pelle nulla può dire sulla capacità di delinquere di una persona, sulla moralità. 
Eppure quella dicotomia bianco/nero viene oggi usata per screditare socialmente le persone, e certo non solo chi migra.
I poliziotti, espressione dello Stato, dovrebbero quindi agire in modo più distaccato. Anzitutto dovrebbero chiedere ai bambini di descrivere la persona (“puoi descrivermi delle caratteristiche di chi hai visto?”). I poliziotti hanno infatti anche una funzione educativa nei confronti dei bambini, non devono quindi insinuare nelle loro menti che il colore della pelle sia una caratteristica rilevante nel commettere reati. 
Se i bambini non dicono niente, mentre i poliziotti pensano che per la ricerca delle persone il pigmento della pelle sia un’informazione importante, allora dovrebbero poi porre una domanda neutra: “avete notato di che colore era la pelle delle due ragazze per andare a cercarle?”.
I poliziotti sono pagati per svolgere il loro compito. Sono lavoratori dello Stato. E visto che viviamo in uno Stato democratico, e che nella Costituzione c’è scritto che bisogna lavorare tutti assieme contro le discriminazioni, è sacrosanto chiedere ai poliziotti di essere attenti a queste cose (con decisamente poco sforzo, diciamocelo)! Il razzismo istituzionale si combatte anche con i piccoli gesti.
 
 
Filippo Contarini
 
p.s. vorrei rendere attenti i mitici lettori leghisti che non è il Contarini di Lucerna ad essere un pericoloso comunista dicendo queste cose. In realtà seguo solo le indicazioni federali rivolte alle autorità… Per chi vuole più informazioni sul racial profiling può cliccare questo link dell’amministrazione federale.