“Tre dichiarazioni non fanno una politica”. Intervista a Giuseppe Sergi (Seconda parte)

“Tre dichiarazioni non fanno una politica”. Intervista a Giuseppe Sergi (Seconda parte)

Maggio 15, 2018 - 00:26
Posted in:

La seconda parte dell’intervista a Giuseppe Sergi (qui la prima parte).

Ecco la seconda parte della lunga intervista che Giuseppe Sergi, coordinatore dell’Mps, ci ha concesso settimana scorsa la settimana (la prima parte è stata pubblicata da Ticinotoday due giorni fa, vedi qui). In questa seconda parte il leader dell’Mps parla di alleanze elettorali e del “divorzio di fatto” dal Pc (Partito comunista, con il quale aveva fatto una lista unica per le elezioni cantonali sia del 2015 che del 2011), di come vede la “corrente” di sinistra del Ps Ticino di Sirica e Venuti e soprattuto di un tema molto caro all’Mps, quello dalla scuola. A Ticinotoday Sergi ha voluto fare una disanima di tutti i punti critici che a suo giudizio ha il progetto “La Scuola che verrà”.
 
Fra un anno vi saranno le elezioni cantonali. Voi avete annunciato un'alleanza con il Pop (Partito operaio e popolare). Questo vuol dire che l'alleanza con il Partito comunista è finita o valutate di intavolare trattative per fare un fronte della sinistra radicale?
Il fronte si fa sulla base delle politiche. E un fronte della sinistra radicale deve essere alternativo e diverso dalla sinistra non radicale. Se si è alleati con la sinistra non radicale a Locarno, a Bellinzona, a Lugano, a Chiasso, non è molto serio dire di essere alternativi a livello cantonale.
Noi abbiamo sempre detto che c’erano due diverse sinistre (e su questo il Pc ci ha seguito alle scorse cantonali): una sinistra di governo social-liberale e una di opposizione, in cui noi ci riconosciamo.
Ora abbiamo visto che a Bellinzona abbiamo fatto una buona esperienza con il Pop alle ultime elezioni comunali e siamo partiti da li. È evidente che questo, a meno di ripensamenti, esclude tutti quelli che invece militano in questi raggruppamenti, come a Bellinzona, Locarno, Lugano e Chiasso, che votano preventivi e consuntivi, e che fanno parte di uno schieramento, come a Bellinzona, che sostiene il progetto delle Officine a cui noi siamo contrari.
Noi siamo in un'ottica di opposizione e vogliamo fare una sinistra di opposizione agli esecutivi, sia a livello comunale che cantonale, ma anche federale. Alle ultime elezioni nazionali, a cui non ci siamo presentati, avevamo invitato il Pc a non presentarsi congiungendo le liste con il Ps, che è un partito che per volontà propria governa la Svizzera assieme all'Udc, sulla base di un programma di governo. Avevamo comunicato al Pc che se avessero congiunto le liste per noi l'ipotesi di riproporre l'alleanza sarebbe venuta a cadere. In secondo luogo l'evoluzione politica del Pc è per noi inaccettabile: quando si difendono, in maniera molto più chiara e profilata di quattro anni fa, dei macellai come Assad e Kim Jong-un e si va in giro a raccontare che la Cina è il paradiso del comunismo, per noi non c'è molto da condividere.

Anche nel Ps Ticino c'è un importante dibattito interno e sembrerebbe che alla prossime elezioni potrebbero esserci rappresentati in lista per il Consiglio di Stato, come Sirica o altri, che rappresentano una corrente più a sinistra all'interno dei socialisti. Questo secondo voi è il preludio a un maggior dialogo e convergenza con voi?
Non spetta a me dirlo. Noi guardiamo ai fatti. E poi, più a sinistra su cosa?

Ad esempio avete condiviso la battaglia sul referendum al pacchetto fiscale....
Il Ps ha aderito al comitato referendario a cose già fatte, quando la raccolta firme era già iniziata. Il referendum poi è evidente che è stato perso a causa di una fazione del partito socialista. Sugli altri temi non vedo un'impostazione diversa. Votano contro ai preventivi e ai consuntivi dello Stato? Sono contro alla road map? Rimettono in discussione il pareggio di bilancio come linea di orientamento delle finanze cantonali? Non mi pare. Hanno qualche distinguo, ma rivendicano il loro essere partito di governo.
La neo presidente del Gran Consiglio ha rivendicato ancora la collaborazione con le altre forze politiche. Se questi esponenti sono più a sinistra dovrebbero chiedere le dimissioni del gruppo parlamentare e del consigliere di Stato. Non mi pare ci sia una fronda contro il consigliere di Stato per le prossime elezioni.
Tre dichiarazioni non fanno una politica. Ci vogliono dei fatti concreti. Il partito socialista è ampiamente ancorato alla partecipazione agli escutivi. È un suo diritto e rispetto questa scelta, ma noi siamo un'altra cosa.
Questi esponenti devono decidere se vogliono essere membri di un partito che ha scelto questa via o meno. Io non mi immischio, facciano loro.
Noi sapete dove siamo e cosa pensiamo.

Il referendum su “La Scuola che verrà” è riuscito e si andrà a votare il 23 settembre. Voi avevate detto durante la raccolta firme che non sostenete il referendum, ma allo stesso tempo non sostenete la Scuola che verrà. Non ritiene che il messaggio sia un po' ambiguo?
No. Noi siamo contrari al progetto de “La Scuola che verrà”, come per altro la grande maggioranza dei docenti. Secondo me non hanno cambiato opinione per il semplice fatto che ci sono stati due o tre cambiamenti nel progetto finale. L'impostazione di fondo è rimasta, in particolare l'idea di una scuola per competenze, che noi contestiamo, perché ricalca il progetto di Harmos, che noi avevamo già contestato. L'idea della scuola per competenze l'abbiamo sempre combattuta e come noi molte associazioni di docenti fra le più attive, come il Movimento della scuola.
Contestiamo l’impostazione, ma anche il progetto di sperimentazione, che è una versione liberale de “La Scuola che verrà” e che è un peggioramento della situazione attuale. Dunque per quale ragione dovremmo essere favorevoli a sperimentare un'idea di Scuola Media che è ancora più classista di quella attuale?
In secondo luogo pensiamo che il problema di fondo della sperimentazione non sia stato risolto. È un po’ come se il Milan gioca contro la Pro Patria, vince 7 a 0 nel mese di agosto ed è convinto che vincerà il campionato perché la sperimentazione ha detto questo. Ci sono delle scuole in Ticino in cui due volte alla settimana arriva la polizia per problemi di spaccio. L'altro giorno dove va a scuola mio figlio a Bellinzona è arrivata la polizia con i cani antidroga. È chiaro che in queste scuole si esprime un disagio sociale. “La Scuola che verrà” ha la pretesa di correggere queste differenze dovute a condizioni sociali diverse attraverso pratiche pedagogico-didattiche diverse. Può anche essere un tentativo lodevole, ma allora bisogna sperimentare se questi strumenti pedagogico-didattici possono recuperare le differenze dove si manifestano. Non mi pare che Acquarossa o Tesserete siano delle sedi in cui si manifesta un disagio sociale che crea diseguaglianza e si possa verificare che attraverso scelte pedagocico-didattiche si migliori la situazione.
È un aspetto che la sperimentazione non ha risolto. E non è nemmeno una risposta valida quella data dal capo del dipartimento, ovvero che sono le uniche sedi che hanno accettato la sperimentazione. Una riforma che deve accontentarsi di questo è già fallita in partenza. Qualcuno si è chiesto perché le altre sedi si sono dette contrarie (ad ospitare la sperimentazione, ndr)?

Visto che lei è anche insegnate al liceo, come crede che debba essere riformata la scuola?
Nella scuola media vi sono moltissimi problemi, ma questi non sono nemmeno stati analizzati. “La Scuola che verrà” è la prima grande riforma (o con questa pretesa) che non ha analizzato l'oggetto da riformare.
Noi non sappiamo quali sono i problemi della scuola media, Sappiamo genericamente che la scuola media così come è non corregge le diseguaglianze sociali e che dunque bisogna modificare degli aspetti didattico-pedagogici che permetterebbero di dare più chances ai ragazzi che la frequentano. Non si sa bene dove stanno però le origini di queste differenze: nella didattica della scuola elementare? Stanno nella mancanza di strutture sociali?
Bisognerebbe capire le ragioni di queste differenze. Penso che la proposta che aveva fatto la Vpod nell'iniziativa sulle mense e sui doposcuola, bocciata due anni fa, dal punto di vista del riequilibrio sociale nella scuola era molto più avanzata de “La scuola che verrà”. E non è un caso che il capo del dipartimento si fosse schierato contro.
Noi neghiamo che le diseguaglianze di riuscita scolastica siano legate a delle differenze cognitive. Le differenze si sviluppano a seconda del contesto sociale in cui si vive.
Attualmente i nostri allievi arrivano al liceo che sanno un po' di francese, un po' di inglese, un po' di tedesco e un po' di italiano, ma non sanno bene niente. Mi sembra evidente che la nostra scuola media ha un problema di insegnamento delle lingue. Si dovrebbe aprire una discussione su quali e quante lingue insegnare. A volte arrivano al liceo dei semi-analfabeti. Questo problema non è stato nemmeno messo all'ordine del giorno de “La Scuola che verrà”.