Blackout? Per fortuna!

Blackout? Per fortuna!

Luglio 27, 2018 - 13:35

Forse dal blackout possiamo trarre qualche insegnamento sul nostro rapporto con la tecnologia...

Tra foodporn e selfie: tutto più bono!

Da alcuni anni il food-porn è ormai una grossa fetta delle foto nei nostri natel. Spiegano in un articolo online che scattare foto al cibo che mangeremo rende il piatto di fronte a noi più appetibile. Gli faccio la foto, lo esalto, diventa più buono. 

Non molto dissimile con i selfie: diventiamo importanti per noi stessi. Non che l’autoscatto sia un’idea originale della nostra generazione. Ma la quantità imbarazza: centinaia e centinaia  di foto che ci ritraggono in ogni momento della giornata. Mi spiegava un’arguta compagna che è in sostanza un modo per certificare la propria esistenza. Di fronte all’angoscia che colpisce giovani e meno giovani, di fronte alla domanda mistica “ma sto vivendo?”, il selfie contiene in sé una dimensione catartica di autocertificazione.

 

La nuova tecnologia che cambia la nostra percezione

Tanti selfie, tutti uguali, ma non li riguardiamo mai. Eppure nella sua perversione ha un senso. Noi non ci vediamo se non allo specchio. Vediamo quindi un’immagine al contrario e non possiamo spostarci per vederla meglio, perché si sposta anche lei. Il selfie non solo riproduce lo specchio, ma addirittura lo immobilizza nel tempo. Vivo e sono vissuto. Posso guardarmi.

Le nuove tecnologie video ci permettono con zero sforzo di vedere quello che gli altri vedono di noi ogni giorno. Ora ci sono perfino le fotografie in movimento, quindi anche i dettagli come gesti e pre-espressioni, finzioni tipicamente fotografiche. Finalmente anche le pose possono essere disvelate.

 

Certificare quel che stiam vivendo

Parallelamente all’autocertificazione corre la certificazione che viviamo la nostra storia. 

Ogni giorno, ogni momento, facciamo fotografie col natel. L’altra sera ero a prendere un bellini al bar e una 13enne ha fatto le foto alle nuvole sopra le montagne. Erano proprio spettacolari. Dopo di lei una coppia di signore quarantenni si è alzata ed è andata nello stesso punto ed entrambe hanno scattato la stessa foto. Quelle nuvole avevano insomma ora ben tre foto che le ritraevano nella loro maestosità… nuvole, ebbene sì, se ne vedono poche in giro!

Io pure ho sempre scattato centinaia di foto, alle cose più assurde col mio natel. Ma una volta la tecnologia le faceva rimanere per me. Con l’arrivo dell’utilizzo dati incluso, whatsapp e facebook, tante cose sono cambiate. Un vortice di innovazioni ha cambiato la nostra quotidianità. Ora la normalità è fare foto a qualsiasi cosa e condividerla.

 

Il problema: non ci bastiamo

In quest’ultimo mese sono stato a degli eventi organizzati dalla sinistra alternativa in Germania. Qui non solo gli organizzatori chiedono di non fare fotografie per paura del riconoscimento facciale. Ma proprio il senso comune collettivo in questi gruppi non prevede che si facciano continuamente fotografie a qualsiasi nuvola.

L’idea è che quel che va vissuto è il momento che si sta vivendo. Creare la propria storia significa  qui accettare che potremo avere buchi di memoria. 

Per la nostra società e per noi individui tecnologici il natel, con il suo accesso a internet, è infatti ormai un’estensione del nostro cervello. Non sai qualcosa? Guardi su wikipedia. Non ricordi l’ingrediente della ricetta della nonna? Guardi su giallozafferano. Vuoi essere sicuro che ricorderai un momento importante? Fai una foto. 

 

Per fortuna il blackout!

Non ci bastiamo. Dobbiamo avere un natel per ricordarci che siamo vivi e che lo siamo stati. Dobbiamo condividere la memoria autocreata per essere sicuri che gli altri sappiano che la stiamo creando. Che la abbiano anche loro, ci certifica ancor più nella nostra esistenza. Dobbiamo supplire alle nostre incertezze invece di imparare a conviverci. 

La tecnologia è comoda. Quante volte ho sentito questa giustificazione? In realtà dovremmo avere un atteggiamento radicalmente diverso: dominarla invece di subirla. Per fortuna che ogni tanto arriva un blackout a ricordarci che forse è comoda, ma di sicuro per come la usiamo ora essa non ci rende più liberi!

 

 

Filippo Contarini