Caratti, l’assassino di Rupperswil e quei piccoli pezzi di civilità residua

Caratti, l’assassino di Rupperswil e quei piccoli pezzi di civilità residua

Marzo 15, 2018 - 19:59

In Ticino l’assassino di Obino ci aveva proiettato nella consapevolezza che il vicino di casa, gentile fino a ieri con tutti, poteva scoprirsi essere il Male in persona.
In Svizzera i giudici possono dare l’ergastolo a vita a un assassino. Sul serio: a vita! Se però dopo 15 anni di prigione il detenuto si è comportato bene e “non si debba presumere che commetterà nuovi crimini o delitti” (art. 86 CP), allora gli si può dare la libertà condizionale.
In caso di assassino può essere anche deciso un internamento, che non è una pena, ma è una cosiddetta “misura”. In caso di necessità di trattamento psichiatrico la legge indica che possono essere ordinati due tipi di internamento. L’internamento “semplice” è dato se c’è serio rischio di recidiva e se non si prospetta un trattamento che abbia successo. L’internamento “a vita” c’è invece quando il rischio di recidiva è altamente probabile e se “l'autore è considerato durevolmente refrattario alla terapia” (art. 64 ss. CP).
Tutto questo capitolo del Codice Penale è scritto in modo quasi incomprensibile. Cosa è successo? Sotto pressione della stampa e di un’onda securizzatrice, la politica ha voluto inserire una serie di articoli di legge molto confusi per poter rinchiudere alcuni criminali, usando come strumento la psichiatrizzazione del loro caso.
L’idea insomma era di “chiuderli e buttare via la chiave” senza che il tutto fosse considerato diritto penale.  Si è così fatta molta pressione sul rischio di recidiva: non una punizione per quello che hai fatto, ma una prevenzione per quello che farai. È una cosa che succede in molti ambiti giuridici: togliere peso alle regole che risolvono conflitti accaduti e metterlo sulle regole che permettano di dare forma al futuro.
Ecco come mai gli psichiatri hanno molto da dire negli ultimi tempi: si cerca di far diventare i criminali dei pazzi, così che si possa affidare alla scienza la previsione di cosa succederà nelle loro menti, visto che i giuristi certo non possono farlo.
È chiaro: si tratta di atti di legislazione simbolica: “Il reo ucciderà di nuovo secondo lei, caro psichiatra?”. Cosa vuoi che ti rispondano? Uno dirà una cosa, l’altro un’altra. Cosa c’è di scandaloso? Si fa finta che gli psichiatri abbiano la sfera di cristallo, sebbene siano (solo) scienziati.
Non è un caso che di fronte al crollo della legittimità della politica, essa abbia cominciato a vendere sicurezza, che nella società contemporanea del tutto-subito fa molto effetto sull’elettorato. Fai una leggina a caso, scarichi il barile sugli scienziati e fai finta d’aver risolto i problemi. E (ovviamente) ti scandalizzi se i giudici vanno avanti a casaccio.
Caratti, direttore de LaRegione, ci ricorda che lui è un sostenitore di questo simbolismo legislativo. Sostiene che i “delitti efferati ad alto rischio di recidiva [… ] impongono di far pendere l’ago della bilancia a favore della sicurezza”. “Per esempio il detenuto che aveva assassinato la socioterapeuta Adeline è stato condannato ‘solo’ all’ergastolo”.
“Solo all’ergastolo”, dice proprio così, omettendo che quando si viene condannati all’ergastolo si è incarcerati a vita e che poi per la liberazione condizionale è comunque necessario un esame del rischio di recidiva. Bagatellizza la pena della detenzione a vita, cercando la psichiatrizzazione come strumento securizzante.
“Ma come”, si chiede Caratti, “all’atto pratico [la legge] rimane lettera morta?”. Cotanto stupore mi stupisce: sono anni che sotto la clava della spettacolarizzazione giornalistica vengono emanate leggi illeggibili solo per vendere sentimenti “di sicurezza” irraggiungibili fra i cittadini.
Permettetemi di ricordarlo: gli atti criminali non saranno mai evitabili fino in fondo, né i primi, né le recidive. Non siamo nel film “Minority Report”! Chiaramente però, vendendo questa favola della possibilità della sicurezza ad ogni costo, inseriamo elementi dispotici nelle nostre leggi: una volta che hai il prigioniero puoi psichiatrizzarlo e almeno un rischio lo hai eliminato, e vai col consenso elettorale.
Mi dicono che Caratti è burbero quando lo si critica. Non lo so, non lo conosco, so solo che proviene da un’importante famiglia di giornalisti, saprà quindi riconoscere la differenza fra la critica di un piccolo ricercatore da quella di un politico che “tira la giacchetta”.
La mia critica, in linea con le parole di Giorgio Agamben (purtroppo poco letto in Ticino), si basa in fondo sull’antica convinzione social-liberale che non basta una società sicura per garantire una società democratica. La legislazione penale, anche di fronte al delitto compiuto dal più efferato vicino di casa, deve rinunciare a vendere “sicure sicurezze”. Ma soprattutto il giornalismo deve giocare il suo ruolo di elemento responsabile nel discorso pubblico.
Nel caso di Rupperswil sono settimane che Tamedia (il lettore attento avrà notato che la linea di Caratti entra perfettamente in quella zurighese) sta bagatellizzando l’ergastolo a favore dell’internamento a vita, psichiatrizzando il caso prima ancora che lo abbiano fatto gli psichiatri. Settimane di prime pagine, sondaggi online a titolo “pensi che in Svizzera i giudici diano troppi pochi internamenti a vita?”, il live-ticker del processo e altre cose allucinate di questo tipo. Siamo di fronte ad un chiarissimo tipo di agenda-setting che si avvicina pericolosamente al gioco della spettacolarizzazione del Male, da combattere poi con la pretesa securizzante. Il ciuco e la carota.
Il tutto condito da una rinuncia ormai evidentissima ad una vera critica sociale su ciò che le leggi (anzitutto penali) veramente contengono, come insegna il dibattito sulla legge sulla dissimulazione del volto. Chiaro: la critica sociale purtroppo non vende, e questo di sicuro non è colpa di Tamedia. Forse.

Filippo Contarini, ricercatore in teoria del diritto