Cavalli, la velocità e quella voglia di populismo di sinistra (Parte 2)

Cavalli, la velocità e quella voglia di populismo di sinistra (Parte 2)

Marzo 06, 2017 - 22:50

Leggi qui la prima parte

Franco Cavalli, un esempio positivo di un’attività concreta
 
Per “scuotere le coscienze” non è vero che ci vogliono le “verità non esatte al centesimo”. Dirò di più: se ci mettiamo a dire bugie rischiamo di scavarci la fossa da soli, proprio a causa della società googlizzata. Noi sinistri non abbiamo i soldi per comprarci i media, nella società im-mediata soffriamo più degli altri. Dobbiamo allora usare ciò che già c’è. Ebbene, basta un giornalista con le palle (scusate il maschilismo) ed un’occhiata in google ed è facile farci crollare come delle pigne.
 
Il problema allora è radicalmente diverso: come riuscire a coinvolgere compagne e compagni nel gioco politico, in modo da ricreare una mediatizzazione che possa “scuotere le coscienze?” Ebbene la risposta è di fronte agli occhi di tutti ed è… Franco Cavalli!
 
Come abbiamo visto, Trump è post-politico, ovvero non è importante quel che dice, ma solo cosa rappresenta. Ebbene anche noi abbiamo una cosa del genere, ma su un pianeta diverso: Cavalli rappresenta un’immagine – positiva – che solo in parte dipende dalle cose che scrive. Il suo atteggiamento, la sua professione e il volontariato sono espressioni politicamente rappresentative, il suo messaggio conta meno della sua persona. Ho visto così tanta gente correre ad abbracciarlo. Una volta un ristoratore di Ascona, sicuramente non socialista, mi disse: “Ul Franco Cavalli, l’è socialista, ma è sempre stato coerente. Per quello lo voto”.
 
Io penso che Cavalli stesso non si renda conto appieno di questa cosa e così continua a stare nel mondo dell’ideologia a tutti i costi (e quindi viva Mouffe, viva Laclau), dell’intellettuale che cerca altri gramsciani. Mentre con la sua aura, con le sue esperienze e senza ideologia potrebbe infondere forza a tutte e a tutti. Pensa a Martin Schulz, che crea empatia e vicinanza unendo la sinistra e la destra del partito socialista. Lui punta tutto sulla vicinanza, sul rifiuto della comunicazione im-mediata. E così parla anche alle nuove generazioni.
 
 
 
Lo scontro fra generazioni e le spaccature
 
Di nuovo: per “scuotere le coscienze” non ci vogliono mezze verità, ma bisogna trovare strumenti per contrastare l’im-mediatezza. L’urlo di Franco (“usate verità non vere al centesimo”) sembra quasi un’arresa, mentre non è quello che la società e i giovani chiedono a chi ha così tanta forza ed esperienza politica e umana.
 
E forse anche in questo frangente si mostra tutta l’intensità dello scontro generazionale che stiamo vivendo tra la cosiddetta generazione Y (noi, i millennials) e i baby boomer. Molti pensano che lo scontro sia un problema economico, ovvero: gli anziani hanno la pensione e se la tengono stretta, i giovani non hanno un lavoro assicurato e non avranno mai una pensione, e quindi rimangono dipendenti dagli anziani. No, il problema non sta là. Lo scontro generazionale si gioca su come si intende la comunicazione.
 
Gli anziani sono cresciuti in un mondo lineare. Cosa significa? Che le informazioni arrivavano una dopo l’altra e seguivano un flusso. Le grandi narrazioni erano centrali, perché erano l’unico modo di ordinare quel flusso. E se si voleva riprendere delle vecchie informazioni, bisognava averle archiviate fisicamente. Gli esperti erano importanti, perché sapevano le cose.
 
I giovani sono nell’era google e wikipedia, il concetto di informazione vecchia non esiste (quasi) più. Il criterio, come detto, è la ricercabilità e la connettività. E quindi la persona conta di più, la fiducia la crei su chi si è. Conta la capacità di trasmettere una rete contenstuale.
 
Noi a sinistra siamo vecchi, ovvero: siamo ossessionati dalla comunicazione. Questo non ci fa vedere che per creare comunicazione devi creare informazione “esatta al centesimo” e la devi mettere a disposizione. Mentre noi la creazione dell’informazione la abbiamo data in outsourcing al giornalismo – il fact-checking! Eppure il giornalismo segue altri scopi, che sono di clic e di vendite, non la creazione del consenso. I compagni giornalisti ben lo sanno: lavorano per il loro giornale, mica per la Sinistra.
 
Le vecchie generazioni, non ritrovandosi più nel mondo contemporaneo, non hanno trovato nuovi mezzi per comunicare con le nuove generazioni. Non stanno lavorando sulle persone, ovvero sulla creazione di reti e sulla capacità di comunicare empatia. Di nuovo: il discorso sulle “verità non esattissime” è un discorso antico e sostanzialmente inutile, mentre oggi c’è bisogno di un discorso empatico: non tanto il cosa dire, ma il come si crea quel che si dice.
 
 
 
Populismo e Svizzera
 
Difficile giocare a fare i populisti in Svizzera, più difficile che in altri posti. Prendiamo un esempio lampante, figlio della politica alta, quella dell’arte del compromesso: Eveline Widmer Schlumpf. Sono stati i socialisti a trovarla e votarla. Blocher è stato abbattuto grazie a lei. Fu un errore storico? Fu una dittatura della minoranza? Direi di no, la donna era amata e rispettata dal popolo senza essere populista ed è (solo) grazie a lei che la riforma fiscale III sulle imprese è stata abbattuta.
 
Un esempio dell’inadeguatezza delle “verità non esattissime” sta invece nell’iniziativa 1:12. Chi si ricorda che, di fronte al naufragio, il comitato d’iniziativa cominciò a dire che in realtà era 1:20, ma il titolo era scritto estremo per “attirare l’attenzione”?
 
Il populismo (nella sua connotazione di semplicismo e di popolo vs. élite) in Svizzera è più difficile a causa della democrazia diretta e del sistema di milizia. Non è infatti così semplice trovare un élite definita e definibile. Da noi i grandi borghesi sono spesso impegnati in attività sociali e popolari di base, siano esse la ginnastica, il calcio, il carnevale, i cortei cittadini, le corporazioni. Si “sporcano le mani”. Questo non nasce oggi, ma nella seconda metà dell’Ottocento e ignorarlo è un errore capitale. Si aggiunge che agli svizzeri le cose troppo intellettuali fanno tutto sommato schifo, e noi giuristi ben lo sappiamo: gente concreta. Non a caso le due più importanti università svizzere, i politecnici a Zurigo e a Losanna, sono delle vere e proprie scuole a tempo pieno, luoghi di concretezza, non di voli pindarici, non dei laboratori filosofici.
 
Si somma un sistema di democrazia diretta in cui il cittadino ficca il naso nelle cose dello Stato. È vero, ogni tanto ci sembra una democrazia fantoccio, ma avendo vissuto tre anni in Italia ho visto come lì i cittadini, purtroppo, hanno veramente poco da dire. E soprattutto non approfondiscono i temi. E così là il momento elettorale è valvola di sfogo, l’approdo di un partito populista ha una valenza diversa. Soprattutto le verità “non esatte al centesimo” hanno un ruolo discorsivo diverso: là della politica non ci si fida, lo sanno che i politici mentono.
 
 
 
Conclusione: invece del populismo, una nuova politica intergenerazionale
 
Sono convinto che il primo problema della Sinistra sia oggi quello di non aver fatto uno scatto culturale che tenga conto delle due premesse che ho espresso all’inizio.
 
Ovvero: si usa ancora una logica di carattere testuale-dialettico, invece di una logica legata alla ricercabilità delle informazioni. Si omette l’importanza del ruolo della persona: si dà più importanza a quello che viene detto invece che a quello che si rappresenta.
 
E così la sinistra si appoggia ancora sulle logiche di una generazione che ha già fatto le sue battaglie e che è stanca e non ha ancora fatto clic per passare dal potere all’insegnamento. Guarda le donne come fuggono dai momenti elettorali, inorridite dalla difficoltà di trovare spazio fra i compagni. Una sinistra che purtroppo non capisce le angosce di noi millennials, noi che non si sa se troviamo un lavoro, noi che di sicuro non avremo una pensione.
 
In questo senso devo dire che a nord delle alpi l’ambiente è positivo. Si lavora molto bene con molti giovani che usano internet in modo performativo. E si arrabbiano di brutto per le condizioni di incarcerazione dei migranti, visto che ormai è sotto gli occhi di tutti che sono le istituzioni ad essere ben più populiste dei partiti. Un esempio: l’università di Zurigo permette ora a 20 rifugiati di partecipare come uditori ai corsi. 20 persone scelte a caso fra chi andava all’università in patria, senza dargli i soldi per arrivarci con i mezzi e senza dargli la possibilità di sostenere gli esami. Insomma, si lavano la coscienza mentre piovono i milioni sui progetti di ricerca pagati dalle grandi aziende private.
 
Di nuovo: è nei progetti, nelle attività concrete, che sorge la possibilità di “scuotere le coscienze”. Azioni come quelle di Lisa Bosia Mirra ad esempio. Ma soprattutto vite intere che hanno da insegnare, proprio come quelle di Franco Cavalli. Prendi la trasmissione di Patti Chiari sull’alimentazione e l’artrosi. Io, giuro, ho sofferto quando ho sentito la santona vegana accusare Cavalli di essere un uomo dell’industria farmaceutica. Avrei voluto spaccare il televisore. Tante cose si possono dire contro Franco, ma non di essere da quella parte. È un insulto alla sua storia, alla sua professione, alla sua etica.
 
Lui ci insegna ogni giorno cosa significa impegno, dedizione, costanza, lotta. Non è il populismo la via, la ricerca di un gramscianesimo intellettuale da cui poi sgrassare via cose difficili e dire “verità non esatte al centesimo”. La via è insegnarci a studiare, accettando che alcuni sono più moderati, altri più agitati. Noi millennials da soli non ce la facciamo, siatene consapevoli: chiediamo aiuto.
 
 
di Filippo Contarini