Censi e quella giovinotta in giro per Lugano

Censi e quella giovinotta in giro per Lugano

Marzo 10, 2018 - 18:00

L’altro giorno Andrea Censi ha tirato fuori il Nicholas Marioli che è in lui e ha espresso scetticismo nei confronti delle donne (ad esempio Chiara Simoneschi Cortesi, non certo comunista!) che si sono espresse contro la pubblicità turistica di Lugano.
Censi, probabilmente ispirato dalla presenza in città di due persone a modo come Bannon e Tettamanti, ha ricordato a tutto il contado che la pubblicità è un lavoro da “professionisti del settore”. Zitti e mosca, quindi, e chissenfrega se è lo Stato che paga, uno Stato che può anche decidere in che direzione far andare la sua immagine.

Il leghista-tipo considera le donne oggettini da ammirare. E quando si rivelano degli ossi duri, allora diventano “donne con i coglioni”, ovvero le maschilizza. Non è certo una novità. L’arma retorica poi è sempre pronta: quelle che si lamentano devono tacere, altrimenti non fanno altro che “squalificare l’impegno di tutto il genere femminile che invece dimostra tutti i giorni di essere alla pari dell’uomo”.
Censi dimentica però che le donne non lottano per i loro diritti così perché si divertono.

Siamo in una società che proprio a causa del conservatorismo e della fallocrazia (valori anzitutto leghisti, ma purtroppo ci sono tante realtà sociali che sempre più si chiudono a riccio su questi temi, anche a sinistra) non dà alle donne – e a tanti altri soggetti discriminati – lo spazio per sviluppare a pieno le proprie personalità.
Vorrei porre due punti fissi:

  • anzitutto diffidiamo di quegli uomini che pensan di avere la verità sulle donne. Invece di sparare sentenze, ascoltino chi ogni giorno affronta la sfida di vivere in una società in cui l’uomo bianco eterosessuale, piaccia o no, ha una posizione generalmente più privilegiata degli altri. Quello che fa Censi insomma non è altro che mansplaining.
  • Secondariamente chiariamo che, anche grazie all’importante effetto dei cosiddetti gender studies, il dibattito oggi non è più incentrato sul conflitto donne-contro-uomini, quanto piuttosto sulle questioni strutturali. Non si tratta di dire se è meglio l’una o l’altro, si tratta piuttosto di chiedersi come agiscono le strutture di potere e quanto la presunta binarietà di genere, invece di essere puramente descrittiva, agisca per garantire il privilegio maschile.

Si tratta di un’evoluzione positiva, quella dei gender studies, siccome cercano di integrare nel discorso anche posizioni più scomode (come le discriminazioni intersezionali nei confronti di invalidi, stranieri, omosessuali ecc.). Tutte cose che, ommioddio!, fanno schifo ai giovani leghisti! Perché ricorda: un buon leghista ce l’ha sempre duro, duro, duro!

Entriamo nel concreto: la pubblicità turistica di Lugano fa quello che sempre ha fatto il capitalismo, ovvero fa finta di essere moderna, mantenendo però le strutture di dominio già esistenti.
E così ci troviamo di fronte sì ad una donna sola e intraprendente (certo un messaggio diverso rispetto alla donna in cucina degli anni ’50!). Ma è comunque una donna inchiodata ai clichés: tacco 12 sul posto di lavoro a ricordare che i grandi potentati finanziari sono luoghi di potere sessisti; foto in costume che attrae l’attenzione dell’osservatore anzitutto in zona inguinale grazie a un abile gioco con i bianchi; prestanza fisica canonica da modella di H&M, adeguando il messaggio archetipico dell’espressione del sé anche all’esperienza sensoriale dell’appropriazione dell’alterità, che è invece tipica del turismo; infine siamo di fronte ad una turista sostanzialmente upper-class e consumista.
La pubblicità luganese tende ad esaltare il godimento individuale invece dell’esperienza di gruppo (perfino in un club, dove oggettivamente non vai per ballare da solo!). Poniamoci allora quella domanda che Censi, a mio sapere, non pone: cosa sta mostrando la pubblicità?

Di sicuro non mostra la turista che vorremmo: mordi e fuggi, da sola, la tipica persona che lascia pochi soldi e si comporta in maniera qualunquista. Nemmeno vogliamo rivolgerci al maschione altrettanto solo: va bene tutto, ma se quella fosse l’intenzione saremmo a livello di un sito di incontri.

No, questa pubblicità fa altro: vende un concetto, un’idea, un topos, un sogno. Questa pubblicità vuole attrarre l’osservatore riportandogli immagini a lui note: un’estetica standardizzata e leggermente sessuale (sex sells!), una persona singola e sicura di sé, un mondo senza problemi e accogliente. Una bolla in cui ricaricare il proprio io edonistico: tutti noi vorremmo essere quella botticelliana bellezza, nevvero?

Censi non ci arriva, non capisce che quello che ha davanti nulla descrive di Lugano, non è distinguibile da un qualsiasi altro posto del mondo globalizzato e sessista. Potrebbe essere Voghera, la pubblicità sarebbe identica. Pure lui, tanto fissato con il suo localismo leghista, è caduto nella Rete. Si tratta qui dell’utilizzo di una matrice depersonalizzata in cui la donna nient’altro è che una componente di un mondo immaginario che viene creato per riuscire a far sognare. E chi deve sognare? Ma è chiaro: gli utenti del mondo liquido, che ormai sono tutti uguali, tutti standardizzati, banali robottini che girano e portano il loro denaro di qua e di là.

Che chi ha progettato questa pubblicità sia un professionista è indubbio. Che con i soldi pubblici non si possa però decidere come impostare le pubblicità è però tutto un altro discorso. E qua si capisce perché fa differenza eleggere socialisti (come a Zurigo) o leghisti in consiglio comunale.

Perché se è vero che sex sells, è anche vero che non si vende solo grazie alla sessualizzazione della quotidianità. Esistono altri topos piacevoli e convincenti, che non hanno bisogno di richiamarsi a un’idea di donna completamente inserita nelle strutture privilegiate. È lo Stato bellezza! Con i nostri soldi possiam fare quello che vogliam noi, anche le pubblicità che vogliam noi!

La pubblicità di Lugano gioca con i clichés di una donna che, se pure è emancipata, non fa niente per mostrarlo. Anzi: è un’emancipazione calata dall’alto, non certo conquistata mettendo in discussione i canoni prescrittivi di una quotidianità sessista. Siamo quindi, nonostante il primo abbaglio, effettivamente di fronte è un messaggio decisamente retrogrado tempi. Viviamo tempi in cui le donne studiano più degli uomini e si affacciano al mondo del lavoro, in cui le stretture famigliari sono finalmente messe in discussione: siamo pronti ad accogliere le donne (e non solo le donne, ma anche gli altri discriminati) anche ai posti di responsabilità, pagarle, distribuire in modo diverso i compiti educativi?

La ristrettezza del pensiero di Censi sta là: nel non cogliere la possibilità di avere anche altro in questo mondo che per fin troppo tempo ha coltivato posizioni di rendita patriarcali. Un atteggiamento acritico che condanna non solo le donne, ma la struttura intera.  

Censi scrive che le donne “dimostrano tutti i giorni di essere alla pari dell’uomo”. Che qualcuno abbia bisogno di dimostrare un’ovvietà di questo tipo è il vero dramma di una società che vuole dirsi civilizzata. Mentre sono proprio quei maschioni che stoppano sul nascere le loro prese di posizione che rendono tutto molto più lungo e difficile.
 

Filippo Contarini