A cent'anni dalla Rivoluzione, fuori dal mito

A cent'anni dalla Rivoluzione, fuori dal mito

Novembre 03, 2017 - 21:42

Questa sera alla Biblioteca cantonale di Bellinzona il professore Angelo d'Orsi ha tenuto una conferenza sulla Rivoluzione d'Ottobre del 1917, raccontando un Lenin fuori dalla sua icona. 

A cent'anni dalla Rivoluzione d'Ottobre numerose iniziative hanno voluto ricordare il fondamentale evento storico, che ha segnato profondamente la storia del 20esimo secolo e oltre. Una di queste iniziative è il ciclo di conferenze "In nome del pololo: dalla Rivoluzione d'ottobre al populismo", promossa congiuntamente da AMOPA-Ticino, Associazione ticinese insegnanti di storia, Ciclo del Cinema Bellinzona e Circolo del Cinema di Locarno. Un ciclo di conferenze che vuole, oltre ad affrontare il tema storico della Rivoluzione d'Ottobre, anche metterlo in collegamento con il presente.

Questa sera alla biblioteca cantonale di Bellinzona relatore, moderato dal docente di letteratura del liceo di Bellinzona Giuseppe Sergi, era Angelo d'Orsi, allievo di Norberto Bobbio e professore di Storia del Pensiero politico all'Università di Torino, nonché membro del comitato scientifico dell’Edizione nazionale delle opere di Gramsci e fondatore ed editore della rivista Historia magistra e del periodico Gramsciana.

Nella sua esposizione d'Orsi ha ripercorso le fondamentali tappe della Rivoluzione d'Ottobre e del suo principale protagonista, Vladimir Ilyich Ulyanov, meglio noto come Lenin. Dagli anni dell'esilio in Svizzera dopo il fallito tentativo rivoluzionario del 1905, perseguitato dalle autorità politiche di mezza Europa, dove ha continuato a scrivere instancabilmente la sua impressionante produzione intellettuale, alla partenza verso la Russia con il celebre treno, fino alla Rivoluzione. D'Orsi ha descritto la figura di Lenin con una selezione di testimonianze che hanno reso una versione distante dal cliché del "capo-popolo". Lenin era prima di tutto uno studioso, ma non un accademico. Non era mosso dalla volontà di conoscere fine a sé stessa, ma da quella di cambiare lo stato di cose presenti, di cambiare i rapporti e liberare le masse oppresse. Un Lenin che era introverso e serioso e che ha dovuto faticare per convincere anche i suoi compagni bolscevichi quando ha voluto lanciare la parola d'ordine della pace a tutti i costi, durante la Prima guerra mondiale. Un quadro che ha descritto anche una dialettica interna al Partito bolscevico ben diversa da quella che emerge da buona parte della storiografia. Il partito di Lenin era un luogo di dibattito, anche feroce, in cui lo stesso rivoluzionario doveva confrontarsi e scontrarsi con tesi opposte alle sue. È anche la visione di un teorico dogmatico mal si addice, secondo d'Orsi, alla figura di Lenin. Il fondatore dell'Urss era, nella sua veste di capo del neonato Stato, sempre attento all'analisi dei fatti e della situazione contingente. Dimostrazione ne è l'evoluzione delle sue tesi politiche. Dalle Tesi di aprile, con cui Lenin, al suo rientro in Russia nel 1917, raccomandava fra le altre cose la nazionalizzazione di tutte le terre e delle banche, fino al "passo indietro" della Nuova politica economica, che reintrodusse parzialmente dei concetti di libero mercato, con lo scopo di risollevare e sviluppare l'economia sovietica, devastata dalla guerra civile. Senza mai perdere di vista il fine ultimo della Rivoluzione, ovvero la liberazione delle masse invisibili fino a quel momento condannate all'abbruttimento fisico e morale, che hanno così potuto emergere e reclamare un posto nella storia.