Claudio Zali: “Non è più possibile una crescita all'infinito”

Claudio Zali: “Non è più possibile una crescita all'infinito”

Settembre 30, 2016 - 08:50
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In occasione della seconda Giornata dell'economia, tenutasi lo scorso martedì 27 settembre al Fevi di Locarno, abbiamo intervistato il consigliere di Stato Claudio Zali. Il capo del Dipartimento del territorio ci ha parlato delle attuali problematiche del territorio ticinese e delle strategie di intervento che sono, e saranno, messe in campo per far fronte all'attuale situazione. 

Claudio Zali, oggi alla seconda Giornata dell'Economia, alcune voci di imprenditori hanno manifestato qualche preoccupazione. Da una parte ci sono le esigenze di una pianificazione territoriale più efficiente e più rispettosa dell'ambiente, ma dall'altra il mondo dell'economia, che è scettico a dover sottostare troppi vincoli e restringimenti?
Sono delle tensioni secondo me assolutamente normali, che posso capire benissimo. L'economia per sua definizione ha sempre chiesto la maggior libertà d'azione possibile e questo è comprensibile. Ciò ha anche probabilmente condotto a dei buoni risultati di sviluppo economico, che conosciamo oggi. Però sul territorio ci sono dei segnali, come 62'000 lavoratori frontalieri che entrano quasi singolarmente con la loro automobile, le strade costantemente intasate, gli elevati valori di inquinamento, le zone edificabili che “consumano” territorio e che vedono sorgere una moltitudine di edifici. Tutti questi segnali mi fanno dire, anche se ovviamente è un'opinione personale, che non sia più possibile una crescita all'infinito senza un migliore coordinamento delle esigenze dell'economia con quelle del territorio.
 
 
Quasi due anni fa abbiamo votato una legge federale che mette alcuni vincoli sul “risparmio” del territorio, chiedendo di edificare in altezza, e contemporaneamente abbiamo la popolazione che scende in campo contro progetti che vanno in questa direzione, come successo il week-end scorso a Mendrisio, dove è stata bocciata una variante di piano regolatore che chiedeva di poter edificare qualche piano in più per l'edificio ex Jelmoli in Piazza del Ponte. C'è un problema di consenso nell'opinione pubblica a puntare sull'altezza?
Sì. Le posizioni tendono ad allontanarsi perché si è creata una situazione complessiva in cui la nascita di ogni nuovo edificio, nuovo capannone, ed uso volutamente questo termine, è oggetto di resistenze anche quando questo rientra nella pianificazione esistente e quindi è assolutamente conforme. Sono segnali di insofferenza che non vanno ignorati. Alcune votazioni federali e cantonali hanno dato un esito che fa pensare che la nostra popolazione vuole uno sviluppo più sostenibile per il futuro. Dobbiamo intenderci su questo concetto molto ampio (ossia sviluppo sostenibile, ndr), che non è ancora stato concretizzato in maniera concorde fra i vari attori dello sviluppo economico e dello sviluppo territoriale.
 
 
A Berna è stato deciso che dal 2017 bisognerà modificare i parametri degli edifici in materia di risparmio energetico e di sostenibilità. Su questo fronte a che punto è il Ticino rispetto agli altri Cantoni della Svizzera?
Il Canton Ticino, non da oggi, investe in forma di incentivi degli importi considerevoli a favore di chi fa delle modifiche per migliorare l'efficienza energetica di uno stabile. Il PEC (Piano energetico cantonale, ndr) risale al 2008-2009, e gli stanziamenti negli ultimi 15 anni, con l'erogazione dell'ultimo credito quadro nel 2019, sono nell'ordine di, cito a memoria, 65 milioni di franchi su due crediti quadro. Credo quindi che il Ticino sia quantomeno allineato con quello che Berna richiede.
 
 
Quali sono le misure più probabili che si prenderanno nei prossimi anni per giungere ad uno sviluppo più sostenibile del territorio?
A mio avviso l'accento dovrà essere messo sulla pianificazione del territorio. Non bisogna però dimenticare che la situazione di diritto esistente dà facoltà ai proprietari di realizzare molte edificazioni senza particolari vincoli e gli eventuali vincoli dovranno comunque essere discussi e concordati. Non sarà un lavoro semplice. Credo che dobbiamo iniziare a chiederci in misura maggiore (di quanto fatto in passato, ndr), quando costruiamo uno stabile artigianale o industriale, in che modo sarà accessibile, se è ben servito dalle vie di comunicazione, quale relazione vi è con il trasporto pubblico, se esiste un piano di mobilità aziendale, (dopo il voto di domenica, anche chi saranno gli addetti che lavoreranno in quel luogo, quali saranno le condizioni salariali), che tipo di attività ad alto valore aggiunto potranno esserci (già oggi esistono alcune restrizioni in alcuni piani regolatori alle attività della logistica o dei limiti per le superfici di vendita). Questi sono i primi segnali di una pianificazione che non si limita più unicamente a stabilire altezza e larghezza degli edifici e gli indici di sfruttamento, ma vuole, secondo me a giusta ragione, guardare più in avanti.
 
 
Il concetto che si fa strada è quello di sviluppo sostenibile, ma non unicamente inteso in termini ambientali, ma anche sociali, dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e della qualità economica?
Non voglio travalicare le mie competenze, evidentemente sono solo il ministro del Territorio. Non si vuole nemmeno andare verso un'economia dirigista che dice “qui facciamo la fabbrica dei trattori”, di memoria di altri Paesi. Però quello che posso dire è che il territorio che ci rimane non è tanto, ed è in parte è già purtroppo “ipotecato” dalla pianificazione esistente. Io credo che quello che vogliamo fare di nuovo con questo territorio lo dobbiamo decidere a ragion veduta. Poi vi è tutto il discorso del recupero degli edifici dismessi.
 
 
Questo recupero degli edifici dismessi quanto potrà essere utile per una migliore pianificazione del territorio non ancora edificato?
Il recupero degli edifici dismessi è importante, ma la questione più che pianificatoria è finanziaria. Finché vi sarà buona disponibilità di terreni liberi quale che sia il loro prezzo sarà molto probabilmente inferiore a quello di un'operazione di recupero, che, a livello tecnico, è molto più onerosa.
 
 
Con il suo arrivo al Dipartimento del territorio è sembrato di percepire nell'opinione pubblica una sensibilità pronunciata a quelli che sono i problemi ambientali. Oggigiorno possiamo dire che il Cantone ha una sensibilità maggiore, mentre alcuni Comuni non hanno ancora questa sensibilità, quando si occupano ed esempio di elaborare i loro piani regolatori e di ragionare sul loro possibile sviluppo territoriale?
È difficile fare discorsi generalizzati. La pianificazione contiene questo elemento temporale differito, che rende difficile affrontare questo discorso. Mi spiego meglio: più della metà dei piani regolatori esistenti ha più di vent'anni, e quindi staremmo muovendo delle critiche non agli amministratori comunali di oggi, ma a quelli di vent'anni fa, che a loro volta prima di adottare quel piano regolatore sono usciti da altri dieci anni di discussione. Questi sono i tempi della procedura di adozione. Noi stiamo mettendo in discussione quindi una pianificazione di trent'anni fa. Ciò è legittimo, perché il territorio nel frattempo è cambiato in maniera importante, basta confrontare le fotografie di trent'anni fa con quelle di oggi. Dobbiamo renderci conto che è un territorio non infinito e che non possiamo sostenere questo tipo di sviluppo ancora a lungo.
 
 
Il Piano Direttore cantonale diventerà sempre di più uno strumento centrale per la pianificazione, sia territoriale, ma anche economica e dei settori di sviluppo strategici di questo Cantone?
Il Piano direttore ha già una valenza centrale ed è l'unico strumento a disposizione del Cantone, dato che la pianificazione, come detto, è un compito principalmente comunale. Vi è un altra soluzione secondo il quadro legislativo esistente, che è quella di adottare dei piani di utilizzazione cantonale per andare a fornire degli indirizzi di pianificazione in comparti ritenuti di importanza c antonale. Si può fare l'esempio del comparto Valera, dove il Cantone sta sviluppando proprio un piano di utilizzazione cantonale.
 
 
Questo vuol dire che, leggermente estremizzando, si va verso quello che poteva essere definito, qualche anno fa, un piano regolatore cantonale?
No. Sarebbe un escamotage voler parlare di piano regolatore cantonale introdotto con dei singoli piani di utilizzazione cantonali. Se questa dovesse essere la direzione occorrerà evidentemente un ripensamento legislativo. Nel quadro legislativo attuale il Cantone ragiona su un Piano direttore cantonale e interviene puntualmente con dei piani di utilizzazione cantonali.