Alessandro Curioni: "se non si spiega la tecnologia, si distrugge la fiducia"

Alessandro Curioni: "se non si spiega la tecnologia, si distrugge la fiducia"

Ottobre 06, 2018 - 00:12
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Alessandro Curioni, direttore del Centro di ricerca IBM a Zurigo, sarà fra i relatori ospiti della Fondazione Möbius, in occasione dell'evento del Premio Möbius che si terrà domani al LAC. Già ospite di Möbius per una conferenza sulla storia dell'IBM a Lugano lo scorso settembre, avevamo intervistato Curioni sull'azienda per cui lavora e più in generale sul tema dell'innovazione tecnologica.

 

Alessandro Curioni, IBM è un'azienda dalla storia centenaria. Qual è stato il filo conduttore di questa storia?
IBM è una compagnia che esiste da cento anni ed ha sempre avuto l'innovazione come motore del suo business. Nel corso di questo secolo abbiamo contribuito a delle innovazioni che hanno avuto un impatto globale fino ai giorni nostri, come quella della memoria dei computer, dei nastri magnetici per lo stoccaggio di informazioni, il mainframe e la democratizzazione del computing attraverso il personal computer, oltre a una serie di cambiamenti collegati alla tecnologia e al business. È nel nostro dna essere basati sull'innovazione e sull'attitudine a guardare al mercato e alle necessità del cliente, cambiando di conseguenza. Questo ci ha permesso non solo di sopravvivere, ma di svilupparci e avere un impatto, non solo per i nostri lavoratori e per le aziende che hanno lavorato con noi, ma per tutta la società.

L'IBM, nella sua storia, ha conosciuto anche momenti di crisi. Essere innovativi è sufficiente per sopravvivere?
Vi sono molti fattori. Uno di essi è l'abilità di adattarsi e cambiare. Un concetto che è valido per tutto nella vita. L'abilità di rendersi conto che quello che veniva fatto fino a ieri, domani non va più, bene è fondamentale.
Una peculiarità che abbiamo sempre avuto è stata che gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo sono stati costanti. Addirittura nei momenti di crisi abbiamo investito allo stesso modo, se non di più. Questo ha permesso di accumulare idee e innovazioni tali che quando si è voluto cambiare lo si è potuto fare velocemente, senza aspettare anni. Quando abbiamo introdotto il personal computer, negli anni ’80, gli stessi personal computer hanno quasi ucciso l'azienda. Avevamo dei profitti altissimi vendendo mainframe, con i personal computer poi i profitti sono calati. In pratica abbiamo perso clienti per un prodotto ad altro profitto e acquisito clienti che garantivano un profitto più basso. L'idea venuta al nostro ceo di allora, Louis Gerstner , è stata quella di capire con con le skills, le risorse e le capacità che avevamo accumulato, potevamo spostarci velocemente da una compagnia che faceva solo hardware a una compagnia che oltre all'hardware forniva servizi e soluzioni. Questo ci ha permesso di riprendere e sviluppare ulteriormente il business, con i risultati che abbiamo oggi.

Quanto conta invece la capacità di comunicare la propria innovazione, ovvero il marketing?
Il marketing e la capacità di comunicare il proprio valore è molto importante. Ma molto più importante è il valore reale che si crea. Per riuscire ad esistere per 110 anni ed essere in salute una compagnia nell'ambito delle tecnologie dell'informazione deve avere sostanza. Noi, specialmente oggi, stiamo cercando di creare la maggior sostanza possibile, che è l'unica cosa che sul lungo periodo permette di cresce e di cgenerare ulteriore valore. Il marketing da solo ha una vita corta.

Attualmente è molto dibattuta la questione della protezione dei dati. Ha fatto molto discutere il caso di Facebook e Cambridege Analytica. Qual è il vostro approccio a questo tema?
È un punto molto importante per noi. I dati sono di proprietà di chi li crea, dei nostri clienti. Non solo: anche il valore che si può creare applicando strumenti analitici o di intelligenza artificiale a questi dati deve essere di proprietà del cliente. Questo è il modo in cui lavoriamo ed è anche il modo per riuscire a creare nel futuro più fiducia e trasparenza in questo settore.

Crede che il vostro approccio risulterà vincente da sé, oppure ci sarà bisogno di un contesto legislativo più restrittivo rispetto a determinate pratiche?
Credo che queste problematiche, come l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, richiedano un lavoro condiviso fra aziende, società e politica. Come azienda abbiamo una forte responsabilità per fare in modo che a partire dall'azienda si lavori in modo giusto e sostenibile. Se creiamo dei modelli di intelligenza senza spiegare come sono stati creati, se non spieghiamo quali dati abbiamo utilizzato e non spieghiamo il loro funzionamento, a lungo andare distruggiamo la fiducia nel settore. Non ce lo possiamo permettere. Questo è il motivo per cui abbiamo messo regole chiare sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale, che deve aiutare l'uomo senza sostituirlo, sulla trasparenza dei modelli, in cui deve essere chiaro tutto ciò che utilizziamo, sulla proprietà dei dati, che è di chi li crea. Noi possiamo aiutare a estrarne valore e se lavoriamo assieme, assieme estraiamo valore. Ma deve essere una decisione del cliente, e non una decisione dell’azienda, che si prende i dati per farne qualcosa d’altro.