Ecco perché a Zurigo non sono le misure di accompagnamento che interessano

Ecco perché a Zurigo non sono le misure di accompagnamento che interessano

Luglio 06, 2018 - 12:00
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Ignazio Bonoli su L’Azione approfondisce la tematica dell’equivalenza in scadenza della borsa svizzera decisa dall’Ue, sul tavolo delle trattative per l’accordo istituzionale. Ad essere in pericolo potrebbe essere la sopravvivenza della borsa elvetica.

Se in Ticino ora quando si parla dei negoziati con l’Unione europea per l’accordo istituzionale, il termine più inflazionato è quello delle misure di accompagnamento (il consigliere federale a capo del Dipartimento degli esteri Ignazio Cassis si è detto disposto a trattare con l’Ue, che vorrebbe una loro abolizione), fra Zurigo e Berna quel che interessa è sicuramente altro.
A ricordarcelo è l’economista Ignazio Bonoli, già sindaco Ppd di Bregqnzona, in un recente articolo pubblicato sul settimanale Azione: “Le pressioni sulla borsa svizzera”.
“Forse non è stata presa subito sul serio la specie di minaccia formulata verso la fine dello scorso anno dall’UE nei confronti della borsa svizzera”, esordisce l’articolo dell’economista, che affronta gli sviluppi della decisione della Commissione UE di riconoscere solo per un anno l’equivalenza della borsa elvetica, un punto che inevitabilmente è stato messo sul tavolo delle trattative per l’accordo quadro”. Questo perché, nell’ambito delle trattative per l’accordo quadro, le autorità svizzere sembravano voler tirare le cose per le lunghe”, scrive Bonoli.
La prima reazione di Berna fu che “l’allora presidente della Confederazione, durante una conferenza stampa indetta il 21 dicembre, aveva letto una dichiarazione del Consiglio federale, nella quale si diceva che il governo aveva incaricato il Dipartimento delle finanze di Ueli Maurer di presentare entro fine gennaio 2018 proposte al Consiglio federale, tendenti a rinforzare la borsa e la piazza finanziaria svizzera”, spiega Bonoli. Nella stessa dichiarazione si poneva in primo piano la soppressione della tassa di bollo”. Soppressione che, a metà del “countdown” della scadenza dell’equivalenza, è però ancora nei cassetti dell’amministrazione federale. Operazione questa che, spiega Bonoli, non è peraltro nemmeno ritenuta come una priorità dagli esperti del gruppo «Futuro della piazza finanziaria», creato dal Consiglio federale e diretto dal professor Aymo Brunetti. La priorità individuata sarebbe invece quella di “una completa riforma dell’imposta preventiva”. Il motivo è spiegato dall’economista ticinese. “Le grandi imprese svizzere si servono spesso dei mercati esteri per emettere i loro prestiti ed evitare così il 35% di imposta preventiva”, scrive, “che all’estero, per emittenti esteri, è applicata solo in parte o perfino non prelevata. Si è calcolato che una diversa impostazione dell’imposta preventiva presso i grandi gruppi svizzeri potrebbe portare a un valore aggiunto tra i 300 e i 600 milioni di franchi, contribuendo così ad attirare o mantenere in Svizzera circa un migliaio di posti di lavoro, in campo finanziario, ben pagati”. Il gruppo di esperti chiede un’applicazione che “esentando le emittenti estere, favorirebbe l’attrattività internazionale del mercato elvetico”. Ad arenare la pratica ci ha però pensato l’attesa per l’esito dell’iniziativa sul segreto bancario, “che creava certe incompatibilità sul piano fiscale. L’iniziativa è stata ritirata e, nonostante qualche difficoltà di procedure, in rapporto con il segreto bancario interno e il fisco, si potrebbe ora riformare l’imposta preventiva con impatto finanziario neutro”. “Viste le connessioni”, scrive Bonoli, “il Consiglio federale punta, però, sulla riforma della tassazione delle imprese e prevede il voto su un eventuale referendum nel febbraio 2019. Seguirebbe anche un nuovo voto sulla tassazione delle famiglie (soppressione della penalizzazione delle coppie sposate) e poi la riforma dell’imposta preventiva”.
Nel frattempo come misura di ripiego il Consiglio federale ha messo in campo il “chiedere alle borse delle piazze europee come Francoforte o Parigi, attraverso un’ordinanza, di riconoscere l’equivalenza della borsa svizzera anche dopo il 2019”.
Una perdita dell’equivalente impedirebbe alle borse europee di trattare titoli svizzeri. La posta in gioco è dunque molto alta. “Circa la metà delle transazioni sui «Blue-Chips» (in pratica le principali aziende quotate in borsa, ndr) provengono dall’area UE e la borsa svizzera potrebbe anche non sopravvivere a un tale salasso, oppure lasciare la piazza svizzera”, scrive eBonoli. “Per il momento, la situazione non è ancora così tragica. Quello della borsa è un altro mezzo di pressione verso l’accordo quadro da trovare con la Svizzera, dopo di che il problema si risolverebbe da solo”.