Facebook: i colpevoli siamo noi

Facebook: i colpevoli siamo noi

Marzo 28, 2018 - 06:50

Facebook: lo abbiamo sempre saputo, ma ci andava bene lo stesso?

Il mondo della comunicazione sta cambiando
L’aggressione ai giornalisti (anche della RSI) subita l’altro giorno a Carcassonne non è un fatto isolato. La testata di Spada al giornalista della RAI a Ostia ce la ricordiamo. Va detto: conosciamo anche le violenze che faceva la polizia al giornalista Klaus Rosza a Zurigo quando andava a vedere come stavano trattando gli studenti alla fine degli anni ’80.
Ma quindi tra ieri e oggi niente è cambiato per i giornalisti? Non è proprio così.
La novità è che oggi il giornalismo sta assumendo una nuova vita. E sta accadendo perché la realtà virtuale sta cambiando il nostro accesso alle informazioni. Prima che arrivasse il web 2.0 il giornalismo era quella che chiamerei la nostra “porta sul mondo quotidiano”. C’erano anche libri, riviste e televisione, chiaramente. Certo c’erano le notizie importanti date dai telegiornali. Ma quasi tutte le restanti notizie quotidiane erano nei giornali, ed erano le più fresche.
I giornalisti avevano una funzione ben precisa: erano i tutori della verità. Non la potevi controllare, quindi ti fidavi di loro. Loro dovevano controllare la fonte. E il plusalismo giornalistico garantiva un certo gioco di controlli incrociati.
Oggi tutto questo è cambiato, siccome la comunicazione foto e video è nelle mani di ognuno di noi. Non hai più bisogno di un giornalista per amministrare le prove di quello che si dice: vengono mostrate direttamente da natel in natel. E per ora (ovvero finché non ci saranno manomissioni perfette di foto e video) ci fidiamo di quelle foto e di quei video.

Ma allora cosa fa il giornalismo?
Oggi un giornale stampato è vecchio per definizione. Le notizie ci arrivano già in tasca con velocità estrema da tutto il mondo, i social media inviano informazioni veritiere. Il giornalismo, che fa fronte a una crisi di entrate pubblicitarie senza precedenti, è quindi cambiato, in due modi:
da un lato l’informazione è diventata spettacolo. Ormai la quotidianità è un nuovo reality show. Il caso di Rupperswil ad esempio: dopo settimane di bombardamento mediatico su una non-notizia (“gli daranno l’ergastolo a vita o l’internamento a vita?”) creata ad arte per suscitare suspence, hanno poi trasmesso il processo in live-ticker (ovvero il sito che ogni due minuti ti dice cosa sta succedendo, come le partite di calcio). Succede perfino con le elezioni, una cosa proprio da cretini: se andate a vedere le notizie degli spogli elettorali potete leggere (ad esempio su tio.ch) cose del tipo “Pelli al fotofinish”. Cazzate! Si vota tutti insieme, l’annuncio dei risultati dipende casualmente da come vengono contate le schede, mica è una gara podistica.
Dall’altro lato le pretese verso il giornalismo d’inchiesta diventano altissime. Il giornalista deve portare prove pure, qualcosa che sia più interessante delle foto e video che ci scambiamo io e te. E quindi deve infognarsi ancor più nel torbido. Chi fa reati è oggi ancor più guardingo di ieri: sa bene quanto è rapida la circolazione di notizie e quindi quanto è alto il rischio di finire nella morsa della stampa. Questo non è male, ma il problema è che anche chi non fa reati sa bene quanto sia pericolosa l’attenzione dei giornalisti, che si addentrano sempre più nelle vite delle persone. Il rischio di essere messi globalmente (!) alla gogna è altissimo, soprattutto quando i giornali gonfiano troppo la notizia. Il risultato è una certa chiusura a riccio di chi viene osservato dalla stampa, come ad esempio i tribunali penali (paradigmatico qui il caso del figlio di Ueli Maurer).

Tra giornalismo e vita sui social
Eppure il giornalismo è importantissimo. Perché è l’unica via per disarcionare il senso comune e l’omertà che coprono i peggiori traffici finanziari e le bugie dette dai politici o dai banchieri. Bisogna insomma proteggerlo, incentivarlo. Ma nel contempo evitare che massacri sé stesso attraverso le mire monopolistiche di alcune testate.
Ma perché parlo di giornalismo, visto che l’argomento centrale è facebook? Ne parlo perché bisogna avere uno sguardo ampio sul nostro accesso alla quotidianità. Perché, come disse il teorico tedesco: “Quello che sappiamo della società e del suo mondo lo sappiamo quasi esclusivamente attraverso i mass media”.
In questi giorni scopriamo (cazzate. Lo abbiamo sempre saputo) che facebook fa il grano vendendo i nostri dati privati. O meglio: facebook, tracciando le nostre preferenze, i nostri like, le nostre comunicazioni, riesce a targettizzarci. Veniamo messi in una categoria. E poi vendono spazi pubblicitari diretti a noi oppure vengono inviate notizie che servono a orientare la nostra attenzione verso quella o questa comunicazione.
La nostra percezione della realtà, che come detto passa attraverso la lettura dei mass-media (oggi sempre più: attraverso la lettura dei social-media) viene così orientata in questa o quella direzione. Si tratta di “armi di distrazione di massa”, si potrebbe dire. Che, siamo per favore in chiaro su questo dettaglio, hanno comunque come obiettivo l’aumento della redditività dell’azienda che le gestisce.

È che i social media sono così comodi…
La grande differenza fra la generazione dei miei genitori (io sono classe 1986) e noi è che loro hanno vissuto il mondo senza internet, noi no. Mia mamma ha portato il primo computer a casa che ero ancora all’asilo, il mio maestro ci aveva messo il Macintosh in classe in seconda elementare. Erano visionari e io sono loro grato.
Ma dobbiamo essere in chiaro: non è un caso se dopo pochi anni dalla creazione di facebook, i nostri genitori sono arrivati sui social-media e li hanno subito amati. Hanno ritrovato centinaia e centinaia di contatti che nella “vecchia” società si sarebbero considerati finiti. Facebook ha riaperto la possibilità di sentire chi non sentivi più nelle varie parti del mondo, non è come per noi giovani dove i social media servono a stabilizzare le conoscenze che stai facendo.
E quindi, mentre noi giovani stavamo regalando a Facebook i nostri dati personali, le generazioni più grandi (che in teoria dovevano essere più attente, siccome conoscono i lati negativi del mondo) non ci hanno messi in guardia perché sono stati rapiti anche e più di noi da quel nuovo ben di Dio che era la comunicazione iperveloce.
 
 
Segue la seconda parte
Filippo Contarini