Facebook: i colpevoli siamo noi (parte seconda)

Facebook: i colpevoli siamo noi (parte seconda)

Aprile 08, 2018 - 08:08

Facebook: lo abbiamo sempre saputo, ma ci andava bene lo stesso? Qui la prima parte.

Segue dalla prima parte (qui)
 
Ma chi la decide, la vostra comunicazione?
Riapriamo lo sguardo.
C’è una novità nel mondo del web di cui non si è parlato molto in questi giorni: google ha cambiato la sua ricerca delle immagini. Prima, quando trovavate un’immagine, google vi dava il link direttamente di quell’immagine (tasto “vedi immagine”). Questo non è più possibile, vi fa al massimo andare nel sito che ha l’immagine e poi ve la dovete trovare da soli. Pure il link dell’immagine dovete trovarvelo da soli.
Questa è una dimostrazione che internet non è neutrale. Internet dipende da alcune decisioni, fatte in un ufficio da qualche parte del mondo. In questo caso una decisione presa a Mountain View (California) cambia l’atteggiamento di ricerca di miliardi (!) di persone. Lasciate stare se sia una decisione giusta o meno (in particolare riguardo tutta la questione dei diritti d’autore): basta notare che se cambi un tasto, cambia il comportamento delle persone.
Si tratta di decisione che giuridicamente vengono definite “private”. Così come facebook, che è un’azienda “privata”. E fa niente se funziona esattamente come una piazza: si tratta di regimi extra-costituzionali, che mettono fuori uso tutte le conquiste fatte nel nome della garanzia dei diritti e dei beni comuni vinte negli ultimi decenni. Assistiamo ad una privatizzazione della nostra vita pubblica e della nostra quotidianità e nemmeno ce ne accorgiamo.
E così facebook cambia l’algoritmo (nelle ultime settimane hanno cambiato il funzionamento del wall, ora le notizie vengono distribuite in modo diverso) e ci si comincia a lamentare. Il problema: è un lamento consumistico, non un lamento sistemico. Non ci si lamenta che facebook fa come gli pare con la nostra quotidianità. Ci lamenta che il servizio all’utenza – da privato a privato – non è come lo vorremmo.

L’ingenuità è una colpa
Io non sono più su facebook da anni proprio a causa di un cambio evidente dell’algoritmo: era il 2014, se non sbaglio, e improvvisamente facebook mi faceva leggere quasi solo cose di sinistra. Me ne andai a gambe levate: era evidente che mi stavano “targettizzando”. Io invece volevo sapere cosa dicevano gli altri, non quelli che la pensano come me!
Io ho sempre pensato che l’ingenuità sia una colpa. E lo dico da persona ingenua, sia ben chiaro. Io mi fido tantissimo delle altre persone. Anche io ho spessissimo un atteggiamento consumista, non lo nego. Ma ho come l’idea che ci stiamo fidando un po’ troppo di aziende che, con decisioni in-trasparenti prese in uffici sconosciuti, cambiano il modo di comportarsi di miliardi di persone.
Diciamocelo: per avere la comodità di leggere cosa pensano tizio e caio, ovvero per lenire i nostri sensi di solitudine, invece di andare al bar a giocare a carte stiamo su facebook a regalargli un po’ di nostri dati. Siamo insomma un po’ coglioni, ognuno a modo suo.
Il problema certo non riguarda solo facebook. Io ad esempio, sempre per questa benedetta comodità (ben studiata da Cass Sunstein, che la chiama “principio di inerzia” nel suo libro “Choosing, not to choose”), non è che sono così attento nel modo in cui uso internet.
Mentre gli attivisti di sinistra seri, p.e., usano sistemi sicuri anche di navigazione online. Non vogliono dare i loro dati a google (e nemmeno ai servizi segreti).

Dare in mano la nostra vita al web?
Uno dei grandi pericoli della nostra società sono le cosiddette tethered technologies. Ovvero il controllo dei nostri natel da remoto p.e. in California. Un esempio: se tirano fuori il nuovo i-phone, quello vecchio comincia a lavorare più lentamente (ta-dan!). Loro posseggono completamente qualcosa che noi non siamo assolutamente in grado di capire, né controllare: l’accesso al tuo natel direttamente da Cupertino. Siamo utenti completamente nudi di fronte all’innovazione tecnologica.
Si tratta della creazione di nuove dipendenze: per riuscire a capire dove il californiano sta cercando di fotterti hai ora bisogno di un informatico (o un’informatica!) professionista che ti spieghi come difenderti. Siamo sempre più dipendenti dagli esperti, stiamo insomma cedendo notevoli parti della nostra sovranità intellettuale.
E questa è la parte più ironica di tutta la faccenda: da un lato cediamo la nostra sovranità umana alle aziende virtuali. Contemporaneamente cediamo la nostra sovranità fiscale alle multinazionali e ai milionari che ci tengono in scacco minacciando si andarsene (scrissi un articolo anni fa su ticinolibero sulla questione – purtroppo andato perso). Dall’altro lato però votate partiti sovranisti come la Leg,a che vende la sua politica con lo slogan “padroni in casa nostra”. Altre cazzate.

Ricolleghiamoci alla discussione sul giornalismo
Il mondo della comunicazione sta cambiando. Il web 2.0 ci ha portato, come detto, due grandi novità:

  • da un lato l’interconnessione con altri esseri umani che vivono distanti da noi;
  • dall’altro la possibilità di vedere foto e video, ovvero di avere prove fresche su qualsiasi affermazione venga fatta.

Sostanzialmente il vecchio giornalismo, quello che ci connetteva con il mondo e che ci garantiva la veridicità di quello che ci diceva, è stato pian piano sostituito dai social media. Ma, cosa non di poco conto, quel giornalismo una volta lo pagavamo, mentre i social media no.
I social media li paghiamo con i nostri dati, ovvero con la targettizzazione e con il direzionamento della pubblicità (economica, politica, ecc.) sui nostri profili. Contemporaneamente facebook, avendo ormai ottenuto i dati di tutti, ha eliminato grandi fette di giornalismo dal suo orizzonte.
Questa evoluzione è pericolosa per la società democratica, in senso stretto e in senso lato. Il giornalismo è una struttura portante della modernità. Una delle prime leggi fatte dal nuovo Stato federale in Svizzera nel 1849 era proprio sulla libertà di stampa. Non c’è liberalismo senza libera stampa.
Il problema è però che sta cambiando il concetto di stampa! E, con esso, i concetti di conoscenza, di quotidianità e i democrazia.

Verso una società meno democratica – che fare?
Come spiega Giorgio Agamben, stiamo andando verso una società della sicurezza. Stateci attenti: i conservatori – servi del capitale globalizzato – vanno tutti in quella direzione, dai Gobbi ai Farinelli.
Si vedono rapidamente arrivare anche da noi “rapporti cinesi”: un inscatolamento dei diritti democratici intesi come diritti di pensare altro che non sia il senso comune. La stampa, che sta perdendo il suo dominio discorsivo sulla società, invece di garantire quel sano elemento del dubbio che è base di una democrazia matura, gioca a braccetto dei conservatori nel suo nuovo ruolo di player economico.
Ecco allora un giornalismo nuovo, aggressivo, che elabora un agenda-setting sempre più basato sullo scandalismo. Chiaramente in queste condizioni una stampa di sinistra – dubitativa e democratica – non può che soccombere. Gioco facile in queste condizioni per una mandria di mandarini tecnocrati eterodiretti d’arrivare ai posti del potere. Venite a guardare le nostre università e vi accorgerete quanto siano depoliticizzati – e quindi manipolabili – i nostri studenti.
A queste innovazioni bisogna rispondere in due modi:

  • da un lato sviluppare una coscienza civile di tutela della propria privacy (a costo anche di essere tacciati d’essere pericolosi. Proprio come dice Erdogan contro i giornalisti liberi che usano delle app irrintracciabili sul natel).
  • Dall’altro politicizzare in modo rigoroso la propria attività universitaria. Bisogna rimettere in moto la macchina delle associazioni studentesche e professionali al di là dei sindacati. Non bisogna più associarsi solo per motivi corporativi (ovvero a garanzia del proprio stipendio). Bisogna ricreare una nuova idea di cittadinanza, basata sul mutuo aiuto a prescindere dal soldino in saccoccia. Bisogna creare associazioni di informatici di sinistra, di giuristi di sinistra, di economisti di sinistra, di linguisti di sinistra, ecc.

La società tecnocratica si nutre della presunta neutralità della scienza e degli esperti. E invece li usa, permettendo poi alla spettacolarizzazione del quotidiano di banalizzare qualsiasi cosa. Senza che nessuno riesca rapidamente a formulare contro-opinioni.
È una guerra comunicativa fra bande e l’unico modo per reagire e riprenderci in mano il nostro quotidiano è allora provare a dominare qualitativamente quella comunicazione, impedendo che lo show si mangi tutto quel che ci resta.

Filippo Contarini