"Il museo deve ampliare la sua visione"

"Il museo deve ampliare la sua visione"

Maggio 03, 2018 - 21:30
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Oggi a Lugano è stata presentata la mostra “Il samurai. Da guerriero a icona” (vedi qui), la prima di tre mostre temporanee che si terranno al Museo delle Culture (Musec) di Lugano prima dell’apertura ufficiale prevista per la prossima primavera. Abbiamo intervistato il direttore del Musec.

Francesco Paolo Campione, oggi avete presentato la prima mostra del Museo delle Culture nella nuova sede di Villa Malpensata, "Il samurai. Da guerriero a icona". Come mai avete deciso di partire con questo soggetto?
L'esposizione presenta forme d'arte diversa: armature, stampe, fotografie. È un percorso storico, nella storia delle immagini, e che accompagna la scoperta non solo del samurai in carne ed ossa, ma anche della sua immagine. È un’esposizione che si propone come una piattaforma multidisciplinare, orientata al futuro e senza complementi di specificazione.
In secondo luogo la mostra vuole essere un ringraziamento profondo che il Museo fa ai tanti collezionisti che ci hanno sostenuto in questi anni. Le opere esposte provengono tutte da collezioni donate al museo. In particolare le armature vengono dalla collezione di Paolo Morigi, che è stato il primo grande sostenitore del Museo. Ciò presenta un legame importante con la nostra filosofia e il nostro modo di agire, che vuole privilegiare innanzitutto il rapporto con i collezionisti.

Lei ha detto in conferenza stampa che la globalizzazione sta portando alla scomparsa dei confini, oltre che fra le culture, anche fra gli oggetti. Da qui la multidisciplinarietà che caratterizza la vostra proposta. In questo contesto come si riesce a dare una sua caratterizzazione a una proposta museale?
I musei di etnologia sono in parte avvantaggiati in questo, perché considerano l'oggetto già da molti punti di vista, sia per quanto riguarda gli oggetti di cultura materiale che l'oggetto d'arte. Il punto centrale credo sia quello di riconsiderare il sistema dei valori che è intorno al giudizio di ogni oggetto. Si deve inserire altre categorie e parametri di giudizio, al fine di allargare la visione a più dimensioni. Siamo obbligati a fare questo, non possiamo più leggere “solo” come un’opera d'arte un dipinto o una scultura. C'è un mondo di valori sociali, culturali, economici, e persino valori fisici e chimici, legati agli oggetti e alla loro conservazione, alla loro materialità. Il 21esimo secolo sarà il secolo in cui le opere d'arte assumeranno uno statuto più ampio di quello che abbiamo ereditato dalle discipline del passato.

Questo cambia anche il ruolo sociale dei musei?
Il ruolo sociale del museo è molto antico. Riguarda la conservazione. Non credo che questo ruolo verrà  modificato molto. Il museo rimarrà il luogo della conservazione e della memoria collettiva. Cambierà invece il modo in cui l'opera d'arte e le collezioni verranno lette e fruite, cambierà il modello di organizzazione economica, come pure il modello gestionale. Il valore sociale del museo è però collegato a qualcosa di molto profondo e antico. Racconta il bisogno dell'uomo di conservare quello che "fugge", l’immateriale: la memoria appunto.

Cambierà il modo di selezionare quello che è opportuno conservare?
Sicuramente si allarga il ventaglio epistemologico. Il vecchio museo di etnologia non ha più senso. Oggi si conservano le memorie che riguardano culture lontane, ma pure le arti applicate, la fotografia, la grafica. Non si può più fare una distinzione di generi o materiali come avveniva nel museo di venti o trenta anni fa. Oggi occorre una lettura più complessiva della realtà. Bisogna restituire, a coloro che sono interessati, una multidimensionalità della memoria.

Come proseguirà l'attività del museo in vista dell'apertura ufficiale prevista per la prossima primavera?
Avremo altre due esposizioni temporanee. A settembre vi sarà un’esposizione sui pettini ornamentali, dai sumeri alla Belle Époque: 1'100 pettini che sono meravigliose opere d'arte applicata.
A dicembre avremo un'esposizione sulle ceramiche degli Asurini. Sono un popolo della foresta Amazzonica che decorava con delle resine colorate e lucide delle terre crude, riportando i disegni caratteristici dell'arte del corpo di quei popoli. È un episodio molto interessante e singolare, che ci riporta alle radici stesse dell'antropologia dell'arte.

Il Museo delle Culture ha trovato ora la sua sede a Villa Malpensata. Come si inserisce questo museo e quali sinergie si possono trovare con la scena culturale luganese, che negli ultimi anni ha conosciuto un'importante espansione?
Naturalmente c'è un piano generale di interazione fra le organizzazioni culturali della Città. Andrà precisato mano a mano che i nostri programmi diventeranno sempre più articolati e interconnessi. Lugano ha conosciuto una crescita che richiede l'elaborazione di nuove strategie di comunicazione e di collaborazione. Su questo fronte è importante muoversi, e lo stiamo facendo.