Il natel dei terroni

Il natel dei terroni

Settembre 01, 2017 - 12:00

La Svizzera dei passaporti esiste sul serio?

Storia nostalgica di un natel svizzero che non c’è più
Se siete sufficientemente vecchi, ma non ancora troppo rincoglioniti, vi ricordate sicuramente che chi in Ticino diceva ad alta voce la parola “cellulare” provocava un allegro tiro al piccione da parte della folla: Badino! Terrone! Tajan! Non si diceva “cellulare”, e nemmeno si diceva “telefonino”. No, se eri in Svizzera potevi dire solo e soltanto NATEL!
Non erano tanti anni fa, eppure viene da chiedersi come sia possibile che questa differenza antropologica maggiore, questa espressione di identità in nuce, questa purezza elvetica, sia stata messa nel cassetto dei ricordi.
In quattro e quattr’otto, sotto le picconate delle pubblicità per i nuovi “smartphone” americani o coreani, ormai nelle nostre tasche abbiamo i noiosissimi “telefonini”. Notabene: creati apposta per noi “stupiduser”.
 
La svizzerità, questa sconosciuta
Mai lo sai cosa vuol dire natel? Singifica “Nationales Auto-telefonnetz” (rete nazionale telefonica per le auto, vedi Wikipedia). Quando compravi la SIM dalle PTT, c’era scritto sopra in bella mostra la parola magica: NATEL®. Che non c’era se avevi la diax, ad esempio, ma lo chiamavi natel lo stesso.
Perfino i numeri nella rubrica li salvavi distinguendo fra Giangi Casa e Giangi Nat. Il natel era uno status, definiva la svizzerità. Come la bandiera quadrata, l’assenza di un primo ministro e i treni che arrivano in orario, nessun altro aveva questa componente fondamentale del collante sociale che distingueva noi dagli altri.
Un collante che funzionava anche se la stragrande dei ticinesi, quelli del tiro al piccione, non avevano nessuna idea di cosa significasse quella parola oscura: “Natel”.
Si passavano le ore in spiaggia con gli amici del sud, a spiegare che no, noi svizzeri lo chiamavamo in un altro modo. E che su questa sfaccettatura della nostra cultura, che contribuiva alla nostra definizione identitaria, non eravamo disposti a indietreggiare. E chissenefrega se nessuno ci capiva, o se addirittura ridevano sentendo la parola assurda. “Natel? Che vvor di’?”.
 
Come tutelare la svizzerità?
Stiamo facendo una discussione da bar, è evidente. Eppure questa discussione ci può dire qualcosa su di noi, sulla nostra cultura.
Ci abbiamo messo circa 5 minuti, sotto le picconate del commercio interconnesso globale, a cambiare il nome di un oggetto che da 15 anni è nelle tasche di tutti noi. È indispensabile, eppure non ci interessa sul serio come si chiama. Anche perché diciamocelo: a cosa ti serve usare un nome che nemmeno sai cosa significa?
Tutto questo non vale solo per il Natel: la mitologia si scioglie pian piano. Nel 16° secolo i cantoni svizzeri, quelli che ci mandavano giù i landfogti (sai cosa vuol dire?), creavano un’immagine della Storia svizzera. Winkelried. Morgarten. Sempach. E poi più tardi la festa di Unspunnen, che ha fini solo turistici. Il Leone di Lucerna, che condanna tra le altre cose pure l’indipendenza del Ticino. Il 1° d’agosto che è stato inventato a fine Ottocento per festeggiare un anno di fondazione inesistente.
E che dire dell’inno svizzero, scritto un monaco che dipendeva non dalla svizzera, ma da un abate a Roma?
 
La Svizzera non esiste
La frase di Ada Marra di quest’estate non era sbagliata.
Certo, si può continuare a pensare, nell’ovatta della nostra brava sicurezza, che la Svizzera sia una cosa tangibile. Che lo star bene fisicamente e materialmente significhi “Svizzera!”. Che la svizzerità si sviluppi nel guardare una partita di calcio (gioco che, vorrei ricordare, si fa seguendo regole decise in modo antidemocratico in Inghilterra).
Fare l’esercizio, forse antropologicamente discutibile, della discussione da bar sui simboli svizzeri che scompaiono (come il natel) può allora servire: distinguere tra atteggiamenti culturali profondi e atteggiamenti identitari superficiali.
Quest’estate non so voi cosa facevate, ma io ero con dei bambini a campeggiare nelle alpi glaronesi. Non parlavamo la lingua del posto, eppure c’era una volontà di mettersi in discussione da parte nostra. E una capacità commovente di dimostrarsi umili e accoglienti con noi da parte dei contadini locali. Abbiamo provato a uscire dalla superficialità.
E improvvisamente abbiamo scoperto una Svizzera che non conoscevamo. Là, in quelle impervie valli sopra Näfels, i nostri contadini ci hanno cominciato a spiegare che allevavano vacche sui terreni del comune e che la metà dei loro incassi dipendeva dalla Confederazione. Altrimenti muoiono di fame. Questo non ha niente dell’immagine dei contadini svizzeri fieri e mitologizzati come persone che ce la fanno da sole, autonome contro lo Stato.
Ma cos’è allora la Svizzera? Il mito, o la realtà?
 
La discussione sul passaporto di Cassis
In questi giorni è di grande attualità la discussione, centrale per le sorti del Mondo, se Ignazio Cassis dovesse o meno restituire il suo passaporto. Questa discussione mi fa schifo, e non solo perché il partito liberale è anche figlio dei rivoluzionari italiani di metà Ottocento.
No, mi fa soprattutto schifo perché si parla di Svizzera mitizzando un’idea di Nazione che nulla ha a che vedere con la gente normale come me e te.
La nazionalità è una porcheria di secoli fa che non sta facendo altro che intralciare l’evoluzione politica nel mondo del Duemila! Noi, “stupidusers”, siamo quotidianamente controllati dagli “smartphones” senza nemmeno renderci conto che ci potrebbero spegnere il telefono da remoto in ogni secondo. Noi, gli svizzeri, accettiamo le Condizioni Generali d’Utilizzo di youtube senza nemmeno leggerle.
Ma a che serve la Svizzera, se nessuno ha più né responsabilità culturale, né direzioni dove andare? A che serve questa nazionalità, che nemmeno si ricorda quanto hanno combattuto i ticinesi in Spagna contro il nazifascismo? Stiamo all’oggi: i contadini di Glarona vivranno meglio grazie alla vostra idea di una Svizzera che esiste solo sulla carta?
 
Per uscire dalla Svizzera di carta ed entrare nella Svizzera concreta
Siamo chiari: se non diamo una direzione chiara alla Svizzera, qua i nazisti e i neofascisti, persone violente, antidemocratiche e per l’appunto antisvizzere, si prenderanno sempre più spazi. Giocano con la storiella del passaporto, intanto si raggruppano impuniti nelle nostre città.
Allora proviamo a pensare un’altra dimensione, meno di carta e più concreta. Rinunciamo a questo concetto obsoleto che è il passaporto e cominciamo a parlare di come vivere la nostra vita di comunità, di come gestire l’accoglienza senza creare ghetti, di cosa pretendere da chi costruisce i nostri quartieri. Basta con i privilegi fiscali, basta con l’inquinamento, basta con il dumping. Tutto questo non dipende da un pezzo di carta, ma dipende dalla concretezza delle scelte di tutti i giorni.
E quindi, invece di interessarci di quale pezzo di carta abbia Cassis in tasca, non potremmo cominciare a chiedergli quali idee per la nostra comunità abbia in testa?
 
Filippo Contarini