L'amico di famiglia e la sinistra che sta a guardare (parte seconda)

L'amico di famiglia e la sinistra che sta a guardare (parte seconda)

Luglio 18, 2018 - 19:00

Facebook, l'algoritmo e il riconoscimento facciale. Prosegue dalla prima parte.

Segue dalla prima parte (qui)
 
Stiamo adottando gli automatismi virtuali alla nostra vita reale
Di fronte a questa situazione nuova molto – se non tutto – cambia. La nostra democrazia liberale si fonda sulla piazza libera e sui giornali. Prima non era così: l’agorà non è mai stata un luogo libero, ma sempre classista. La piazza liberale è invece cosmopolita. Poi la radio e la televisione hanno cominciato a cambiare i margini della nostra spazialità, senza avere però elementi di feedback al loro interno. Il fax e l’e-mail hanno inserito i primi feedback mediali, infine internet 2.0 ha creato la nuova piazza.
Noi ci stiamo abituando a questa nuova dimensione dello spazio pubblico, ovvero: stiamo accettando di vivere sempre più le nostre relazioni sociali in uno spazio privato pensandolo come se fosse uno spazio pubblico (ma lo ripeto: non lo è). Stiamo quindi assistendo a una privatizzazione della nostra vita sociale. È strano: dopo aver conquistato la piazza, ora vi rinunciamo.
Si somma che la rete delle nostre relazioni non è più forte come nell’Ottocento, non ci identifichiamo più in una passione o in un messaggio. Al massimo ci identifichiamo in una marca (“dio che buono il gin del Bisbino!” “ah sì, finalmente un prodotto che viene dal posto!”). L’adozione di quelle logiche (lo ripeto: logiche!) di privatizzazione dello spazio pubblico ha deformato la nostra normalità, e con essa le nostre “antenne” che ci indicano dove sono i pericoli.
E così il riconoscimento facciale di Facebook invece di terrorizzarci ci rassicura. Siamo tutti rincoglioniti, io compreso che ho un natel che mi fa entrare con l’impronta digitale. Non ci fa paura che un idiota a Cupertino conosca i nostri dati biometrici, ci rassicura che lui possa impedire che tizio o caio pubblichino la nostra foto.

Il riconoscimento facciale alla Resega
Dello spazio pubblico non ce ne frega più niente. Non ce ne frega più niente nemmeno che ci abbiano espropriato il nome della pista di hockey della città, chiamandola con il nome di un’azienda si fa i soldi grazie alle carte di credito (Cornèr) e ha sede anche a Lussemburgo e alle Bahamas (avete già cercato le parole “panama” e “cornèr” insieme su google?).
Siamo pagatori di tasse, eppure poco ci interessa del nostro suolo pubblico. E così ora nella Cornèr-arena grazie alle telecamere registreranno i dati biometrici dei tifosi e noi non ci scandalizziamo. Signore e signori, ma porco cane: lo avete letto il libro “1984” di Orwell? Costa 15 franchi, nelle biblioteche comunali ve lo prestano gratis. Là si parla del Grande fratello. Orwell lo ha scritto 70 anni fa, eppure è di un’attualità sconvolgente.
Quello che sta succedendo è pericoloso: nella pratica del quotidiano lo Stato riesce a trovare la legittimazione per adottare dispositivi del controllo di carattere dispotico. Come dice il Professor Eicker, penalista a Lucerna, siamo di fronte ad un’anticipazione del momento penale. Sempre più vogliono punire i nostri pensieri.
Grazie ad un controllo capillare dei nostri movimenti grazie alla registrazione del nostro volto con le telecamere posizionate su tutto il territorio le nostre azioni possono essere interpretate senza che effettivamente corrispondano alla nostra volontà. La volete chiamare sicurezza? Volete sul serio la società senza rischi?
Siate coscienti che le prime vittime sarete voi. Le vostre idee. La vostra capacità di reazione. Se non alzate la voce quando si parla di registrare i dati biometrici negli stadi, allora domani non sarete più credibili quando alzerete la voce sull’abuso sui vostri diritti.

Il problema della vecchia sinistra dei settantenni
E la sinistra che fa? Sta a guardare, evidentemente. Infarcita di persone stanche che hanno paura anzitutto di perdere la loro pensione, una generazione figlia di crescita economica senza limiti ai costi del nostro ambiente e delle nostre relazioni sociali, si sono adagiati sulla banale critica delle idee. L’unica critica è arriva è di un manipolo di comunistelli che invece di costruire reti alternative si mette sul piedistallo e indica col dito.
Il grande errore dei nostri giovani è continuare a leggere libri vecchi. Nel 1848, quando Marx scriveva il manifesto comunista con Engels, stavano comparendo l’illuminazione pubblica e il treno a vapore… Oggettivamente chi ancora legge quella roba fa il gioco degli stessi vecchi impauriti e familisti che critica.
A sinistra non si riesce a cogliere il ruolo degli informatici come contro-esperti (sulla società del rischio si leggano i sociologi tedeschi ormai lontani dall’analisi durkheimiana della divisione del lavoro: Ulrich Beck, Niklas Luhmann, in italiano molto brava è Elena Esposito. E pure Zygmunt Baumann, sebbene post-marxista, legge con attenzione le evoluzioni. Anche post-marxisti sono i bravi Nick Srnicek e Alex Williams).

Creare le case del popolo 2.0!
Una sinistra responsabile dovrebbe invece affiancare alla sua struttura territoriale una struttura di difesa virtuale. P.e. bisognerebbe aprire una sezione cantonale di hacker di sinistra. Bisogna creare una casa del popolo virtuale di sinistra.
Tempo fa c’era un progetto, Terramatta. Era innovativo e vecchio assieme. Innovativo perché aveva visto nella nuova piazza virtuale una sfida. Vecchio perché (a partire dal nome) traslava le allucinazioni sessantottine nel contemporaneo. Niente analisi dei nuovi bisogni politici, sembrava di essere nell’aula 20 della magistrale. Du’ palle…
Mancava quindi la gestione dei bisogni immediati: organizzazione, coordinazione, autocritica e scandalizzazione. Era insomma un sito-piazza, senza capire che la piazza composta solo di persone che la pensano come te è sempre noiosa e litigiosa, perché si contano quanti capelli hai in testa. Intanto il sovranismo dei Bignasca e dei Pelli avanzava senza pietà.
La casa del popolo 2.0, vi piace il nome? Gestita non da amichetti dei potenti dei partiti e sindacati, in perenne litigio fra loro. Ma da un gruppo autonomo di druidi informatici di sinistra. A cui non poter dire niente se non nell’ambito delle assemblee politiche. Un gruppo aperto alle logiche dell’autogestione e dell’autocritica. Su cui poter riporre fiducia totale. Chiaro, per molti di sinistra, così avidi di potere, è fumo negli occhi lasciare una casa del popolo in mano ad altri. Sono abituati ai vecchi giornali di partito.
Ma il mondo deve passare attraverso questa rinuncia del potere. Altrimenti l’unica logica a cui soccomberemo sarà quella del controllo. Dite che sono visionario?

Filippo Contarini