Luca Albertoni: "Oggi nessuno più osa dire che le cose vanno bene"

Luca Albertoni: "Oggi nessuno più osa dire che le cose vanno bene"

Marzo 30, 2018 - 09:00
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Lo scorso mercoledì al LAC di Lugano Camera di commercio, dell'industria, dell'artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) ha presentato uno studio realizzato dall'istituto BAK sull'economia ticinese nell'ultimo decennio. Abbiamo intervistato sul tema il direttore della Cc-Ti Luca Albertoni.

Luca Albertoni lo scorso 28 marzo la Camera di Commercio ha tenuto la conferenza di presentazione dello studio di BAK Economics incentrato sul Ticino. Quali conclusioni e insegnamenti si possono trarre da questo studio per l'economia ticinese?
Lo studio fornisce molti spunti da valutare e sviluppare. Questo studio fornisce una base per farlo. L'aspetto interessante è a mio avviso la conferma che la diversificazione del tessuto economico ticinese è un punto di forza che ha permesso un importante dinamismo negli ultimi 10 anni (lo studio prende in considerazione il periodo dal 2005 al 2016). Emerge anche che ad essere estremamente importante è la specializzazione dei settori: più in un agglomerato vi sono settori di qualità più questo ha la possibilità di crescere. Questo dato spiega anche le differenze riscontrate nello studio fra l'agglomerato di Lugano e quello di Locarno, leggermente più debole economicamente.

Come si spiega il fatto che l'agglomerato di Locarno presenti una crescita inferiore?
Provocatoriamente mi verrebbe da dire che c'è troppa poca industria. Se osserviamo i settori in cui Locarno (inteso come l'agglomerato, preso in considerazione dallo studio, ndr) ha una crescita al di sopra della media sono quello sanitario e quello dell'elettronica. A differenza degli altri agglomerati, dove vi sono più settori che hanno una dinamica di sviluppo superiore alla media, si ferma a questi. Si dovrebbe riuscire a rafforzare altri settori, in grado di garantire un "mix" più performante. Uno di questi potrebbe essere la cultura. Il nuovo Palazzo del Cinema, come pure Alptransit, potrebbero contribuire maggiormente in futuro a questo.

Nel Luganese negli ultimi anni si parla molto del settore farmaceutico come possibile futuro settore di sviluppo. Lo studio conferma una crescita in questo settore?
La farmaceutica è il più importante settore industriale in Ticino ed è già consolidata da qualche tempo. Per quanto riguarda l'esportazione occupa già una parte molto importante. I dati dello studio dimostrano chiaramente come sia un settore trainante. Nei prossimi 3-4 anni sono previsti 500 milioni di franchi di investimenti per creare un substrato ancora più forte in questo settore. Ciò dimostra anche un forte legame della farmaceutica con il territorio, altrimenti questi investimenti non ci sarebbero. Il settore farmaceutico vive delle dinamiche difficilmente comparabili ad altri. È più residente alle dinamiche internazionali, vista la necessità di medicamenti. È un esempio di settore trainante che fa fare un salto di qualità soprattutto al Luganese, ma anche al Mendrisiotto.

Negli ultimi anni in Ticino si sono viste campagne come "Prima i Nostri", che parrebbero indicare un certo malessere in relazione al mercato del lavoro. I dati presentati oggi invece sono positivi. Come si spiega lei il fatto che nell'opinione pubblica vi sia una percezione così negativa della situazione, mentre i dati dicono il contrario?
Per noi i dati non sono stati sorprendenti, anche se alcuni di essi non ce li aspettavamo così positivi. Quello della differenza fra realtà e percezione credo sia un problema di fondo del nostro Cantone. Ho grandissimo rispetto per la percezione delle persone, che è spesso legata alle paure, anche legittime, in conseguenza dei cambiamenti strutturali che il Ticino ha vissuto in maniera profonda. Le banche come le conoscevamo non ci sono più, come non ci sono più le stesse regie federali, lo stesso esercito. Tutti punti fermi di decenni di economia ticinese. Ad esempio un ufficio postale è una realtà molto tangibile per chiunque, mentre una società di trading, che magari genera milioni di fatturato, di gettito fiscale e molti posti di lavoro, è anonima e non la si vede. Sono tutti fattori a mio avviso molto rilevanti. Questa trasformazione, in complesso positiva, è stata molto rapida e ha generato situazioni più volatili. Sono giunte società internazionali molto importanti, ma che magari sono meno rassicuranti dell'esercito, della posta o delle banche. A mio avviso, senza pretese scientifiche, tutto questo ha giocato un ruolo molto importante per quanto riguarda l'aspetto percettivo.
Ovviamente ci sono anche gli abusi, che non vanno sottovalutati ma combattuti. Questo non va negato, ma va rimesso nella giusta posizione. È un fenomeno che c'è e va risolto, ma non corrisponde all'andamento economico generale del Ticino.  Il nostro compito (in modo particolare in Ticino, ma anche i miei colleghi nel resto della Svizzera sono confrontati con questo problema) è di cercare di spiegare l'economia.

C'è un deficit di comunicazione da parte delle associazioni di rappresentanza dell'economia?
In passato c'è stato. Su questo dobbiamo fare un mea culpa. Oggi non più, ma c'è un insufficiente ripresa di questo messaggio da parte delle forze politiche. Oggi nessuno più osa dire che le cose vanno bene. Ciò rappresenta un problema per noi: che siamo rimasti gli unici a dirlo. Personalmente ho ricevuto anche molti epiteti poco simpatici su questo tema.
C'è poca consapevolezza sul sistema. Noi siamo disponibili a combattere tutti gli abusi e sono il primo a dire che certi imprenditori è meglio non averli sul territorio. Dobbiamo però parlare anche di quanto c'è di positivo. Se non lo si fa non si potranno trovare le soluzioni per risolvere i problemi. Oggi la politica tenta di prendere delle decisioni generali, partendo dal presupposto che tutta l'economia va male e vengono fatte delle "stupidaggini" che non risolvono i problemi reali.

Recentemente il granconsigliere Matteo Pronzini ha presentato un'interpellanza sul settore della moda. C'è veramente un allarme relativo alla "fuga" di aziende come la Kering, la Louis Vuitton e altre importanti realtà?
A me non mi piace parlare di allarme, parlerei di attenzione.

Però queste aziende sono arrivate in Ticino per motivi fiscali?
Non tutte. Alcune sì, ed è legittimo. C'è attenzione su questo tema. Queste aziende internazionali osservano quanto succede e fanno le loro valutazioni. Questo succede anche in altri Cantoni, non è un problematica tipicamente ticinese.

Voi cosa chiedete alla politica per far si che queste aziende non vadano via?
Niente di particolare. Chiediamo unicamente dei dibattiti sereni e oggettivi, basati su fatti e non su "sparate" fatte per convenienza politica. Capisco il gioco politico e non giudico negativamente chi svolge questo ruolo. Però mi piacerebbe che la discussione fosse più oggettiva. Ad esempio, è stato detto che la Gucci era stata denunciata al Ministero Pubblico, invece era la stessa Gucci che ha denunciato un suo ex collaboratore. Per tre giorni si è però parlato di indagini federali sulla Gucci. Questo va oltre il gioco politico e diventa pericoloso, perché non si discute più dei problemi reali.