Piacere, sono il tuo nuovo amico di famiglia (parte prima)

Piacere, sono il tuo nuovo amico di famiglia (parte prima)

Luglio 16, 2018 - 19:22

Facebook e il suo #algoritmo, amico di famiglia e piazza pubblica. Prima parte.

Il nostro nuovo amico di famiglia, il signor #algoritmo
La #mia_mamma mi raccontava che Facebook negli scorsi giorni le ha mostrato una foto e le ha chiesto se per caso quella nella foto fosse lei. Se sì, #mia_mamma avrebbe potuto cliccare un tasto e fare in modo che la foto venisse oscurata. In effetti era lei: era in giro con un gruppo baldanzoso e una signora aveva fatto una foto ricordo. La brava donna aveva chiesto prima se poteva metterla online.
Di primo acchito viene da dirsi: figo sto Facebook! Guarda come ti tutela la privacy! Ti chiede se vuoi apparire online, oppure se preferisci che la tua foto rimanga privata. Lui pensa a te (please, si legga quest’ultima frase con i cuoricini e le sviolinate di sottofondo).
Poi uno ci pensa su e nota un dettaglio un po’ fastidioso. #mia_mamma non aveva detto a Facebook che era stata in quel posto. E nemmeno era stata taggata sulla foto. No, Facebook ha semplicemente individuato #mia_mamma sulla foto. Ovvero: ha “letto” la foto, ha fatto il riconoscimento facciale.
Ha tracciato il volto, lo ha reso “matematico” e si è detto: ma questa è #mia_mamma! Tutto è andato in automatico: il salvataggio di foto precedenti, il salvataggio dei dati biometrici, il riconoscimento con altre foto trovate nella rete. Insomma: non è che Zuckerberg sia un nostro amico di famiglia. È il signor #algoritmo che ha fatto tutto da solo.

Ma lei aveva dato il consenso?
#mia_mamma, come tutti noi, molto probabilmente aveva dato il consenso all’individuazione dei suoi dati biometrici tempo fa, cliccando online un formulario sui dati. Si tratta di un formulario bastardo, come quelli delle compagnie telefoniche, ma anche quelli della Cassa malati o della banca. Sono le famose Condizioni generali d’acquisto.
Vuoi Facebook gratis? Allora devi dare qualcosa in cambio: i tuoi dati. E probabilmente su quei documenti c’è scritto qualcosa del tipo “acconsento Facebook a salvarsi le mie foto, a farle diventare roba matematica e a confrontarle fra di loro”.
Tutto questo lo sappiamo, non siamo ingenui. Internet è così bello e comodo, perché mai una cosa così dovrebbe preoccuparci? Non solo: tutti dicono che le grandi aziende non hanno interesse a farsi beccare con le mani nella marmellata, quindi useranno sicuramente bene i tuoi dati. Daje!
In questo bel ragionamento c’è un punto problematico. Ed è molto importante, perché tocca nel profondo della nostra società.

Facebook e i tre tipi di piazza
Come tutti sappiamo, Facebook è una piazza. Virtuale, ma pur sempre una piazza. Anche a Grancia al centro commerciale (hai in mente tra l’ikea e il media markt?) c’è una piazza. E anche in centro città davanti al municipio c’è una piazza. Ma queste tre piazze sono molto diverse fra loro.
La piazza in centro-città è uno spazio pubblico, tutelato dai diritti costituzionali. Vale il principio di uguaglianza. Il controllo sulla piazza lo ha la polizia in un margine di diritti costituzionali. Lì (in teoria) non puoi essere discriminato.
La piazza dell’ikea è una piazza privata, come lo sono p.e. alcuni public viewing. Si tratta di luoghi in cui andiamo a soddisfare le nostre pulsioni commerciali, come tanti piccoli drogati ci troviamo tutti assieme a consolarci fra noi in quel momento di consumo catartico. Entrando in quelle piazze si accettano le condizioni del proprietario. La polizia ha qui un potere limitato, la logica è quella dei soldi.
Anche la piazza virtuale è privata. Ma qui tutto quello che avviene è possibile solo perché il proprietario ha deciso che accadesse. Il 100% di quello che avviene online è scritto in un #algoritmo online, a partire dall’architettura della piazza. Non ci sono né cultura orale, né spontanea fisicità. Se l’algoritmo non vuole che la polizia ci entri, la polizia non ci entra, a meno che non abbia un hacker molto bravo.

Il potere sulla piazza
Il sentimento immediato che abbiamo in queste tre piazze è sempre molto simile. Ci sono nostri simili attorno, alcuni li conosciamo meglio di altri. Alcuni sono degli sguaiati rompiballe. Altri sbavano dietro a ragazze in abitini succinti. Altri fanno discorsi sui massimi sistemi. C’è pubblicità commerciale. Ci sono alcuni più rumorosi e altri timidi.
La piazza virtuale ha però una differenza fondamentale con le altre: grazie alla possibilità di stabilire chi è “amico” e chi no, qui sei tu che hai deciso chi poteva stare nella piazza assieme a te, gli altri se ci sono non li vedi (a meno che il proprietario del sito non te li voglia far vedere). Identicamente sei tu che decidi cosa mostrare.
Qui manca l’interazione diretta: se nelle piazze fisiche se stai zitto tutti lo vedono e sanno che in quel momento potresti parlare, ma non lo fai. Mentre su Facebook può essere che non puoi rispondere perché hai le mani impegnate, non perché ti stai negando. E gli altri non lo sanno.
Nella piazza virtuale insomma manca il cosiddetto feedback immediato, ovvero quella comunicazione reattiva che si ha quando si interagisce con l’altro. Quella roba che rende impossibile decidere completamente di mostrare una maschera. Un po’ il tuo ego verrà fuori, p.e. a causa di una faccia stupita. Mentre nella piazza virtuale gli unici feedback immediati sono causati da clic su delle icone. Per questo è più facile trovare persone sguaiate nella comunicazione on-line.
 
Con chi parlo sulla piazza virtuale?
Facebook ha aperto la porta a una nuova dimensione pubblica. La reazione immediata non è necessariamente degli utenti, ma è necessariamente del sito internet. Se tu clicchi qualcosa lui immediatamente ti dà il feedback, p.e. clicchi “mi piace” e l’icona cambia status. P.e. metti una foto e lui ti riconosce. L’interazione fra gli utenti è quindi mediata dall’interazione primaria con la piattaforma virtuale.
La comunicazione mediata non è una novità. I giornali ne sono un esempio. Anche loro sono privati. Anche loro decidono se tu comunichi attraverso loro. Anche loro incrociano i tuoi dati salvandosi le foto. Anche loro ti fanno parlare con gli altri utenti. Ma c’è una differenza fra loro e Facebook: la possibilità di continuare a comunicare se i giornali ti escludono.
I giornali vivono sulla piazza pubblica. Mentre Facebook è la piazza pubblica. E anche ammettendo che la piazza pubblica non sia Facebook, ma l’internet stesso, comunque c’è una gigantesca differenza di accesso. Se un giornale mi esclude, io posso comunque comunicare in piazza e farmi sentire. Mentre se non so programmare non posso accedere a Internet. E se vengo escluso da Facebook devo essere addirittura un hacker per rientrarci, ovvero possedere un sapere iper-complesso.
 
Filippo Contarini
 
Segue la seconda parte...