Sanremo 2018: "...e nessuno che rompe i coglioni"

Sanremo 2018: "...e nessuno che rompe i coglioni"

Febbraio 08, 2018 - 11:50
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"...e  nessuno che rompe i coglioni", questo è parte del ritornello della canzone sicuramente più originale presente nella kermesse sanremese, che importanti e autorevoli giornalisti di alcune testate italiane, fra cui Il Corriere della Sera, hanno già paragonato all'indimeticabile Rino Gaetano. La nostra personale valutazione delle prime due serate del Festival di Baglioni.

Mentre a Rancate, a pochi passi dal Fox Town del "Magnifico borgo", il Ppd designava il consigliere nazionale Marco Romano come candidato azzurro a sindaco di Mendrisio (scelta scontatissima), l'ammiraglia della Rai, ovvero la prima rete, come ogni anno metteva in onda quel carrozzone del Festival della canzone italiana, chiamato più confidenzialmente Sanremo 2018.
La novità di quest'anno è la direzione artistica affidata ad un cantautore, poco politico e tanto romantico, come il romano Claudio Baglioni. A dire il vero già negli anni '80, un altro cantante romano, il "reuccio", rivendicò la direzione artistica-organizzativa del Festival di Sanremo. Ma al sanguigno e polemico Claudio Villa si preferì accontentare gli amici irpini del buon Ciriaco, come Aragozzini, che ereditò il Festival dopo il lungo regno di Gianni Ravera.
Baglioni dunque è riuscito dove il "reuccio" Villa fallì, ovvero dirigere la più importante manifestazione canora italiana (e soprattutto uno degli eventi più importanti per la Rai in fatto di indici di ascolto ed introiti pubblicitari).
Martedì sera, una delle sorprese, sono stati proprio gli indici di ascolto, notevolmente sopra le aspettative, battendo tutte le edizioni precedenti degli ultimi 13 anni. Ben 11 milioni di telespettatori si sono sintonizzati sul primo canale Rai per seguire il Festival. Dunque la formula, più musica e meno show, tanto voluta da Claudio Baglioni, che spaventava gli uomini della pubblicità della Rai (che facevano l'equazione più musica e meno spettacolo uguale a flop di telespettari), è funzionata.
Anche se al dire il vero l'apertura del Festival, con la prima mezz'ora tutta per Fiorello, è spettacolo, non musica.
La conduzione di Favino e Hunziker vede quest'ultima un po' troppo "prima donna" e "maestrina" che controlla i tempi in continuazione. Per certi versi la Hunziker e Favino ricordano l'edizione 1991, quando a condurre c'erano Edwige Fenech e l'attore Andrea Occhipinti (sempre meglio di quella dell'89 con i figli d'arte "imbranati" Rosita Celentano, Giammarco Tognazzi e Danny Quinn, che definire patetica è un eufemismo).
Ma il peggio come format televisivo lo si vede dopo, al "DopoFestival", dove un "ingorgo" di conduttori ostruisce il flusso del programma. Tre conduttori e un autore sul palco, più Rocco Tanica (l'unico che raggiunge la sufficenza, ma anche lui ha fatto molto meglio in altri contesti), mal amalgamati, ossessionati dal dare un ritmo alla trasmissione, che tanto non trova. Che senso ha avere dei giornalisti in trasmissione e non valorizzarli? A cosa serve avere Luzzato Fegiz o Lafranchi per farli parlare 10 secondi? Il "DopoFestival" dovrebbe avere meno conduttori e dare più spazio ai giornalisti con le loro domande agli artisti presenti e con i loro commenti. Il format del "DopoFestival" è da bocciare senza appello. Non funziona.
Anche tutta questa ipocrisia, in cui gli artisti alla domanda come è nata l'idea di partecipare a Sanremo, rispondono, tutti, ma proprio tutti, che è stato Baglioni a chiamarli e loro un po' come dei novelli "Lazzaro" si sono incaminati verso la località ligure. Non un artista che abbia il coraggio di dire che negli ultimi anni ha venduto poco o nulla, che non è più sulla breccia e la propria casa discografica gli ha imposto di andare nel tritacarne di Sanremo, in caso contrario recessione del contratto e niente più soldi. Tutti sono stati chiamati dal buon Claudio Baglioni, neomessia della musica italiana, che ha resuscitato tutti.
Certo, il cantautore romano ha fatto delle scelte migliori, nel suo complesso, in confronto alle scorse edizioni. Manca un Vecchioni, manca un Madonnia allievo di Battiato, manca un Pierangelo Bertoli con i Tazenda, manca, in poche parole, l'eccellenza, ma complessivamente la musica che si sente in questo Festival è migliore delle ultime 20 edizioni. Baglioni non ha fatto un festival con un'eccellenza accompagnata da tanta mediocrità, ma un Sanremo più "omogeneo" ed "equilibrato". Un Festival in cui se non tutti, per lo meno molti, si possono giocare con dignitosità la vittoria. E non è poco. Detto ciò, far finta di nulla sul ruolo delle case discografiche in un Festival come questo è ipocrita. Non bisognerebbe dimenticarsi che sono loro poi a decidere se un loro artista sottocontratto possa (o meglio debba) o non possa partecipare a questa manifestazione canora!
 
Etichette e affini
A proposito di case discografiche. Si può notare un'abbondante partecipazione di artisti targati Sony Music (ovvero ex Cbs e Columbia records, ma anche Bmg Ariola ed Rca, tanto per intenderci un colosso che ha prodotto i dischi di Elvis e Micheal Jackson, Aretha Franklin e Whitney Houston, ma anche di Fossati e Dalla, Morandi e Luca Carboni, ecc). Segue Universal music e Wea (Warner Music).
Per un Festival che ha come direttore artistico Claudio Baglioni, cantautore nato con la Rca e poi passato alla Cbs (oggi entrambe le due etichette fanno parte del gruppo Sony Music), sarebbe doveroso da parte della stampa, in modo particolare quella critica, un po' più di attenzione alle possibili commistioni. Nulla da eccepire sulla "buona fede" (termine molto inflazionato in questo Festival), ma Moro e Meta da quale casa discografica saranno distribuiti?
Tutti sanno che negli anni scorsi, soprattutto negli anni '80 e '90, erano le case discografiche che più o meno a rotazione, a determinare la vittoria di un proprio artista.
Non facciamo gli ingenui. Sanremo dagli anni'80 serve alla Rai per gli indici di ascolto (che fino a qualche anno fa erano paragonabili ad una partita da mondiale di calcio) e alle case discografiche che decidevano su quale membro della propria scuderia puntare per lanciare o rilanciare una carriera. La qualità della musica negli ultimi 30 anni con Sanremo a poco a che vedere.
Dunque se una volta si esagerava a vedere lo scandalo in ogni cosa, oggi si esagera di pseudoingenuità, tanta retorica e sottolineature alla "buona fede".
 
Cantanti e canzoni
Vedendo Sanremo si capisce perché Elio e le Storie Tese si sciolgono. Non hanno più nulla da dire. Annalisa, Ninna Zilli e Noemi sono tre donne in gara che non ci convincono. La formula è quella di sempre. Donne con una bella voce che devono farsi notare. Era così anche quando a Sanremo gareggiavano Anna Oxa, Fiorella Mannoia, la Bertè e la Rettore. Noemi, Zilli e Annalisa sono tre brave ragazze, ma senza gli acuti della Oxa, la sensualità della Mannoia, senza la carica dirrompente della Rettore e l'audacia della Bertè.
Meglio i napoletani di "The Kolors" il loro frontman che (Maria insegna pure qualcosa) con ciuffo alla moda e orecchino molto vistoso rigorosamente sull'orecchio destro, attira l'attenzione. Poi "Frida (Mai, mai, mai)", la loro canzone tutta percussioni, è molto orecchiabile e dà "power" ad un festival molto melodico. Meglio ancora Diodato e Roy Paci, ma non andranno lontano. La "Carosello", la loro casa discografica (etichetta che produsse quasi tutti i dischi di Gaber e i primi di Vasco), non è propriamente una major e dunque potrà supportarli poco, nella promozione del voto da casa.
 
Le sorprese che fanno il nostro podio
Terzo: Ron. Può lasciare perplessi che un cantante ormai non più sulla breccia accetti "l'operazione" di andare a Sanremo con un brano di Lucio Dalla. E le perplessità svaniscono quando uno ascolta Ron cantare "Almeno pensami" di Dalla. Il miglior modo di omaggiare il grande cantautore bolognese. Anzi Ron con la sua interpretazione ce lo ricorda come se fosse ancora vivo.
Inoltre Ron ha tutto il diritto di portare a Sanremo la canzone di Dalla, forse più di chiunque altro.
Rosalino Cellamare, in arte Ron, viene messo sotto contratto della Rca dal Micocci (da non confondere con la Micocci) che ha fatto la fortuna di molti artisti (ma non propriamente amato da Alberto Fortis, che gli dedicherà "Vincenzo io ti ammazzerò") e proprio a Sanremo nel 1970, a 16 anni, esordirà con "Pa' diglielo a ma'"). Ma è nel 1971 con "Il gigante e la bambina" che ottiene il suo successo. Canzone scritta da Dalla e che porterà il giovane Rosalino nelle hit parade.
Il giovane Ron collaborerà a scrivere la canzone di Dalla del Sanremo 1972 "Piazza grande".
Ma in un certo senso Rosalino Cellamare si "sdebiterà" per la canzone che Dalla gli scrisse, "Il gigante e la bambina", scrivendo per il cantautore bolognese nel 1991 "Attenti al lupo", brano di punta del disco di Lucio Dalla "Cambio" (che sarà uno dei dischi più venduti da Dalla, battuto solo da "Canzone" del 1996).
La vicinanza di Ron a Dalla è stata importante per anni e il loro rapporto è stato sia artistico che personale. E probabilmente questa vicinanza permette a Ron di dare un valore aggiunto all'interpretazione di "Almeno pensami".
 
Secondo: l'altra sorpresa è Ornella Vanoni con Pacifico e Bungaro con "Imparare ad amarsi". Diciamolo, non starà in piedi, avrà la faccia stirata e rifatta, ma la Vanoni ha portato a Sanremo uno dei brani migliori di questa 68esima edizione.
Lei che ha fatto conoscere e amare la bossa nova agli italiani, ha portato il jazz al grande pubblico, lei che ha cantato Luigi Tenco, Umberto Bindi e il suo amato Gino Paoli, lei che con Vecchioni ha duettato in "Dentro gli occhi", lei che è stata compagna e allieva del grande Giorgio Strehler, lei che è stata icona, negli anni '80 del socialismo craxiano (assieme a Johnny Dorelli) e della relativa "Milano da bere" (dovendone dar conto rispondendo alle impertinenti domande di un giovane Chiambretti), lei che con stile accetta di duettare con Virginia Raffaele, alla bellezza dei suoi 83 anni, va a Sanremo e riesce a lasciare tutti con la bocca aperta dallo stupore. Avere 62 anni di carriera alle spalle (è dal 1956 che la Vanoni è in continua attività!!) e non sentirli. La Vanoni fa un baffo a "Stakanov". E per fortuna che non è andata in pensione. Con "Imparare ad amarsi" la signora milanese potrebbe eguagliare il riscontro di pubblico di "Stella nascente" dell'inizio anni '90 e "Rossetto e cioccolato". Grande.
 
Primi: Poco intonati, scanzonati, un po' sopra le righe, eccentrici, ma sono loro la vera novità del Festival targato Baglioni, che con la loro freschezza riavvivano e rinnovano la manifestazione canora ligure. Stiamo parlando de "Lo Stato sociale" gruppo emiliano attivo da una decina di anni, che con la loro "Una vita in vacanza" portano all'Ariston, un trattato sulla loro generazione in versione elettro-pop. Niente lavoro, nessuna ambizione, prospettiva zero, ma tanta voglia di immediatezza e ozio. Loro stanno alle nuove generazioni, quanto "Contessa" di Paolo Pietrangeli stava alla generazione dei sessantottini. "Una vita in vacanza" è un inno contro la meritocrazia ("nessuno che dice che se sbagli sei fuori"), contro il lavoro (... "perché lo fai..."), che non crede nella realizzazione dell'individuo attraverso un senso esistenziale ("...e nessuno che rompe i coglioni" e "vivere per lavorare o lavorare per vivere", " ... fare soldi per non pensare..."). Lo Stato sociale nella sua esibizione nella città ligure, ha ricordato a molti il grande Rino Gaetano (a noi nel vedere la falsa vecchietta ballare, non sappiamo come mai, ci ha ricordato una vecchia trasmissione di Maurizio Costanzo, "Acquario", in cui ospite era Susanna Agnelli e il buon Costanzo le faceva ascoltare e vedere il video di Rino Gaetano di "Nun te reggae più", in cui veniva citata prorprio Susana Agnelli e lei con sguardo un po' estraniato cercava di commentare la canzone).
Se i Prodigy con la loro musica elettronica nei primi anni '90 (quelli di "No good", "Poison", "Voodoo People",...) erano la punta d'avanguardia che ci proiettava nella società post industriale, Lo Stato sociale sono la punta d'avanguardia della società liquida, dell'istantaneità, dove più nulla ha senso, dove non esiste prospettiva né collettiva, né individuale, dove all'alternativa di sistema tanto decantata negli anni '70, si preferisce una "società diversa" (non una società alternativa!) e rifugiarsi nell'ozio, nel proprio "io" che ovviamente non deve essere "misurato e selezionato" da nessuno (appunto "nessuno che dica che se sbagli sei fuori"). Quelli de Lo Stato sociale sanno, parafrasando un grande successo della Vanoni, che "se domani è un altro giorno" è probabile che sia di merda, dunque meglio godersi il presente oziando. Che poi loro riescano a cantare un inno sulla decostruzione della società del lavoro (e non solo), senza prendersi molto sul serio e in modo scanzanato è un merito ulteriore. Dopo un decennio di gavetta merita Lo Stato sociale di conquistarsi una visibilità maggiore attraverso Sanremo. Perché sono bravi ed originali e per molti versi anche innovativi.
Si può non apprezzare, addirittura condannare la visione de Lo Stato sociale, ma se "le canzoni sono corriandoli d'infinito e attimi di eternità" (per citare il direttore artistico Baglioni), quelli de Lo Stato sociale con "Una vita in vacanza" fanno "un'affresco" della generazione post '90, che non insegue il miraggio dei loro padri e madri o nonni della rivoluzione per cambiare il sistema, bensì si preferisce limitarsi a voler oziare e ad espandere il prorprio "io" nell'istantaneità del presente piatto, privo di passato e futuro, inseguendo un nuovo miraggio, quello di una società (e una vita) "fancazzista", come novello paradigma ideologico del 21esimo secolo.
 
La giuria demoscopica martedì sera ci ha delusi, mentre mercoledì quella della sala stampa è stata di conforto. In vetta Vanoni e Ron. Spiace che la giornalista de Il Manifesto nel "DopoFestival" abbia detto che non si ritrova molto con il giudizio espresso dai suoi colleghi. Mica si doveva "far fuori" (dalla zona blu) Vanoni e Ron per far posto a Decibel e Renzo Rubino. Vediamo giovedì, venerdì e sabato come andrà. Ma noi ne siamo certi: nelle vendite trionferanno Lo Stato sociale. Vanoni premio Mia Martini.