Un “datagate” per i testimoni di Geova? Anche loro raccolgono dati sensibili

Un “datagate” per i testimoni di Geova? Anche loro raccolgono dati sensibili

Luglio 10, 2018 - 20:24
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La sentenza della Corte di giustizia Ue dice che anche la raccolta di dati porta a porta deve rispettare le norme sulla protezione dei dati personali.

Non sono solo Facebook, Google &Co ad entrare in possesso di dati personali sensibili, che vanno gestiti adeguatamente per garantire la tutela della privacy dei loro utenti. Pure i Testimoni di Geova.
La Corte di giustizia dell’Unione europea ha sentenziato oggi che «l'attività di predicazione porta a porta dei membri della comunità dei testimoni di Geova non rientra tra le eccezioni previste dal diritto dell'Unione in materia di protezione dei dati personali». Ciò di fatto vuol dire che anche i testimoni di Geova devono rispettare le norme europee in materia di protezione di dati, visto che entrano in possesso di dati sensibili, come l’orientamento religioso e l’indirizzo di casa delle persone alla cui porta bussano.
La vicenda ha preso avvio qualche anno fa, precisamente nel 2013, in Finlandia. Allora la Commissione finlandese per la protezione dei dati vietò alla locale comunità di testimoni di Geova di raccogliere dati personali durante la loro predicazione porta a porta. Tramite la Corte amministrativa suprema della Finlandia la vicenda è giunta sui banchi della Corte di giustizia europea.
Nella sua sentenza odierna la Corte europea spiega che i testimoni di Geova, organizzazione con sede negli Stati Uniti e con circa 8 milioni di fedeli in tutto il mondo, «prendono appunti sulle visite effettuate a persone che né essi, né la comunità conoscono» . Questi dati «possono comprendere il nome e l'indirizzo delle persone contattate porta a porta e informazioni sul loro credo religioso e sulla loro situazione familiare». Queste informazioni sono conservate in forma di promemoria «senza che le persone interessate vi abbiano acconsentito o ne siano state informate». Le informazioni andrebbero a costruire de facto uin “database” (anche se non conservato in forma elettronica) che permette di predisporre «mappe sulla cui base sarebbe realizzata una ripartizione in zone tra i membri predicatori» e «tenendo schedari sui predicatori e sul numero di pubblicazioni della comunità diffuse da questi ultimi». Coloro che respingono sull’uscio di casa i testimoni di Geova finiscono invece «in un elenco delle persone che hanno espresso la volontà di non ricevere più visite da parte dei membri predicatori; i dati personali che figurano in tale elenco sarebbero utilizzati dai membri della comunità»
La sentenza nello specifico stabilisce che: l’attività di predicazione porta a porta dei membri della comunità non è esente dalle regole Ue, si può considerare «archivio» l’insieme dei dati raccolti dai predicatori e il diritto Ue consente di considerare anche una comunità religiosa come responsabile del trattamento di dati personali.