Un prestito al postino: palloncini gonfiati e il nostro superego

Un prestito al postino: palloncini gonfiati e il nostro superego

Maggio 10, 2018 - 06:00

Una storia che arriva pezzetti. Quale ruolo sociale per il giornalismo?

Zona Bellinzona. Un uomo condannato per pedofilia. Un postino che travolge un bambino. E la moglie che si occupa di carceri. Il condannato fa un prestito al postino. La moglie viene sospesa. Tanto è bastato per far scattare i giornali nel racconto della storia. 
Storia che ora ci arriva a pezzetti. Hanno beccato il condannato perché ha dichiarato il prestito alle tasse: non ha nemmeno fatto un’operazione Panama su Panama… Ci dicono che lei non ha poteri decisionali, ma dà preavvisi per congedo o alleggerimento. Pare che il marito sia in necessità finanziare.
Il Ticino è il luogo delle notizie insabbiate, lo sappiamo bene. E questa invece esce così, nuda, con migliaia e migliaia di lettori. È la stampa bellezza.
Sì, ma che stampa? I reati con i bambini van puniti, ma la società non si può dimenticare lo stigma che ricevono gli autori dei reati. Non può dimenticare che l’ambiente di tribunali e carceri è un luogo dove ci si perde, che stacca dalle passioni positive, che fa sprofondare nei baratri. Non possiamo sapere cosa è successo nella vita del postino. La stampa non può omettere di raccontare l’altro lato delle storie. C’è solitudine? C’è compassione?
Questo giornalismo non mi piace. È un pappagallo dell’inchiesta giudiziaria. Ma non ci sono solo le storie vendibili, ci sono anche le storie tragiche! Ora: io Bomio non lo conosco, ma i giornali li leggo anche io. Io mi aspetterei dai giornalisti che trovino informazioni al bar e ci dicano se i due uomini si conoscevano. Niente. Non hanno nemmeno ricordato che Bomio ha un modo strano di intendere i prestiti (era stato vittima di estorsione, 250'000 CHF, se ricordate). Prima di dare la notizia non si sono fermati per capire cosa stesse umanamente succedendo e se sì, non ce lo hanno detto. Non hanno intervistato Bomio. Nada de nada
Hanno solo lanciato la bombetta della possibile corruzione. Hanno trovato chi forse sbaglia e lo additano. Ridendo? Ma la gestione dei sospetti non è materia giornalistica, è materia da giuristi! I giornalisti devono invece raccontare uno spaccato della società. Devono accompagnarci. Cosa ben diversa dal gonfiare palloncini e poi eventualmente lasciarli sgonfiare.
Questo nuovo giornalismo mediatico consumista non si rende conto del suo ruolo sociale. Capisce solo le logiche del potere. Il problema infatti non tocca solo il pedofilo nel bellinzonese. Abbiamo ben visto la differenza di pesi e misure se in Italia sono inquisiti membri dell’UDC oppure dell’intoccabile parte ricca del PPD. 
È un problema reciproco, evidentemente, perché l’ossessione per scovare l’errore altrui, per controllare che l’altro faccia qualcosa peggio di noi, foraggia il nostro superego. Ci fa sentire nel giusto, soprattutto nella società d’oggi dove non ci sono appigli. E quindi quelle notizie le leggiamo, le commentiamo, le interiorizziamo. Ci scandalizziamo. Le lapidazioni funzionano così: dagli all’untore! 
Ma la stampa dovrebbe saperlo. E invece mi pare che i direttori dei giornali contemporanei non sappiano più che diamine di macchina sociale stanno guidando. 
 
Filippo Contarini, Lucerna