“Il buon governo. L'età dei doveri”. Il nuovo libro di Sabino Cassese. Le istituzioni funzionano ancora?

“Il buon governo. L'età dei doveri”. Il nuovo libro di Sabino Cassese. Le istituzioni funzionano ancora?

Giugno 22, 2020 - 22:47

“Il buon governo. L'età dei doveri”. Il costituzionalista italiano Sabino Cassese fa un'analisi dello "stato di salute" del funzionamento istituzionale italiano. Gli spunti di riflessione vanno però ben oltre i confini italici...

È uscito oggi nelle librerie edito da Mondadori “Il buon governo. L'età dei doveri”, il nuovo libro di Sabino Cassese, giurista e accademico italiano, uno dei più importanti costituzionalisti italiani, già ministro ministro della Funzione pubblica e giudice emerito della Corte Costituzionale.

Un volume dedicato all’attuale funzionamento delle istituzioni italiane, ma che contiene spunti di riflessione che possono essere validi ben oltre al di la dei confini italiani, come si legge nella presentazione del suo ultimo lavoro fatta direttamente da Cassese in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera.

“Sono le istituzioni che dettano le regole del gioco: disegnano l’organizzazione, distribuiscono compiti e responsabilità, dettano i tempi. Dalle istituzioni dipende il benessere di una società”, esordisce Cassese nell’articolo. "L’attuale assetto istituzionale italiano presenta cinque caratteri peculiari, che sono emersi a pieno negli ultimi anni, ma sono andati sviluppandosi da qualche decenni”, scrive il giurista.  Il primo di questi punti, spiega Cassese, è “la sostituzione delle decisioni fondate sulla forza del dibattito e della ragione con le decisioni fondate sulla forza dei numeri. Sono due processi di decisione radicalmente diversi. Il secondo si esaurisce in un atto di volontà, ad esempio, una votazione. Il primo, invece, fa perno sulla importanza del dialogo e della ragione deliberativa. Questa modificazione dei modi di decisione si connette a tre fenomeni importanti: l’illusione della democrazia digitale, la fuga dai partiti e il declino della competenza”. Si parla dell’assetto istituzionale italiano, ma come detto, similitudini si possono sicuramente cogliere, come vediamo, anche con altre realtà (come quella ticinese). Ancora, sul primo punto, spiega Cassese: “Lo sviluppo della cultura digitale fa nascere domande del tipo: perché delegare e non votare direttamente? Perché contare su reti territoriali e non su reti digitali?”. “Il declino della membership partitica è legato alla perdita di importanza della politica come processo di formazione progressiva di orientamenti popolari diffusi, con la conseguenza che i partiti conservano solo il legame con lo Stato, rompendo quello con la società”, continua Cassese. “L’assenza o insufficienza di offerta politica da parte dei partiti provoca una dispersione nella società, i cui membri preferiscono impegnarsi in attività alternative (la partecipazione sociale attiva è tre volte superiore a quella politica)”.

Della competenza non c’è bisogno, se basta affermare: il popolo mi ha votato”, prosegue lo studioso. “Infatti, il personale politico attuale è in larga misura entrato negli organi di decisione semplicemente sull’onda del successo di movimenti di protesta, senza precedenti esperienze di partecipazione ad attività della collettività”. Un giudizio molto critico, dunque.

Il secondo punto "è costituito dalla tendenza a una nuova concentrazione di poteri al vertice”.  “L’assetto ereditato dalla Costituzione era multipolare, affiancava scadenze diverse (9, 7, 5, 3 anni); a una democrazia centrale, democrazie locali; a organi a cambiamento totale e periodico (come il Parlamento) organi a modificazioni parziali e lente (come la Corte costituzionale)”, spiega Cassese. "Quasi tutti gli organi avevano una legittimazione esclusivamente dal basso. Ora, la necessità di partecipare in «condomini» sovranazionali e globali e i nuovi mezzi di comunicazione conferiscono un sovrappiù di potere a chi sta al vertice”.

Terzo punto:  lo svuotamento del Parlamento, “divenuto organo di registrazione di decisioni prese altrove, talora neppure dal governo: l’iter che parte dalla approvazione governativa «salvo intese» di un decreto legge (cioè del titolo e della copertina del disegno di legge) e arriva alla conversione in legge con voto di fiducia (spesso su maxi-emendamenti governativi), costituisce procedura ormai normale”, spiega Cassese.

Quarto punto, e forse una delle analisi più interessanti e che troviamo preponderante anche alle nostre latitudini, è “la prevalenza dei temi e problemi immediati ed urgenti su quelli importanti e strutturali, dal predominio della politica sulle politiche, degli schieramenti sugli orientamenti e sugli obiettivi”. “Quindi”, spiega Cassese, “c’è la tendenza a trattare le politiche pubbliche sempre sub specie del gioco politico generale, degli equilibri politici, facendo passare in secondo piano le singole decisioni e le tensioni che si formano intorno alle singole policies, che vengono sempre e solo ricondotte a fratture politiche più ampie e riconosciute”.

Quinto “aspetto caratteristico è quello della mancanza di organi di correzione delle politiche governative”, scrive Cassese.

Questi tratti, presentano anche, tuttavia, alcuni vantaggi, spiega Cassese: ad esempio “decidere con la sola forza del numero consente di prendere decisioni più rapide”, o  “la concentrazione dei poteri serve a partecipare al governo dell’Europa e del mondo e compensa il moto decentralizzatore che ha dominato l’ultimo cinquantennio”.

Cassese evidenzia anche alcuni segni positivi del funzionamento dell’assetto istituzionale italiano. “La partecipazione elettorale alle votazioni politiche nazionali si mantiene alta e comunque non scende al di sotto della media degli altri Paesi sviluppati”. Poi, “anche se la partecipazione politica attiva (ad esempio, partecipare a comizi o cortei) è calante, quella passiva (informarsi di politica) si mantiene alta, coinvolgendo due terzi della popolazione”. “La frattura tra i modi di formazione dell’opinione pubblica non impedisce la formazione di una arena comune, sia pur limitata”, scrive inoltre. Infine "periodicamente si affacciano nell’arena politica movimenti autenticamente popolari (dai Girotondi alle Sardine), spontanei, rappresentativi di una «base» sociale che vuol far registrare la sua presenza. Le istituzioni politiche hanno trovato molti modi per superare le lentezze di quelle amministrative”.