“Negro di merda” e slang giovanile: come affrontare la banalità del male? (prima parte)

“Negro di merda” e slang giovanile: come affrontare la banalità del male? (prima parte)

Gennaio 06, 2017 - 08:40

La distinzione tassonomica
“Negri di merda!”. Ecco qua un modo di dire entrato nella lingua giovanile che mi ha fatto rizzare le antenne. Ne parlavo l’altro giorno con un ragazzo che cercava di fare una distinzione tassonomica per sostenere la ruvidezza della sua locuzione. E spero che questo testo possa ora fungere anche da ulteriore base di dialogo con lui.
Allora per lui ci sono i “neri bravi”, come un suo amico che ha studiato e che è proprio un bravo ragazzo, e poi ci sono i “negri di merda”. Si tratterebbe di ragazzi richiedenti l’asilo e ospitati nei foyer “che non fanno altro che ubriacarsi, vomitare negli autobus e il tutto usando i miei soldi delle tasse”. Mentre lui si fa un mazzo tanto per pagarle, le tasse, “quelli là non fanno niente e mangiano al ristorante”.
 
 
Gridare al razzismo?
Non è facile affrontare una discussione con queste premesse. Molti miei amici lo avrebbero guardato e gli avrebbero detto semplicemente “vaffanculo, sei razzista” e se ne sarebbero andati. Non a torto. Ma bisogna comunque parlarne, per due motivi:

  • anzitutto alla topica estrema (“negro!”) a poco serve rispondere con la topica estrema contraria (“razzista!”), siccome non viene (più) riconosciuta un’autorità discorsiva di questo tipo: non basta (più) affermare la giusta semantica del discorso per far cambiare l’idea ai giovani su punti controversi come quelli identitari. Si finisce solo con l’essere due muri che non si parlano.
  • secondariamente, lui ha proposto degli argomenti che entrano nelle dinamiche della cittadinanza e del benessere e su queste è necessario prendere posizione.

Cerco allora di astrarre il suo ragionamento.
Mi pare che il mio compagno di dialogo esprimesse in realtà un’opinione non tanto legata all’origine etnica, ma piuttosto legata ad un presunto parassitismo dei richiedenti l'asilo. La generalizzazione e la banalizzazione selvaggia (“negro!”) sono figlie sguaiate di una volontà di riduzione comunicativa. Ciò che gli dà veramente fastidio, dice, è che ci sia chi ottiene qualcosa senza che debba ridare indietro qualcosa.
È una situazione che per lui è visibile, e quindi va eliminata. Questo è uno dei primi problemi sociali: la visibilità è molto più facile da stigmatizzare rispetto all’invisibilità.
 
 
Il parassitismo
Il parassitismo della ricchezza mediata dal denaro contabilizzato è, ad esempio, invisibile e quindi difficilmente criticabile. E la Svizzera fonda la sua identità proprio su quella segretezza: la segretezza del salario, l’inaccessibilità sul conto in banca, la segretezza dei patti fiscali con i grandi ricchi, la segretezza delle donazioni ai partiti. Il parassitismo della rendita da capitale è invisibile e non è praticamente mai condannato.
La povertà è invece visibile, soprattutto quando si esprime nel suo disagio sociale. Il migrante in particolare è nudo e non ha nemmeno modo per cercare invisbilità. Il giovane migrante non dispone nemmeno un briciolo di capitale sociale, nessuna competenza, nessuna rete. È una nudità estrema, che salta immediatamente all’occhio: non dispone di altri vestiti oltre a quelli che riceve, non dispone di un linguaggio che gli permetta di interagire con il luogo di accoglienza, non dispone di diritti oltre a quelli di emergenza, non dispone di un orizzonte di certezze che gli permetta di incastonare la sua vita in un’idea di futuro.
E così diventano surrogati di catastrofe economica pubblica (“mangia i soldi delle mie tasse”) l’infima paghetta che riceve dallo Stato il cui valore è indipendente dal suo impegno o dalla sua buona volontà, il tetto provvisorio sotto cui dorme, il ristorante che gli fa da mangiare provvisoriamente, la bottiglia di birra con cui passa il pomeriggio. Questa ultima cosa fa imbestialire il mio amico, che pensa che loro, i migranti, non debbano ubriacarsi (chissà se contemporaneamente critica i mussulmani che vietano di bere alcool, glielo dovrei chiedere).
 
 
Quello che non vogliamo essere
Quella misera nudità ha un nome: “negro!”. E non: nero. Non è il colore della sua pelle che gli interessa, il mio amico rimane comunque un giovane globalizzato, guarda di sicuro anche lui ogni giorno video su youtube con persone interessanti di ogni etnia come protagonisti. È un discorso più complesso rispetto al solito xenofobo “non sono io razzista, è lui che è negro”.
“Negro!” qui è piuttosto un epiteto semplificatorio che definisce quello che l’osservatore svizzero non vuole essere, ovvero: povero, reietto, senza casa, senza certezze. La stigmatizzazione che corre sulla particella discorsiva razziale è figlia di una necessità di distinguere qualcos’altro da sé.
Dire “negro di merda” lo aiuta a dissacrare una (sua) situazione possibile. Perché vedere quel giovane migrante in quelle condizioni allucinate scaraventa lo svizzero nell’immaginario di una possibilità di fine del benessere, di come-potremmo-essere. Di come la condizione già precaria potrebbe essere ancora più drammatica. Una denuncia espressa attraverso il risentimento di vedere che “quelli lì, i negri, vanno tutti i giorni al ristorante” (ovvero un ristorante che funge da mensa, sovvenzionato provvisoriamente dallo Stato), gratis per di più. Mentre il lavoratore della classe media deve mangiarsi il panino, la schiscetta o tornare a casa.
 
 
Tra proiezioni e realtà
Si tratta, evidentemente, di proiezioni.
Se al mio giovane amico veramente interessasse qualcosa di contabilità pubblica, di come vengono usati i suoi soldi, avrebbe preso libri di gestione delle finanze pubbliche. Si chiederebbe di come quei soldi spesi sono buttati o se rientrano nel ciclo economico. Qui in realtà non è veramente il problema economico che conta, non sono i conti pubblici il problema, come nemmeno il problema sta nel capire da dove arriva la nostra ricchezza. Queste domande non contano nella mente del mio interlocutore.
Poco conta, infatti, che i ricchi siano sicuramente più parassiti dei poveri. Poco conta che la Svizzera abbia un indice di Gini spaventosamente alto. Poco conta che le aziende svizzere siano ai primi posti nella corsa al land grabbing, favorendo la migrazione. Poco conta che su spinta dei partiti di destra si siano tagliati i contributi allo sviluppo del Terzo Mondo, aumentando la fuga per motivi economici. Poco conta che il popolo svizzero abbia votato per continuare a produrre e a vendere armi, aumentando il rischio di guerra. Poco conta che l’occidente con il suo sistema economico aumenta le disuguaglianze globali.
E così nella mente pubblica ridonda la chiamata alla “esplosione” dei costi statali per l’asilo. Chiaramente nessuno calcola quanti soldi lo Stato butti in progetti degli amici degli amici, piuttosto che nell’esercito. O quanto abbia perso facendo regali fiscali ai ricchi e grazie alle garanzie pubbliche dei loro disastri finanziari. Chi calcola la sottrazione spaventosa di sostrato fiscale avvenuta nei decenni a favore di chi ha già tutto? Parliamo di continue facilitazioni fiscali a chi dallo sfruttamento delle risorse del sud del mondo si riempie tasche e portafogli. Parliamo di enormi rendite dei capitani d’impresa sempre meno tassate che, guarda un po’, sono possibili proprio grazie all’esistenza delle frontiere, grazie alla delocalizzazione delle aziende, grazie alle differenze nazionali. Il tutto con un contemporaneo spaventoso aumento dei costi per i servizi pubblici per le persone normali senza che essi siano imposti in base al reddito.
No, di questi problemi fiscali non gli interessa, la cosa che conta, la denuncia più forte, più definitiva, il “negro di merda!”, sorge perché un quindicenne mangia gratis un piatto di pasta in un luogo identificato come ristorante e ha 7 franchi di paghetta che usa per bere birra di infima qualità. Lo ribadisco: in realtà quello che teme il cittadino svizzero è una propria proiezione nella miseria.
 
(continua qui)
 
di Filippo Contarini, Lucerna