“Negro di merda” e slang giovanile: come affrontare la banalità del male? (seconda parte)

“Negro di merda” e slang giovanile: come affrontare la banalità del male? (seconda parte)

Gennaio 08, 2017 - 17:20

immagine: Volpe Urbana
 
 
(leggi qui la prima parte)
 
Lavoro e cittadinanza
Nell’alchimia della convivenza fra persone a basso-medio reddito la giustizia redistributiva e la reciprocità passano ancora attraverso l’idea di appartenenza al gruppo sociale nazionale e la prestazione di lavoro (non a caso la votazione sul reddito di base è stata, purtroppo, sonoramente bocciata).
La globalizzazione è realtà, ma non è percepita sempre come tale siccome, come spiega Baumann, solo una piccola parte della popolazione è veramente liberamente mobile, ovvero quella ricca. E quindi hai diritti solo se sei svizzero, hai dignità solo se lavori. Come all’inizio del secolo.
“Quelli sono stranieri e non lavorano” racchiude due particelle fondamentali del discorso. Il mio partner di dialogo non a caso ha affermato con decisione che i “negri di merda” dovrebbero fare volontariato, non pagato (chiaramente). Umani al lavoro (senza chiamarlo lavoro, però), in modo che possano “ridare indietro” quello che ricevono come reddito di emergenza. Non notava però la contraddizione intrinseca nel chiedere che una persona lavori senza riconoscergli lo statuto di lavoratore, senza garantirgli le assicurazioni sociali, né un salario adeguato (o ancora c’è lo schiavismo?), né i diritti del lavoro. E non notava che, chiaramente, istituzionalmente non si vuole garantire ai migranti questi diritti, siccome significherebbe integrarli nel tessuto solidale-produttivo, ovvero dare loro tasselli di cittadinanza.
 
 
Integrarli?
Ma perché non li si vuole integrare nel tessuto produttivo? È una situazione altamente complessa da affrontare, queste persone richiedenti l’asilo vivono in un limbo creato scientemente, dove le frontiere hanno come primo obiettivo la mobilizzazione dei lavoratori a favore dell’aumento della redditività economica.
Per le strutture economiche è necessario tenerli nel limbo e fare in modo che non si integrino. Potremmo definirli un “reservoir” lavorativo di emergenza, ad esempio in Italia raccolgono arance (che noi mangiamo a quattro palmenti). “Negro di merda!” è più facile da dire che “economia di merda!” perché nell’economia noi ci siamo, il “negro” invece è palesemente esterno al “noi”. Il “negro” è indifeso e quindi lo si può attaccare, l’economia invece stritola, minacciando di non dar da mangiare.
Secondo me deve essere chiaro che il colore della pelle non è usato come espressione di appartenenza. Non è come dire “lucernese di merda!” (mi scusino i lucernesi per aver scelto loro come esempio) riferendosi a una componente geografica e culturale precisa. No, il colore della pelle è determinante solo in quanto non-noi. È una proiezione di diversità, quindi di nostra identità.
 
 
Non dargli un nome!
Proprio in questa logica di non-noi i ragazzini del foyer non sono (e non possono essere) individualizzati dal mio amico. Lui li descrive e basta, li tiene come un'immagine. È un’operazione normale, in questa situazione.
Personificarli nella logica del discorso significherebbe riconoscere loro una dignità, una cittadinanza, che nella nostra struttura economica non è possibile, non è funzionale. Dire “quel Rashid [nome di fantasia] là del foyer è una persona di merda perchè si ubriaca e vomita” non aiuterebbe a descrivere il noi, personalizzerebbe. Chiedergli quale sia la sua storia, quali siano i suoi talenti, svelerebbe che dire “che persona di merda!” sarebbe probabilmente inappropriato, perché solo i nemici meritano l’odio, l’odio deve aver un motivo per nascere che non permette scusanti. Bisogna allora evitare in tutti i modi di conoscerli, per far sì che nessuna scusante possa entrare nel discorso, per far sì che se uno sbaglia tutti sbagliano. Permettendo la generalizzazione li si rende dei non-noi.
Il non-noi aiuta a creare il noi. La proiezione dell’altro, dello straniero, del diverso, è centrale per definire sé stessi in una cultura che non conosce più sé stessa, viepiù debole come la nostra in Svizzera. Tendiamo a sovrastimare e generalizzare l’entità e l’importanza degli altri, esageriamo nella generalizzazione negativa, perché così spostiamo l’attenzione sul fatto che non sappiamo chi siamo.
Di sicuro interesse è in questo senso una ricerca recente uscita sui giornali riguardante i mussulmani: i ricercatori chiedevano agli intervistati di dire quanti mussulmani ci fossero nel loro Paese e confrontavano quel numero con i dati reali. In Svizzera: si pensa che il 12% della popolazione sia mussulmana. La realtà? Solo il 5%. Interessante anche il controesempio turco, che sta pure vivendo una grande stagione di populismo e di espansione del sistema speculativo-capitalista: i turchi pensano che il 19% degli abitanti non sia mussulmano, mentre solo il 2% non lo è. Anche il caso polacco è estremo: sebbene gli intervistati pensino che il 7% sono mussulmani, in realtà solo il 0.1% lo è.
Più avanza la struttura capitalista globalizzata, meno ci conosciamo. E così andiamo avanti a tentoni, permettendo il rigurgito di particelle di discorso razziale che si pensavano sepolte con la Storia.
 
 
Alcune conclusioni
Nella struttura economica attuale, dove il lavoro dipendente e subordinato ancora è centrale nella mente della cittadinanza, i richiedenti l’asilo sono persone che devono aspettare nella miseria visibile. Nonostante sia un fenomeno marginale, questa situazione scaturisce una proiezione sociale negativa che inevitabilmente provoca fenomeni di razzismo, inteso come espressione di generale riprovazione che annichilisce l’umanità della singola persona.
Interventi sono necessari, sebbene complessi. Il problema principale è la completa assenza di una consapevolezza culturale di noi stessi.
Spesso si dice che bisogna anzitutto cercare di conoscere le culture dei migranti per accettarle. Non sono completamente d’accordo: parliamo di miriadi di culture diverse, con tutte le loro sfaccettature. Chiaramente più urgente è invece far conoscere la nostra cultura a noi stessi, ricominciare con l’integrazione degli stessi svizzeri. Aprire gli occhi e far notare che la nostra cultura attuale è improntata allo sfruttamento del lavoro, maschile e femminile, sempre più precario, e delle risorse, in particolare l’ambiente.
Della nostra cultura attuale poco o nulla si sa, vagano mitologie di bellezza o di bontà del mondo del lusso, ci si sente svizzeri perché si canta un inno datato e si guarda con approssimazione i lottatori nella segatura.
Io non nego che chi viene accolto debba compiere uno sforzo di integrazione, impegnarsi a conoscere la lingua, rispettare usi e costumi. Pure evitare gli eccessi. Ma penso sia assolutamente necessario proporre l’idea che il problema di stigmatizzazione e generalizzazione razziale che viviamo è anzitutto legato a una condizione precaria nostra. Insomma: odiamo i poveri invece di odiare la povertà.
Tra tutti i dubbi infatti vale solo una certezza: il sistema di sfruttamento non sparisce se non hai in giro ragazzini siriani, semplicemente parassiterebbe da qualche altra parte. Insomma, siatene sicuri, le condizioni di vita svizzere non migliorerebbero chiudendo le frontiere ai migranti e rendendo così invisibili i “negri di merda”.
 
 
di Filippo Contarini, Lucerna