2038: il cioccolato non c’è più

2038: il cioccolato non c’è più

Ottobre 14, 2020 - 06:22

Una geopolitologa francese mette in evidenza come fra qualche decennio la combinazione di aumento dei consumi e cambiamenti climatici potrebbe rendere il cacao un prodotto molto raro.

Fra meno di due decenni potrebbe non esserci più cioccolato. O meglio, potrebbe diventare un bene ristretto a una piccola cerchia di fortunati. Questa testi è stata presentata da Virginie Raisson, geopolitologa francese, per anni attiva nel comitato di Médecins sans frontières, presentata nel libro “2038 Atlante sui futuri del mondo”, edito da Slow Food e presentato recentemente al Festival Internazionale di Ferrara, come spiega un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore. All’origine della possibile scomparsa del cioccolato potrebbe esserci la mancanza di disponibilità di cacao, frutto di una combinazione di consumi in aumento e cambiamenti climatici. “Nei Paesi emergenti la domanda di cioccolato sta aumentando esponenzialmente”, spiega la stessa Raisson, citato sul Sole 24 Ore. “Soltanto in Cina il consumo medio di cacao, che nel 2010 superava a malapena i 40 grammi a testa all’anno, nel 2014 era già aumentato del 75%. A questo ritmo, la Cina potrebbe piazzarsi al secondo posto tra i Paesi consumatori di cacao prima della fine di questo 2020”. In concomitanza di questa crescita nei consumi si assiste a problematiche riguardanti il cambiamento climatico che potrebbero incidere negativamente sulla produzione. “Per crescere – spiega Raisson – le fave di cacao hanno bisogno di molta pioggia, ma le aree tropicali piovose sono in diminuzione”.

La geopolitologa propone anche alcune misure per arginare il problema. La prima è puntare sulla ricerca e sviluppare semi di cacao resistenti al cambiamento climatico. L’altra è retribuire meglio i produttori di cacao, che per il 90% sono piccoli produttori e non riescono a guadagnare abbastanza per investire in miglioramenti produttivi. “Ci vuole un movimento dal basso dei consumatori come quello che c’è stato per l’olio di palma”, sostiene la Raisson.