A 360 gradi con Carola Barchi: “Credo che mio padre sarebbe fiero”

A 360 gradi con Carola Barchi: “Credo che mio padre sarebbe fiero”

Aprile 12, 2021 - 06:06
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Abbiamo intervistato la candidata al Consiglio comunale di Lugano Carola Barchi. Un’intervista a tutto tondo, in cui si è spaziato fra i vari argomenti al centro della campagna elettorale, dalla riconversione ecologica di Lugano, al suo rilancio economico, dai temi riguardanti la pianificazione della Città, fino al proseguimento a Sud di Alptransit e il Polo congressuale (progetto sovente citato nelle campagne elettorali e nei programmi dei partiti, ma che ancora manca). Abbiamo anche parlato dell’appello inerente lo sgombero dell’ex Macello che Carola Barchi, assieme al collega di lista Augusto Bernasconi, ha lanciato (vedi qui) e del bilancio della politica luganese, trascorse due Legislature dal cambio di guida della Città…

Carola Barchi, perché ha deciso di candidarsi al Consiglio comunale di Lugano per il PLR?

Domanda difficile. Spero di poter dare una risposta, anche se parziale.

In effetti è avvenuto un po' per caso. Tramite amici ho risposto all'appello del presidente del PLR di Lugano Guido Tognola, che cercava nuove leve che non provenissero dalla politica, ma dalla società civile. Sono architetto e da ormai trent'anni lavoro nel settore dell’architettura e dell'urbanistica. Il governo della città è un argomento che mi è familiare, visto che riguarda anche la pianificazione. Credo che la politica sia molto responsabile della qualità di una città. 

Sono inoltre stata positivamente colpita dal programma prodotto dalla sezione di Lugano del PLR. Si tratta di un programma, finalmente, innovativo, ma anche molto concreto, con proposte precise su temi concreti. 

 

Parlando di programmi e di pianificazione, è evidente che nella prossima legislatura si dovrà arrivare a discutere della pianificazione della Città dopo l'aggregazione, con l'elaborazione di un nuovo Piano regolatore (o Masterplan). Come crede si debba affrontare politicamente la sfida di ripensare a livello pianificatorio la Città?

Sono contenta che il programma del PLR contenga la richiesta di arrivare entro la fine della prossima legislatura ad un Piano regolatore unitario. 

Il processo delle aggregazioni è stato lungo e ha richiesto molta energia, per riunire politicamente questa varietà di Comuni. Non era per nulla scontato che ad un’aggregazione politica succedesse in tempi rapidi anche un'unificazione pianificatoria e urbanistica. Ora, vedo che questa volontà è presente ed è stata già messa in moto attraverso dei mandati di studio in parallelo, che hanno l'obiettivo di trovare delle linee guida per lo sviluppo futuro della Città. Lo fanno attraverso uno scambio di idee di vari gruppi di urbanisti, anche a livello internazionale.

Si comincia tardi, ma si comincia con il piede giusto. 

 

Quali dovrebbero essere le priorità in ambito pianificatorio nella prossima Legislatura? 

Dirò qualcosa che forse non ha a che fare con la pianificazione tout court, con la geometria e il disegno della Città: Lugano deve capire quali specificità, risorse, obiettivi e quali visioni ha per il suo futuro. Capire come collocarsi, non solo quale polo cantonale, ma anche quale polo internazionale. 

 

A questo proposito, in questa campagna elettorale, è stato osservato da più commentatori che Lugano ha perso il suo ruolo di “locomotiva" cantonale, che ha avuto nei decenni precedenti. Crede che questo ruolo lo possa recuperare anche attraverso una ridefinizione della pianificazione?

Credo che tutto parta dalla volontà politica. Lugano ha molte risorse, non solo paesaggistiche, ma anche culturali. È situata in una posizione molto privilegiata fra il Nord e il Sud delle Alpi e all'interno della stessa Insubria. Si può vedere come certe politiche lungimiranti di Città d’Oltralpe, anche più piccole di Zurigo, abbiano portato a degli ottimi risultati. La volontà politica viene per prima. Forse è la politica che deve imparare a fare politica…

 

Negli ultimi anni la politica non ha saputo fare la politica?

Non mi permetto di criticare la politica non essendo un politico. Tuttavia guardando all'esperienza passata con Giorgio Giudici come sindaco, abbiamo potuto vedere come un sindaco con delle visioni e degli obiettivi concreti sia riuscito a fare quello che in questi ultimi otto anni i politici e il Municipio non sono riusciti a fare. Complice, a mio modo di vedere, un certo "euro-scetticismo" o spirito di chiusura della Lega, e un certo laissez-faire, condito da buone intenzioni, ma con poca concretezza. 

 

Lugano secondo lei può ripartire e tornare a giocare il ruolo che ha ricoperto in passato su scala cantonale qualora ridefinisse la propria visione su quali progetti scegliere per costruire il proprio futuro. Entrando più nello specifico, a suo avviso, il Polo congressuale, di cui si sente parlare dal 2004 e ancora prima era già tema di studio su cosa fare a Campo Marzio, va fatto o no? Come?

Il Polo congressuale è una delle ultime destinazioni emerse per il sedime di Campo Marzio. Come architetti abbiamo visto passare il Polo fieristico, il Polo alberghiero e a partire dall'ultimo concorso, credo nel 2014, si è passati alla richiesta di un Polo congressuale. Credo che, essendoci già un Polo universitario, il Polo congressuale potrebbe essere complementare ad esso. Come architetto già nel 2014 partecipai, con Aurelio Galfetti, a questo concorso. Vedevamo la possibilità di trasformare lo spazio pubblico che avevamo creato in Polo congressuale, che noi avremmo fatto sotterraneo.

Da quanto so è da otto anni che si sta negoziando con gli imprenditori e le trattative sono ancora in corso. Sembrerebbe che esistano due concorrenti, mentre sui contenuti non c'è ancora un accordo. 

Io sono per il fare e per il fare bene. Ritengo semplicemente che questi tempi siano eccessivamente lunghi. Non si spiegano otto anni per negoziare con degli imprenditori. 

 

In questo Polo congressuale quale peso dovrebbero avere i privati?

Ribalterei la domanda: quale ruolo deve avere l'ente pubblico? La Città deve sapere quali sono i suoi interessi e cosa vuole fare per la cittadinanza. Una volta che ha in chiaro gli obiettivi e si fa portavoce dei suoi cittadini è possibile discutere con i privati, anche dandogli dei benefici. Per l'Ente pubblico l'importante è avere una destinazione di utilità pubblica, degli spazi pubblici e anche un'architettura di qualità.

 

Se lei fosse in Municipio quali obiettivi perseguirebbe per questo spazio?

Io, innanzitutto, non mi candido per il Municipio.

Gli obiettivi sono arrivare a un accordo con il privato affinché il privato possa realizzare, senza delle perdite economiche, quello di cui necessità, vale a dire, immagino, poter affittare o vendere dei contenuti residenziali.

In cambio l'Ente pubblico riceve dei contenuti di interesse pubblico che possono contribuire allo sviluppo della Città. Non da ultimo penso che gli spazi pubblici ricopriranno un ruolo importante in una zona situata a fronte lago e che quindi deve essere molto rappresentativa per la Città.

Chi verrà a fare dei congressi deve trovarsi davanti al lago ed avere un valore aggiunto rispetto a chi va, ad esempio, a Milano. 

 

Oltre al Polo congressuale, quali sono secondo lei i progetti strategici su cui Lugano deve chinarsi?

Dipende da quanti anni vogliamo prendere in considerazione. Parlando della prossima Legislatura, che sarà breve, non si potranno realizzare molti progetti strategici. Si può però decidere a quali di essi dare priorità. Oggi la Città ha 17 grandi progetti, alcuni più strategici, altri meno. 

Credo che la priorità per Lugano sia essere connessa adeguatamente per il ruolo che vuole assumere. Avere un aeroporto a cinque-dieci minuti dal centro è qualcosa di rarissimo, forse solo Ginevra, oltre Lugano, l'ha.

Lugano deve inoltre promuovere il proseguimento a Sud di Alptransit per collegarsi con più rapidità a Milano, perché l'Alptransit verso Sud si farà, ma forse non attraverso Lugano, ma il Lago Maggiore. Lugano deve prendere in mano questa questione e rivendicarla con più forza. 

 

Crede ci possa anche essere spazio per progetti meno strategici, ma con un forte impatto sulla qualità di vita degli abitanti?

Ora si stanno svolgendo i mandati di studio in parallelo per l'elaborazione di un Masterplan unico. Esso dovrà trovare non solo le strategie, ma anche individuare le caratteristiche che Lugano può usare per sviluppare la sua crescita.

Una di queste caratteristiche è il paesaggio: abbiamo un bellissimo e variegato paesaggio. Abbiamo poi dei quartieri cresciuti indipendentemente dal centro storico. Legandomi sia al paesaggio che a queste realtà abitative molto variegate, vedo un fil rouge dato dal fiume Cassarate. Esso percorre quasi tutte queste realtà urbane, che partono dalla Valcolla e arrivano fino al Lago. Il Cantone ha già riqualificato il Piano della stampa (per quanto riguarda la larghezza degli argini, e non tutto il comparto, che sarà oggetto di un piano intercomunale futuro). La Città ha riqualificato la Foce e abbiamo visto quanto successo essa abbia avuto come spazio identitario, in cui i cittadini, finalmente, possono accedere al lago. Uno spazio democratico, perché gratuito.

Ora quello che manca è legare questi due "poli" attraverso la riqualifica di tutto il corso del Cassarate. Il Cantone intende realizzarla ed è definita più che altro una rinaturazione del fiume. Il Cantone è mosso da motivi ecologici e di premunizione dalle piene del Cassarate. Questi lavori di premunizione e rinaturazione devono costituire un'occasione per riqualificare anche i quartieri che si affacciano sul Cassarate, che diventerebbe così un elemento unificatore. 

 

Quello che fino a pochi anni fa era l'elemento di divisione fra Lugano, Viganello, Pregassona, diventerebbe un elemento su cui ripensare la Città futura?

Sì. Lugano si è sviluppata molto, a partire dal centro storico, verso Nord, occupando tutta la Piana del Cassarate. Il Cassarate e il suo parco fluviale possono costituire un elemento unificante.

Inoltre la sponda sinistra del Cassarate, dunque Pregassona bassa, Viganello bassa, forse un po’ meno Cassarate, che è già un po' più "storicizzata", è fatta da "quartieri dormitorio", con in più la cesura data dal fiume.

A mio avviso è l'occasione per integrare nel tessuto urbano questi quartieri, non solo a livello pianificatorio, ma anche a livello di attività e di vita. 

 

Nel suo volantino spedito in alcuni quartieri lei ha messo molto l'accento su una svolta basata sull'ecosostenibilità e le energie rinnovabili. Ritiene vi sia la necessaria sensibilità, a Lugano e nel suo partito, per far sì che anche il PLR diventi un po' “verde”?

Se stiamo alle intenzioni del programma, sì. Spetta alle persone metterlo in pratica. Siamo in una piccola realtà e saranno le persone che verranno elette che dovranno portare avanti questa sensibilità.

Più che una sensibilità verde, credo però sia un passo che la Confederazione richiede e la legge impone. In Ticino, come altrove, siamo molto indietro. Non si tratta solo di misure di risparmio energetico e di emissioni zero, ma anche di caratteristiche di un vivere urbano: minimizzare il traffico attraverso l'aumento dei mezzi pubblici, favorire la mobilità lenta implementando le piste ciclabili. Non da ultimo, penso anche a un'economia circolare, evidente in una zona agricola, dove tutto si ricicla. Nelle città di grandi dimensioni però esistono pure attività private basate sul riutilizzo: dalla riparazione, fino alla mescita di alimentari senza imballaggi. Comportamenti virtuosi esistono. Sta alla Città favorirli.

 

Lei dà una grande importanza alla valorizzazione e alla pianificazione del territorio, a una maggior qualità di vita e a una riconversione ecologica per Lugano. È però indubbio che a Lugano dopo il ridimensionamento della piazza finanziaria c'è da scegliere su quali settori si deve puntare per creare un rilancio economico ed occupazionale. Lei su quali settori punterebbe per uno sviluppo economico che faccia tornare Lugano ad essere la "locomotiva" del Cantone?

Una domanda difficile e io non sono un'economista. Osservo però che Lugano è una città con una vocazione terziaria e che su 66’000 abitanti vi sono 56’000 lavoratori. È dunque una città che accoglie molto lavoro, una Città del lavoro. Questa vocazione a livello di agglomerato e anche a livello cantonale credo che rimarrà, visto che pur non avendo amministrazione cantonale Lugano accoglie comunque una quantità di lavoratori giornalieri che arrivano quasi al numero di abitanti. 

C'è chiaramente il turismo, che a mio modo di vedere è un po' "vecchiotto". Oggi il turismo, non di massa, ma del ceto medio-alto, chiede svago, cultura, artistica e museale, ma anche cultura gastronomica ed enologica. Chiede un mix di eccellenze che devono essere tutte presenti. Pensiamo ad esempio all'Alto Adige, che all'alta qualità del servizio abbina l'enologia, la cucina, un'offerta alberghiera innovativa e di qualità. 

Lugano sotto questo punto di vista non ha strutture da cinque stelle o un'offerta innovativa, nel senso di moderna. È ancora un po' old fashion e deve svecchiarsi. Non saprei dire quali misure si devono adottare, ma basta guardarsi in giro per l’Europa. La Svizzera è un Paese molto caro e l'offerta deve essere all'altezza. 

 

Una Valcolla come una piccola Trentino-Alto Adige luganese?

La vedo molto difficile, non avendo la Valcolla la centenaria tradizione altoadesina di frutteti e di uva. Non arriverei a tanto. Però per le attività sportive, di agriturismo, di contatto con la natura, la Valcolla ha molte potenzialità.

 

Che non vengono sfruttate oggi?

Non mi risulta che esistano molti agriturismi, che si valorizzino i prodotti alimentari, soprattutto della pastorizia. È un po' una valle dimenticata, che è anche parte del suo fascino. Potrebbe però diventare una delle attrazioni di Lugano, contrapposta alla City. A venti minuti dal centro Città abbiamo una bellezza incontaminata di montagne vergini. 

 

Oltre al turismo su quali vettori creare uno sviluppo economico a Lugano?

A Lugano da alcuni decenni c'è un elemento nuovo, l'Università. È un università giovane e nuova, ma che ha attorno a sé diversi istituti di ricerca di punta, considerabili dei fiori all'occhiello per la città di Lugano. Punterei proprio su questo: da un lato il mondo universitario, che porta studenti, conoscenze, saperi e persone, ma sopratutto gli istituti di ricerca, come il Centro di calcolo e l'Istituto Dalle Molle, che sono centri che possono coinvolgere anche il mondo imprenditoriale. 

 

Dalla piazza finanziaria a una riconversione verso l’alto livello tecnologico?

Per quanto riguarda i privati le cose possono succedere o meno. Il tema è se la Città è disposta a mettere dei "tappeti rossi" per far affluire questo tipo di economia. La Città deve avere degli obiettivi, magari anche pochi, ma chiari, e mettere molte energie per realizzarli. Credo che questi debbano essere dei settori in cui la Città investa maggiormente. 

 

Lei poche settimane fa, assieme a un suo collega di lista, Augusto Bernasconi, ha deciso di lanciare un appello (vedi qui) riguardante il possibile sgombero dell'ex Macello dagli autogestiti, in cui si chiedeva che esso non fosse una "Spada di Damocle" durante la campagna elettorale e che non “viziasse” il dibattito sui vari temi. Perché questo appello?

Abbiamo deciso di lanciare un appello perché ci è sembrato molto demagogico, ambiguo e subdolo, innescare una discussione su questo tema a un mese dalle elezioni.

La questione dei molinari e del Macello è una questione che Lugano ha tentato di risolvere negli anni passati, già sotto la guida di Giorgio Giudici. È sempre stato un tema controverso, perché, anche a mio modo di vedere, questa realtà non ha mai attirato, come forse era all'inizio, molti giovani. Ci si è un po' isolati e arroccati in questo Macello, che è stato percepito come una specie di "lazzaretto" oltre i cui confini non ci si deve inoltrare. Ci sono stata diverse volte, ma non mi sembra sia diventato un centro per la cultura alternativa. 

Detto ciò esiste una convenzione che la Città di Lugano ha sottoscritto con i molinari e un progetto di riqualifica del sedime. Secondo la convenzione qualora il Macello fosse stato riqualificato la Città avrebbe pensato a come e dove trovare spazio per gli autogestiti.

L'autogestione è un tema che Lugano può decidere di volere, come in molte grandi città, o può decidere di non volere, in nome di un certo conservatorismo o provincialismo. Quello che a noi ha dato fastidio, e penso di parlare anche a nome di Augusto Bernasconi, è che si usasse questo tema, che non è banale e su cui non bisogna essere superficiali, a un mese dalle elezioni, in maniera propagandistica e demagogica per spaventare la popolazione, a scapito di poche decine di persone che non hanno molto potere, ovvero i molinari. 

 

Secondo lei l'appello ha ottenuto qualcosa?

Nell'appello abbiamo posto delle richieste. Mentre stiamo ancora raccogliendo adesioni abbiamo visto che i toni bellicosi e un po' da squadrismo che utilizzava il Municipio si sono trasformati in letterine di disdetta e nel lasciare ancora qualche tempo in più per sgomberare. Si sono ammorbiditi. Lo scopo era quello che di questa vicenda non si facesse un tema pretestuoso in vista delle elezioni. Secondo me ci siamo riusciti. 

So che ora l'UDC intende lanciare un'iniziativa per farla finita con gli esperimenti di autogestione a Lugano. Ben venga un sano dibattito e una discussione. 

 

Lei in questa intervista ha citato in due occasioni Giorgio Giudici. Lei è architetto come Giudici. Giorgio Giudici è riconosciuto come un sindaco visionario e strategico nello sviluppo della Città, con i suoi meriti e con le sue ombre. 

Ritiene che in politica ci sia una maggior capacità di visione e di progettualità da chi proviene dal mondo dell'architettura?

Non penso che gli architetti abbiamo una marcia in più per governare una Città. Sono anche passati i tempi di Giorgio Giudici, dove un leader forte poteva affermarsi in maniera un po' autocratica. 

Giorgio Giudici a mio modo di vedere è stato, e forse è, un grande politico, ma la sua capacità politica è stata quella di avere delle visioni e di fare grandi alleanze. Per quanto riguarda gli architetti sicuramente abbiamo molte visioni. Molte di queste sono state ben "rubate” o prestate alla politica. Questo è il connubio che serve. Noi abbiamo visioni e sta alla politica appropriarsene e realizzarle.

Io dico sempre che in architettura un buon progetto ha sempre dietro un buon committente. I progetti sono l'espressione di chi vuole edificare. Noi abbiamo visioni e sogniamo, ma il nostro mestiere è anche molto concreto: lavoriamo con ingegneri, muratori e con molti soldi. Siamo obbligati per realizzare i nostri progetti ad essere molto concreti. 

L'architetto sì può essere paragonato a un politico, ma non direi che automaticamente un architetto può essere un buon politico. 

 

Lei ha parlato di alleanze. Quanto negli ultimi anni è secondo lei venuto a mancare il processo, in cui Giorgio Giudici si è distinto, di fare alleanze larghe attraverso cui sviluppare un consenso su quale Città costruire e avere dunque i numeri per vincere, in Consiglio comunale, ma anche nella cittadinanza? Secondo lei in questa legislatura c'è stata un'assenza di alleanze fra i vari partiti?

In queste ultime due legislatura c'è stata un'assenza di visioni e di progetti concreti. Ripeto, i progetti ci sono, ma quando parliamo di un progetto, uno è nato dodici anni fa, l'altro otto anni fa. Quando ci sono dei progetti, delle idee e delle visioni, è necessario fare alleanze e che tutti cooperino. È necessario che queste visioni non siano le visioni di un partito, ma le visioni di tutti. Credo che queste due legislature abbiano peccato più nella mancanza di visioni che di alleanze. Le alleanze forse ci sono, ma sono nel tirare a campare. 

 

Lei si candida per la prima volta ad una carica politica, per il Consiglio comunale di Lugano. Lei è però anche "figlia d'arte". Suo padre, Pier Felice Barchi, è stato per diversi anni presidente cantonale del PLR. Quanto essere stata la figlia di un grande leader politico, l'ha influenzata e portata ad essere candidata oggi?

Sono frutto di molte cose. Sono sì figlia di Peo Barchi, ma se posso considerarmi figlia d'arte lo sono piuttosto di Aurelio Galfetti, il secondo marito di mia madre. Ho una storia molto ibrida e complessa. Sono architetto e lo sono grazie alla presenza di Aurelio Galfetti, che, non solo a mio parere, è stato ed è un grande architetto. 

Non penso dunque di essere figlia d'arte di mio padre. Certo è che c'è una passione per la cosa pubblica, che ho ereditato non solo dall'essere architetto, ma anche dall'essere stata allevata e aver avuto mio padre vicino in questi anni. Mio padre è stato un grande politico. Soprattutto era un "animale" politico. Era molto strategico, in un'epoca in cui i partiti avevano sicuramente molta più importanza di oggi e i suoi leader altrettanto. Oggi la politica non si fa più così. 

Penso però che mio padre sarebbe fiero se sapesse che faccio politica. Purtroppo è morto da due anni e non lo può sapere.