A 40 anni dalla strage: ricordi, indagini e “una luce in fondo al tunnel della verità”

A 40 anni dalla strage: ricordi, indagini e “una luce in fondo al tunnel della verità”

Agosto 02, 2020 - 14:40
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Cadono oggi i 40 anni dalla Strage di Bologna, uno dei più cruenti attentati della storia italiana. A 40 anni di distanza processi e indagini hanno individuato solo parzialmente i responsabili. I mandanti oggi sono morti, ma le recenti indagini possono forse restituire un po’ di verità.

Alle 10.25 del 2 luglio del 1980 l’orologio della stazione di Bologna si è fermato. Ancora oggi le lancette dell’orologio della stazione sono ferme a indicare il momento preciso in cui la devastante esplosione spezzò la vita di 85 persone, provenienti da tutte le parti d’Italia, alcuni anche dall’estero, che si trovavano nella stazione in viaggio di partenza o di ritorno dalle vacanze. La vittima più giovane, Angela Fresu, non aveva ancora compiuto tre anni. Il più anziano, Antonio Montanari, 86 anni.

Cadono oggi i 40 anni da quel tragico avvenimento, uno dei diversi cruenti attentati che hanno caratterizzato gli “anni di piombo” italiani. Stragi che trovano una matrice comune, oltre che nella paternità neo-fascista, anche in quella che è stata chiamata la Strategia della Tensione, che in sostanza prevedeva, attraverso una serie di attentati e atti terroristici di diffondere uno stato di insicurezza nella popolazione, tale da giustificare svolte autoritarie dello Stato.

Per la strage di Bologna furono condannati nel 1995 i terroristi fascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, esponenti del Nuclei armati rivoluzionari, quali esecutori materiali. Nel 2007 si aggiungono alle condanne quella a Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, e nel 2020 quella a Gilberto Cavallini.

Vi furono anche delle condanne per i depistaggi correlati alle indagini sulla strage. Il nome più noto è quello di Licio Gelli, a capo della loggia Massonica P2, che da li a poco sarebbe stata al centro di uno dei più importanti scandali politici italiani, oltre agli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci (anche lui affiliato alla P2), Giuseppe Belmonte e al “faccendiere” Francesco Pazienza. Per il depistaggio fu processato ma assolto invece Massimo Carminati, terrorista neo-fascista e criminale, nome che ritornò nelle cronache in tempi più recenti con lo scandalo di “Mafia Capitale” cinque anni or sono.

Per quanto riguarda invece i mandanti della stage, gli organizzatori e i complici, individuati in un’indagine conclusasi all’inizio di quest’anno, oggi sono tutti morti.

“Si tratta di nomi che hanno riempito le cronache nere, politiche e giudiziarie del XX secolo, ma di un’altra generazione rispetto agli esecutori”, spiega oggi un articolo del Corriere della Sera. “Potevano essere i loro padri, addirittura nonni. Licio Gelli, classe 1919, scomparso nel 2015; Umberto Ortolani, (1913-2002); Federico Umberto D’Amato (1991-1996); Mario Tedeschi (1924-1993)”. “Erano tutti iscritti alla Loggia massonica P2, un’associazione segreta ispirata all’oltranzismo filo-atlantico e anticomunista che nel dopoguerra italiano e in piena «guerra fredda» tra Est e Ovest s’è servita anche di trame occulte e metodi poco ortodossi per impedire che il Partito comunista italiano si avvicinasse alle stanze del potere”, spiega il Corriere.

“Gelli della P2 era il capo, e avrebbe foraggiato gli stragisti con movimenti bancari dall’estero verso l’Italia; l’imprenditore Ortolani, uno dei maggiori finanziatori della Loggia segreta, lo avrebbe aiutato nell’impresa; Federico Umberto D’Amato era un funzionario di polizia giunto alla guida dell’Ufficio Affari riservato del ministero dell’Interno (una sorta di servizio segreto parallelo dell’epoca), fatto fuori nel ’74 ma sempre in attività al fianco di Gelli, secondo l’accusa; Mario Tedeschi, parlamentare del Movimento sociale italiano (il partito nato nell’Italia repubblicana dalle ceneri del fascismo) lo avrebbe aiutato attraverso gli articoli sulla rivista «Il Borghese», di cui era direttore”.

Ovviamente sono molte oggi le testate italiane a dedicare ampio spazio all’anniversario della strage. Il Fatto Quotidiano da spazio a Paolo Bolognesi, il presidente dell'Associazione 2 agosto, associazione dei famigliari delle vittime della strage. Le sue parole, in occasione delle commemorazioni ufficiali a Bologna, sono molto dure. “È sconvolgente il trattamento di favore di cui ancora godono alcuni degli esecutori materiali della strage di Bologna ricompensati lautamente per il loro silenzio sui retroscena di cui sono a conoscenza. Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, capi del gruppo di assassini fascisti denominato Nar, hanno ucciso 98 persone, sono stati condannati a 9 ergastoli lei e a otto ergastoli lui, e a decine di anni di carcere per vari reati”. “Una luce in fondo al tunnel della verità ora c’è”, dice ancora Bolognesi. “Sarà un processo durissimo. Noi chiediamo ancora completa verità e dopo i mandanti, non più presunti perché ci sono i conti e non lo dico io mai i giudici, bisognerà individuare gli ispiratori politici. Tutti i capi dei servizi erano appartenenti alla loggia massonica P2 e li nomina il presidente del Consiglio. La strage è stata preordinata e calibrata un anno e mezzo prima del 2 agosto 1980″.

Repubblica pubblica una testimonianza di Carlo Sgarzi, che all’epoca della strage era di leva nei vigili del fuoco e fu messo a piantonare l’autobus 37, insieme all’orologio della stazione diventato uno dei simboli della strage. Il 2 agosto 1980 c’erano così tanti morti e feriti, oltre 200, che i soccorsi dovettero avvalersi anche di autobus e taxi per trasportarli all’ospedale.

L’anniversario è stato ricordato anche dal Presidente della Repubblica italiana. Sergio Mattarella nel suo discorso ha ribadito “il dovere della memoria, l’esigenza di piena verità e giustizia e la necessità di una instancabile opera di difesa dei principi di libertà e democrazia“.