Alain Berset: "Questa crisi ci mostra quanto siano fragili le nostre società"

Alain Berset: "Questa crisi ci mostra quanto siano fragili le nostre società"

Agosto 01, 2020 - 20:32
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Il discorso del consigliere federale Alain Berset pronunciato oggi a Monte Carasso per le celebrazioni ufficiali di Bellinzona (fa stato la versione orale). 

Questo non è un anno come gli altri. E non può essere come gli altri nemmeno il 1° agosto. Perché la crisi non è ancora superata.

Dopo essere stato a lungo basso, da metà giugno il livello dei contagi ha ripreso a crescere. Negli ultimi giorni nettamente. In alcuni Cantoni sono comparsi dei focolai. La crescita dei contagi non giunge inattesa. La gente si sposta di più, viaggia di più e soggiorna di più all’estero. Ora si tratta di combattere con decisione la nuova impennata. Tutti insieme. 

Il Consiglio federale segue da vicino l’evolversi della situazione in stretto contatto con i Cantoni, che prendono molto sul serio il loro compito. Alcuni Cantoni hanno già adottato misure supplementari. Come il Ticino, che ha per esempio limitato a cento il numero degli ospiti nei bar e nelle discoteche. Ginevra, che ha addirittura chiuso tutti i club e i locali notturni.

Bisogna di nuovo ridurre il numero delle infezioni, interrompere le catene di contagio. Conosciamo le regole d’igiene e di distanziamento sociale, che sono importanti ed efficaci. In vacanza, al lavoro, sui mezzi pubblici e nei ristoranti. Dappertutto. Così ci proteggiamo tutti.

Questa non è un’estate come le altre. È attesa, speranza e apprensione. È desiderio di normalità, ma è anche disillusione, perché osservando la situazione mondiale, sappiamo che potrebbe durare ancora a lungo. Desideriamo ritornare alla vita di prima, ma sentiamo che qualcosa è cambiato. Per ciascuna e ciascuno di noi e per la società. Ma come cambierà la nostra vita quotidiana e la nostra situazione economica? Non lo sappiamo.

Quest’anno ci ricorda brutalmente una cosa: non siamo sempre la Nazione immune che spesso crediamo di essere. E che effettivamente spesso siamo stati. Neutralità, fortuna e abilità strategica ci hanno fatto attraversare indenni persino la prima – terribile – metà del XX secolo.

Il virus, ovviamente, non è paragonabile alle guerre mondiali. Però ha un forte impatto sulle nostre vite. E diffonde una grande incertezza. Forse, è proprio questa incertezza ad essere difficile da sopportare, per noi Svizzeri. Perché siamo un’isola di stabilità in mezzo a un continente storicamente in tumulto. Siamo nel cuore dell’Europa, non soltanto geograficamente, ma anche dal punto di vista culturale, sociale ed economico. E quindi anche virologico. Ma siamo anche nel pieno della globalizzazione. Anzi, siamo persino uno dei Paesi più globalizzati al mondo.

Abbiamo solide aziende esportatrici. Abbiamo la più alta densità di multinazionali. Una grande apertura sul mondo e nel contempo forti identità regionali e locali, che di tanto in tanto producono tensioni politiche. I legami che abbiamo con l’estero hanno molti vantaggi per il nostro Paese: si va dall’arricchimento culturale reciproco fino alla prosperità economica. Ma questa interdipendenza presenta anche dei rischi. Tuttavia – ne sono convinto – siamo abbastanza pragmatici da saper ponderare i due aspetti. E non cadere in reazioni di rifiuto. Che rischiano d’indebolire ancora di più la nostra economia, in tempi che si prospettano difficili per tutti, anche per noi.

Questa crisi ci mostra quanto siano fragili le nostre società. Ma dimostriamo anche di essere resilienti. E di sapere quando è ora di mettere da parte le differenze, e di unire le forze per affrontare insieme la sfida che abbiamo davanti. C’eravamo, e ci siamo ancora, gli uni per gli altri. Il Ticino, in particolare, ha dimostrato in modo straordinario di essere una comunità unita e solidale. L’emergenza coronavirus è il tempo della solidarietà verso i più deboli, il tempo di rimboccarsi le maniche e della responsabilità verso il prossimo.

Nelle ultime settimane ho ricevuto molte lettere di cittadine e cittadini. Per esempio da una signora di 95 anni del Cantone di Basilea Campagna, che vive in una casa di riposo. Mi scrive che i residenti sono magnificamente assistiti dal personale sanitario e ringrazia: tutti quelli che si prendono cura di lei e tutti quelli che la proteggono dal pericoloso virus. Un’altra lettera mi è arrivata da un ragazzino di 11 anni, allievo di una quinta elementare del Cantone di San Gallo. Che scrive «Vorrei ringraziarla per avere chiuso le scuole, i negozi e molto altro ancora.» 

L’emergenza coronavirus è stata anche il tempo dell’impegno vissuto in prima persona, in particolare negli ospedali e nelle case di riposo, dove il personale ha dato il massimo, come anche in molti altri settori della società e dell’economia. Sono venuto in Ticino il 19 marzo e ho incontrato il Governo e lo Stato Maggiore Cantonale di Condotta. Sono rimasto profondamente impressionato dalla concentrazione e dalla disciplina con cui tutti gli attori davano il loro contributo.

C’è un’altra cosa che abbiamo dimostrato: la grande coesione tra le diverse zone del Paese. Il Ticino è stato più colpito della Svizzera tedesca dalla prima ondata di coronavirus. Le regioni di confine – in primis il Ticino, ma anche Vaud e Ginevra, hanno percepito direttamente l’estrema gravità della situazione di molti ospedali e case di riposo dei Paesi vicini.  In marzo e aprile numerosi ticinesi mi hanno scritto mail cariche di apprensione. «Chiudete tutto», hanno chiesto in molti. Mentre nella Svizzera tedesca già si invocavano allentamenti, esponenti ticinesi chiedevano provvedimenti ancora più restrittivi. 

Nella morsa di opposte esigenze, il Consiglio federale si è sempre sforzato di trovare soluzioni che tenessero conto della varietà delle situazioni cantonali, senza per questo vanificare la strategia nazionale. Ha insomma cercato e cerca di trovare un equilibrio tra la protezione della salute e la riapertura delle attività economiche. Il Consiglio federale è consapevole che la pandemia mette a rischio la sopravvivenza di molte aziende e devastato le finanze di molte persone. 

In tutta la Svizzera abbiamo dimostrato che quando è necessario ci aiutiamo l’un l’altro. È stato necessario e lo è ancora.  Ci aiutiamo l’un l’altro a superare la crisi sanitaria. Non importa quanto durerà. Ci aiutiamo l’un l’altro ad affrontare al meglio la recessione che ci attende. Non importa quanto sarà dura. E non importa se il virus ha colpito, colpisce e colpirà gli uni più degli altri. Siamo una comunità. Non importa se abbiamo idee e opinioni anche molto diverse. 

Come ho appena detto, nelle ultime settimane ho ricevuto numerose lettere. Mi ha scritto anche un quindicenne. I suoi genitori vengono dall’India e dallo Sri Lanka. Vuole terminare l’apprendistato e si trova molto bene da noi. «Ma in Svizzera c’è anche il razzismo», scrive. Spesso pensiamo – o piuttosto speriamo – che nella nostra società la xenofobia, per non parlare del razzismo, siano ormai preistoria. Ma non è così. Purtroppo. Razzismo e discriminazione non devono mai essere tollerati. Né sul mercato del lavoro. Né sul mercato degli alloggi. Né nello spazio pubblico. Mai. Dobbiamo combatterli con fermezza, nelle parole e nei fatti. E creare strutture che non discriminino nessuno. 

Il 1° agosto si celebra la coesione nazionale. Lo sappiamo tutti. Fa parte della tradizione, è un rito – eppure, a volte, non si riesce a scacciare il sospetto che per certi aspetti sia soltanto una finzione. Diciamo che qualche volta, il 1° agosto, a parole si saltano allegramente dei piccoli fossi, che nella realtà quotidiana somigliano piuttosto a dei crepacci… Ma non quest’anno. Quando il pericolo incombe, la nostra comunità fa quadrato. Assumendo la responsabilità delle nostre azioni, assumiamo responsabilità per gli altri. La nostra solidarietà è autentica.

Quest’anno non è come tutti gli altri.  Per questo auguro a tutti un 1° agosto particolarmente bello!