Aldo Bonomi: "La responsabilità sociale non deve stare solo dentro le mura dell'impresa"

Aldo Bonomi: "La responsabilità sociale non deve stare solo dentro le mura dell'impresa"

Ottobre 13, 2021 - 22:50
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Giovedì 23 settembre a Lugano si è tenuta una conferenza, organizzata dal Circolo liberale di cultura Carlo Battaglini, incentrata sulla finanza sostenibile, in cui i relatori erano il presidente del consiglio d'amministrazione di Swiss Re ed ex ceo di UBS, Sergio Ermotti, e il sociologo italiano Aldo Bonomi, fondatore del consorzio AASTER e attento osservatore dei fenomeni sociali e delle relazioni fra "flussi e territorio".

Bonomi è anche un importante opinionista, dapprima su "Il Manifesto", poi sul "Corriere della Sera" e infine oggi su il "Sole 24 Ore", dove ogni 15 giorni pubblica la sua rubrica. 

Noi abbiamo colto l'occasione della sua presenza in Ticino per intervistarlo...

Aldo Bonomi è sociologo, direttore e fondatore del consorzio AASTER, è stato uno dei più attenti osservatori del fenomeno della Lega Nord in Italia. Assieme a Sergio Bologna, Marco Revelli e il ticinese Christian Marazzi, inoltre, è stato un attento osservatore della trasformazione economica, negli anni '90, verso il post-fordismo. Bonomi si è concentrato nell'analizzare e nel "raccontarci" il fenomeno sociale della Lega come risposta alle trasformazioni economiche violente del post-fordismo. 

Giovedì 23 settembre Bonomi ha tenuto una conferenza, assieme a Sergio Ermotti, incentrata sulla sostenibilità dell'economia, in particolare della finanza. Un tema di cui si parla molto. 

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Aldo Bonomi, quanto è possibile un'autoregolamentazione da parte delle aziende e delle multinazionali sulla sostenibilità e invece quanto è un'operazione di marketing, perché queste aziende hanno bisogno di colorarsi un po' di verde e un po' di sociale?

Rispondo partendo dalla tua presentazione. Io ho sempre seguito le dinamiche, anche quelle della politica, partendo dal basso, dall'orizzontale, dal territorio. Così faccio anche per la finanza e le banche. La mia categoria interpretativa è quella dei flussi, che impattano e cambiano i luoghi, antropologicamente, culturalmente, economicamente e socialmente. 

La finanza è un flusso. Ce ne siamo accorti tutti nel 2007, se non ce ne fossimo accorti prima, con gli scatoloni della Lehman Brothers. I mutui, il rapporto con la dimensione della banca, in quel momento è cambiato immediatamente. La finanza è un flusso, le aziende internazionali sono un flusso, le internet companies sono un flusso, le reti sono un flusso (per ragionare invece dei grandi problemi di attraversamento del vostro territorio), le migrazioni sono un flusso. 

Per quanto riguarda la finanza, e per rispondere alla tua domanda, molto dipenderà dalla dialettica fra flussi e territorio. 

Nella fase attuale, dato che anche la pandemia è un flusso, che ci ha fatto "sedere sulla terra il corpo", sono avanzate due grandi dimensioni: quella della natura, dell'ecologia e della crisi climatica, che abbiamo tutti capito, e quella dell'innovazione tecnologica e del digitale. Per dirla in maniera colta: l'antropocene, lo squilibrio fra uomo e natura, e il tecnocene. È ovvio che anche i flussi hanno capito questo. Non possono più "atterrare" in maniera indifferenziata e da qui deriva questa grande retorica sulla sostenibilità. 

Il problema è quanto sarà retorico il processo reale. Molto dipenderà dalla coscienza di luogo: da quanto i territori assumeranno la coscienza del cambiamento e si rapporteranno con i flussi. Quindi, mai come oggi il problema della finanza è un problema aperto ed è un problema che sta all'interno della metamorfosi in cui siamo. 

 

 

È un flusso anche il movimento dei Giovani per il Clima? È una novità a livello politico, in Europa, e in particolare in Svizzera e in Germania, dove il movimento per il clima è stata una delle novità politiche degli ultimi anni?

Non è un flusso. Non va confuso il flusso con il movimento. Il flusso arriva dall'alto. Il movimento si produce nella società. Quello del clima io non lo chiamo ancora sociologicamente movimento. Osservo naturalmente quanto i Giovani per il Clima siano diventati un fenomeno politico in Germania, in Svizzera, e lentamente anche in Italia. 

Bisogna però fare attenzione. È un movimento che appartiene alla coscienza di luogo, che non è un problema generazionale, è un problema di come il luogo capisce. È all'ultima generazione a cui è stato dato in mano il "cerino" della crisi ecologica e i problemi di un'economia da cambiare. 

Questo è il punto sottoposto ai giovani. 

 

 

Al World Economic Forum di Davos del 2002 fu presentato con grande retorica il patto per la responsabilità sociale delle imprese, con padrino Bono degli U2. Sono passati vent'anni e non è successo nulla. Nel 2002 eravamo appena dopo la crisi delle dot.com, che prima della crisi della Lehman Brothers (2007) da te citata, aveva messo in luce alcune fragilità nella retorica precedente sull'evoluzione delle aziende innovative e della cosiddetta "crescita economica infinita". 

Quanto si torna a parlare di sostenibilità quando c'è un problema di consenso del potere economico nell'opinione pubblica?

Due risposte. La prima è molto secca. La green economy è un destino. Bisogna però capire cosa è la green economy. Significa l'economia che incorpora il concetto del limite, non per scomparire, ma per mutare, ovviamente. Quindi, non c'è green economy senza green society. Il rapporto fra queste due è fondamentale. 

La seconda risposta. Hai evocato tu una parola chiave: responsabilità sociale d'impresa. Ci sono due modi per farla, tenendo in considerazione gli stakeholder. Il primo è che si faccia una bella responsabilità sociale d'impresa, tutta dentro la catena del valore interna all'aziena. Ci sono diverse varianti e ci sono i certificatori di questa responsabilità sociale d'impresa. È un modello molto anglosassone. 

Il secondo modello, che io preferisco, prevede una piccola aggiunta: la responsabilità sociale d'impresa non deve stare solo dentro le mura dell'impresa, ma deve incorporare il territorio e gli stakeholder territoriali (ossia associazioni presenti sul territorio, sindacati, movimenti, ecc., ndr). Questo è un approccio da green society ed è questo il punto di attraversamento in cui ci troviamo. 

 

Dunque, più partecipazione e più trasparenza?

Guardare oltre le mura dell'impresa e guardare come cambia questo aspetto, ossia la relazione fra green economy e green society. 

 

Quanto in questa fase, in cui le aziende sono uscite da una fase abbastanza complicata dovuta alla crisi del covid, possono avere l'attitudine a convertirsi a una green economy?

Dovranno. Sono le lunghe derive della civiltà materiale e dei processi. Il vero problema, l'abbiamo capito tutti, anche se si può far finta di niente, è una grande riflessione sul valore che si vuole dare allo sviluppo. 

 

Che ruolo avranno la politica e le istituzioni?

Bella domanda. Molto dipenderà dalla capacità della politica di recuperare la sua assenza di oggi. Il processo di oggi è incentrato intorno all'economia e la politica ne è subalterna. Il problema è rimettere al centro, fra economia e politica, la società. 

 

Una domanda che esula dall'argomento dell'economia sostenibile. Lei è stato un attento osservatore (negli anni '90) del fenomeno sociale della Lega. Di quanto sta avvenendo, non solo in Italia, ma un po' in tutta Europa, Svizzera compresa, con la presenza del movimento no-vax, che analisi trae? Ci sono similitudini con il movimento che ha dato vita alla Lega?

In merito a questo ho una posizione molto semplice. In ogni metamorfosi vi sono processi di adattamento, conflitto e rinserramento. I no-vax sono un processo di rinserramento. Starei cauto a paragonarlo al fenomeno del leghismo negli anni '90. A fronte della pandemia, un flusso che ha messo paura, si comprende che vi sia la voglia di rinserrarsi e chiudersi. Lo dicevo anche rispetto ad altri fenomeni: quando il bambino piange alla sera, la mamma accende la luce e lo prende per mano. Il vero problema non è dire "sì" o "no", ma accompagnare questi processi. La paura si supera nella misura in cui ci si sente inclusi in un processo. 

 

Fa molto discutere però come rapportarsi con le norme covid, anche da parte di persone di sinistra, pensiamo alle posizioni critiche di Massimo Cacciari o Carlo Freccero (o ancora Giorgio Agamben)?

Non facciamo confusione. Una cosa è porre problemi, di democrazia, di costituzione, di filosofia del diritto, che ci riguardano. Un'altra è legarli immediatamente alla dimensione "virale". Io credo che si debba riflettere sulla crisi della democrazia e allo stesso tempo occuparsi del proprio corpo.