Augusto Bernasconi: «Ho lavorato con Salvadè: fatico a credere che ora si voglia "sotterrare" l'Ospedale italiano»

Augusto Bernasconi: «Ho lavorato con Salvadè: fatico a credere che ora si voglia "sotterrare" l'Ospedale italiano»

Aprile 17, 2021 - 18:32
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Augusto Bernasconi è medico di famiglia e candidato al Consiglio comunale di Lugano per il PLR. Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha inviato alle redazioni un articolo (vedi qui), in cui denunciava il possibile smantellamento del nosocomio di Viganello, l’Ospedale Italiano che già in passato era riuscito a sopravvivere a tentativi di ridimensionamento, battaglia in cui si era distinta la Lega (che Bernasconi ora “pungola” per il suo silenzio), con il municipale e medico Giorgio Salvadè. 

Con lui, oltre alla vicenda dell’Italiano, abbiamo parlato di politica sanitaria, di vaccinazioni, delle prospettive del suo partito e della Città di Lugano…

Augusto Bernasconi, perché ha deciso di candidarsi per il PLR al Consiglio comunale di Lugano?

Mi è stato chiesto e, dopo qualche tentennamento, ho risposto di sì. Candidarsi per me ha voluto dire schierarsi per questo partito. Io provengo da una famiglia liberale radicale, con dei nonni anti-fascisti. In gioventù la vicinanza con Franco Cavalli, Pietro Martinelli, che aveva idee che condividevo, mi hanno sempre portato a votare, da un lato per i radicali, e dall'altro per i socialisti di un certo tipo. 

 

E cosa l'ha portata allora a scegliere il PLR presieduto da Guido Tognola?

Lo spirito di rinnovamento che vi è nel PLR a Lugano e un certo spirito di gruppo, portati da Guido Tognola. Già lo scorso anno, all'inizio del periodo del covid, ho iniziato ad apprezzare questo spirito fra le nuove leve candidate per il PLR, che non avevano mai fatto politica. Conoscere queste persone e questo spirito mi ha convinto a pensare in maniera più collettiva e che il PLR sia un partito vivo, che deve però essere rianimato, nel suo spirito autentico, basato su valori liberali radicali. Per questo mi sono messo a disposizione. 

 

Lei ha concluso la sua campagna elettorale con un articolo in cui denuncia un possibile smantellamento dell'Ospedale Italiano (vedi qui). Pensa che si tornerà alla fase del '92, in cui si era andati sulle "barricate" per difendere il nosocomio di Viganello?

Ho conosciuto Giorgio Salvadè ed ero suo assistente quando questo nosocomio era passato sotto la sua gestione. Ho vissuto l'avvento della Lega, il cambiamento nell'ambito della medicina e ho apprezzato molto gli insegnamenti ricevuti sia all'ospedale Italiano che al Civico, dove ho imparato la professione di medico. 

È difficile per me immaginare che quello spirito sia completamente defunto e che, sotterraneamente, le stesse persone che avevano difeso la dualità fra ospedale Civico e Italiano, possano ora mettere definitivamente fine all'idea di questa medicina di prossimità che i luganesi amano. 

L'Ospedale Italiano è sempre stato molto presente e ora improvvisamente non c'è più il pronto soccorso e l'ospedale non è più quello che è stato per molti anni: già quando sono nato io c'era ed era più importante del Civico. Non è possibile che una Città come Lugano possa permettere che l’Ente cantonale ospedaliero e il Cantone prendano questa decisione senza che vi sia un dibattito che coinvolga l’opinione pubblica. L'Ente cantonale ospedaliero sta facendo un po' il bello e il cattivo tempo, senza che la popolazione sia coinvolta in queste decisioni. L'amico Paolo Gaffurini guiderà un centro di ortopedia all'Ospedale Italiano. Ne sono contento e capisco anche la valenza che ciò potrà avere per la popolazione di Lugano. 

Tuttavia rimane l'amaro in bocca per il fatto che l’idea di una medicina differente possa essere sepolta e Giorgio Salvadè dimenticato dagli stessi leghisti della "prima ora". L'Ente si sta muovendo oggi in una maniera che non corrisponde alla mia idea della medicina pubblica.

 

Quali dovrebbero essere, secondo lei, le priorità della medicina pubblica?

La medicina pubblica è servizio pubblico. La popolazione si aspetta che ci sia una medicina di prossimità e una medicina d'urgenza che siano vicine al cittadino. Colui che deve essere immediatamente visitato e ricoverato deve poter avere accesso a un ospedale che possa far fronte ai suoi bisogni. Non è possibile che oggi al pronto soccorso del Civico vi sia un "provvisorio-definitivo", un container, in cui da anni lavorano delle donne, che conosco molto bene, otto ore al giorno, in un ambiente abbastanza insano, anche per quanto riguarda il covid. E ciò, mentre il pronto soccorso all'Italiano è chiuso. 

Penso che in questo momento l'Ente cantonale ospedaliero non sia vicino alle aspettative dei cittadini di Lugano offrendo questo tipo di medicina. 

 

Lei ha chiesto un dibattito pubblico sulla questione. Diversi esperti del settore rispondono però che la popolazione non ha le competenze tecniche necessarie a valutare tutte le variabili in gioco in una pianificazione ospedaliera. Come si può fare un dibattito pubblico?

Noi medici di base siamo degli artigiani sul terreno. Siamo presenti come lavoratori e siamo a contatto con i pazienti e con i loro bisogni. Credo che a volte valga la pena interpellarci, come medici sul territorio. Alle volte abbiamo l'impressione di essere dimenticati dagli ospedalieri e c'è sempre un po' di contrasto fra le visioni fuori e dentro gli ospedali. Lo vedo sia nella mia attività in Hospice, che come medico di famiglia. 

 

C'è anche chi ritiene sia essenziale operare una razionalizzazione del sistema sanitario in Ticino, visto che siamo uno dei Cantoni con i costi della salute più alti. Se per far questo bisognerà chiudere l'Ospedale italiano, lei è contrario?

Non sono contrario alla razionalizzazione. Era un dibattito che sollevavo già con Giorgio Salvadè. Già allora ero a favore dei risparmi. In questo periodo, nell'ambito della discussione sui bisogni e sui costi, che alla fine ricadono sulla popolazione, penso però che la stessa popolazione possa essere ragionevole, anche nel comprendere la necessità di contenere i costi. Deve essere però assolutamente una decisione condivisa con la popolazione. 

 

Un altro tema che c'è all'orizzonte è il futuro Ospedale cantonale e dove ubicarlo. In questo momento sembra prevalere l'ipotesi di Bellinzona. Ritiene che la politica luganese sia stata un po' disattenta alle scelte strategiche fatte a livello cantonale su come razionalizzare e su dove ubicare il futuro ospedale cantonale?

Mi aspetterei da un Esecutivo cittadino un potere maggiore di discussione nei confronti di chi sta ai vertici dell'Ente Ospedaliero Cantonale. Negli ultimi tempi vi sono state una serie di decisioni che sembrano sfavorire Lugano e che fatico a comprendere. Sono "bianconero fino al midollo", ma accetto che Bellinzona possa avere le sue competenze e che con lo Iosi (Istituto oncologico della Svizzera Italiana, ndr) di Franco Cavalli possa avere tutto il suo peso. 

La discussione deve però essere ampia. Una volta che si sarà deciso si faranno tutti gli sforzi che determineranno dove sarà ubicato l'Ospedale cantonale. 

 

Lei come medico in questi mesi è stato anche impegnato nelle vaccinazioni per il Covid-19. Ritiene che la strategia di vaccinazione, per ciò che è di competenza della città di Lugano, potesse essere gestita meglio?

Noi medici abbiamo un po' la tendenza al "one man show": quando arriviamo noi facciamo tutto. Su questo anch'io faccio la mia parte di mea culpa. Ho però l'impressione che il gruppo operativo della Città responsabile della vaccinazione debba tener conto delle esigenze e ascoltare le competenze del settore sanitario, che può aiutarlo a gestire meglio la situazione. 

Detto ciò è andato tutto bene e ho avuto il piacere di conoscere le esperienze delle persone che sono venute a farsi vaccinare. 

Ho avuto modo di vivere la Città in maniera diversa, attraverso i racconti delle persone che hanno più di 80 anni. Ho appreso anche cose nuove: ad esempio mi è stato citato il Conza quale teatro d'opera lirica negli anni ’30-’40. Un racconto che devo dire mi ha emozionato molto: nello stesso luogo in cui abbiamo vaccinato la popolazione c'erano state anche delle opere liriche...

 

Oltre agli aspetti riguardanti la sanità, a Lugano, se venisse eletto in Consiglio comunale, su cosa si impegnerebbe maggiormente?

Turismo, cultura, economia, non necessariamente in quest'ordine. Credo ad esempio che Lugano debba essere rilanciata dal punto di vista turistico. 

Io faccio parte di Slow-Food e ho dunque una sensibilità particolare per l'enogastronomia locale. Tenterò di far passare presso gli esercenti il messaggio dell’'importanza di cercare di offrire alla popolazione dei pasti a costi limitati e a chilometro zero. È un'evoluzione che ritengo dobbiamo abituarci ad accettare, riducendo però anche i costi per gli esercenti, che in questo momento sono tartassati. 

 

Siamo a poche ore dalla conclusione di questa campagna elettorale. Che "prognosi" dà al PLR di Lugano?

Se avrà saputo rianimare la sua parte autentica e portarla a votare credo possa fra qualche anno recuperare le posizioni che aveva 13 anni fa. Se così invece non fosse, sarà un partito in grosse difficoltà e immagino che sarà l'area progressista a diventare il vero movimento di contrapposizione con quello attualmente al potere.