Belle o brutte, contano le storie. L'élites l'hanno capito, e la sinistra?

Belle o brutte, contano le storie. L'élites l'hanno capito, e la sinistra?

Maggio 10, 2017 - 22:50

Nella società boulevardizzata senza storytelling  non si va da nessuna parte. Lo dimostrano Macron, Trump, Renzi. E in Ticino quali sono le storie migliori? 

Maschi vincenti nella società quantificata
Renzi, Trump, Macron: potenti, personalizzatori, vincenti. Loro riescono a dominare quella che chiamiamo la società quantificata, immediata, mitizzata & boulevardizzata.
La società quantificata ce la abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi: un esempio per tutti è il contatore di visite degli articoli di tio.ch. Uno strumento di trasparenza, a prima vista, che in realtà afferma potenza. Che ci permette di osservare le evoluzioni dell’interesse dato dai lettori nelle notizie quotidiane.
Ad esempio l'articolo di tio.ch ripreso da ATS a titolo “Macron: «La nuova era di speranza è cominciata»” ha fatto la miseria di 1400 lettori. Se avesse vinto la Le Pen l'articolo con le sue prime parole senza dubbio avrebbe avuto un'altra portata.
Non è strano: nella società boulevardizzata un articolo che ti dice che va tutto bene, ovvero una cosa che già sai e che ti rassicura, di principio non serve a niente. Non attira l’attenzione, non fa clic.
 
Macron come Wunderkind e la rottura mediatica
Dato che il titolo cercava di rendere accattivante una notizia noiosa alla morte, ho guardato allora il contenuto. Là si vedono scampoli della società mitizzata: emergono i contenuti iperbolici. Troviamo quindi la frase per cui “En Marche”, lo slogan della start-up usato da Macron per candidarsi, sarebbe “un movimento che ha creato da solo”. Ecco quindi la stampa a dipingere Macron come un Wunderkind e la politica un gioco di individui mistici. Macron come Re Mida!
È chiaro: per tio.ch/ATS (ne prendo solo due a caso, ma il discorso riguarda la stampa in genere) l'unico modo per rendere la politica accattivante è pensarla come qualcosa che in realtà non è. La stampa non prende più posizione e non è più legata a un partito. E quindi viene a fagiolo il far finta che Macron sia un essere mirabolante e non invece il costrutto di complesse reti sociali: si tratta di costruire una storia spendibile al lettore.
Ok, ok: Macron, già ministro e sostenuto da Attali, poi sostenuto pure da Hollande e da Valls, è effettivamente un elemento di rottura. E per quello ha vinto. Ma rottura di cosa? Non di sicuro di rottura politica, nel senso di rottura nei contenuti. Ha un programma politico diverso da quello di Manuel Valls? Non mi pare proprio! (NB chi mi conosce sa che già due anni fa mi rifiutavo di definire Valls ancora socialista).
No, la rottura è di tipo mediatico.
 
L'élite sta cominciando a proporre nuove storie
Macron, l’uomo della moglie carampana: in barba a tutti i principi che uno nella vita e sotto le coperte può avere chi gli pare e in barba al fatto che mentre decidi se fare la guerra in Mali tutto sommato chissenefrega con chi vai a letto, il sistema mediatico ha pensato bene di concentrarsi sulla sessualità del presidente invece che delle sue competenze politiche.
Come se Macron dovesse andare a letto con i francesi uno a uno invece di governarli – e no, non è la stessa cosa.
Permettetemi allora questa analisi: non è propriamente vero che l’élite politico-economica sia composta solo da coglioni. Anzi, oserei dire di più: talvolta è più da coglioni pensare che loro siano coglioni. E l’elezione di Macron ne è una prova splendida: sono riusciti ad imporre un politico costruito in provetta contro l’avanzata del populismo boulevardizzato.
Penso che non sono l’unico a cui, osservando il primo discorso alla Nazione, sono venuti i brividi. Non solo questo ragazzo è completamente incapace di gestire la tensione, ma è pure incapace di dire qualcosa di interessante. Era là, rigido come un ghiacciolo, leggeva un testo proiettato chissadove, dài: faceva tenerezza. Hanno fatto eleggere ai francesi sostanzialmente una mozzarella.
 
Il politico post-moderno: oltre le idee della persona vera
Ebbi la stessa impressione quando andai a vedere un dibattito sul Beccaria a Roma, parlava Amato e dopo di lui parlò Orlando, attuale ministro della giustizia italiano. Era talmente imbarazzante la differenza intellettuale che la platea del ministro diceva proprio così: “fa tenerezza”. Eppure sono anni che fa il ministro.
Ma un politico che non sa fare il politico a qualcosa serve: gli puoi far fare quello che vuoi. In questo caso l’eminenza grigia Attali ha giocato un ruolo chiave.
Se fate un’analisi dei discorsi di Renzi in Italia scoprirete che mancano completamente i contenuti. Aria fritta su aria fritta. Trump già lo sappiamo, nevvero? Si tratta di persone drammaticamente vicine a centri di potere.
Le élites riescono così a ridurre notevolmente il contenuto dell’aspettativa politica, ottenendo peraltro il consenso elettorale, centrale nella società quantificata, dove la democrazia dipende ancora più dalla legittimazione dei numeri (e chissenefrega se la percentuale di persone che vota è sempre più bassa, sia perché non vanno a votare, sia perché gli stranieri non votano).
Si tratta, al netto dell'analisi, di una perdita secca di democraticità del sistema. La politica si reinventa attorno a un messaggio pubblicitario, è Berlusconismo 2.0, molto più pericoloso dell’originale.
 
La politica oggi: la costruzione di una storia
La storia personale è centrale e deve corrispondere a queste caratteristiche: capacità di costruire il mito, vendibilità nei boulevard online, creatività dei sentimenti di immediatezza. Un sistema che ha anche dei controcanti: chi è al potere può rapidamente perdere la mitizzazione: Gabriel e Hollande ad esempio hanno capito che quando hai contro l’opinione pubblica devi cedere, non basta più avere il potere sul partito.
La storia può essere economica vincente o una teatrale di opposizione, un modo inortodosso di approcciarsi alle cose, capacità di interloquire. Tutto fa brodo, conta come riesci a depoliticizzare e ripoliticizzare. Pensa la differenza fra Trump, Renzi e Grillo: storie di una differenza abissale, ma comunque storie.
Come detto, con Macron l’élite è riuscita a costruire queste caratteristiche nell’immaginario collettivo sebbene il giovane non le avesse di per sé. Ecco allora la storia di lui che coltiva un amore contro tutte e tutti. Che costruisce un movimento “da solo”. Che sa contrastare con formulette di semplice buon senso le varie puttanate sparate dalla Le Pen. Ma soprattutto ecco la storia che lo fa diventare milionario grazie a una fantasmagorica operazione miliardaria con Rotschild. Ecco che lo si mette ancora pischello in una commissione bipartisan con i grandi dell’economia. Giovanissimo, gli cuciono una storia addosso. E la realtà mediatica abbocca. Nessuno si chiede come mai aveva perso le elezioni locali anni prima.
 
Lezioni per la piccola Svizzera: quali storie a sinistra?
La Svizzera in tante cose è diversa: da noi se perdi una tornata elettorale a livello comunale difficilmente ti togli l’etichetta del trombato. Inoltre, siccome tutti sono in governo, non c’è il bisogno di personalizzare oltre ogni misura. Eppure anche da noi la boulevardizzazione impazza e fa tendere la politica verso lidi populisti, quindi pensare che si sia immuni è un errore.
Nella post-democrazia bisogna però fare i conti con la capacità di costruire storie da parte delle élites e dei loro soldi, che la sinistra non ha. Bisogna allora andare direttamente sulla storia vera e propria. E, nota bene, è una fortuna: significa costruire la politica sui fatti, sull’ideale, sul posizionamento. La sinistra è l’unica che può ricarirare di democraticità la post-democrazia.
In questo non si può non capire l’importanza delle azioni di Lisa Bosia: quelle sono una storia vera, non sono costruite. Umanitarismo che riesce ad essere boulevardizzato, ma come si fa a non capirlo? (Su questo tema scriverò ancora, ma è un tema molto complesso dall’ottica della teoria del diritto).
Il nostro uomo spendibile sui boulevard lo abbiamo avuto per quattro decenni: Franco Cavalli. Se osservate bene riusciva ad impersonare i criteri che ho esposto sopra: una storia mitizzatrice (il volontariato in centroamerica), vendibilità nei boulevard (le posizioni comuniste nonostante sia nel PS), l’immediatezza (la professione di oncologo). Non per niente divenne Capogruppo nazionale all’apice della sua carriera politica.
 
Bisogna capire il giornalismo contemporaneo!
Dobbiamo smetterla di pensare il giornalismo come era 20-30 anni fa (cosa che i politici anziani purtroppo proprio non capiscono – e per questo ci vuole un cambio generazionale come stanno facendo nei liberali). Mi viene in mente un articolo di tio.ch di un paio di mesi fa (uso tio perché è l’esempio più rapido di boulevardizzazione in Ticino): riportava i risultati di una votazione e enfatizzava il fatto che i risultati dati alla televisione vedevano un “testa a testa” fra il sì e il no. Come se fosse una partita di calcio. Puttanate intellettuali, una non-notizia: tutti votano nello stesso momento, il risultato è già nelle urne a mezzogiorno, non c’è nessun “testa a testa”. Ma dirlo è utile per far finta che viviamo in un sistema di suspence, in un grosso cinema della realtà. Questo è il giornalismo oggi.
Il giornalismo è prono a questo giochino perché non legge più sé stesso come un’attività di servizio, ma come un’attività di creazione dell’attenzione. Che viene poi premiata con i clic, ovvero con i quantificatori di attenzione. E quindi con il denaro.
Ne parlavo con vari amici politici: questo sistema tendenzialmente favorisce la destra, che non ha contenuti, ma scandalismo. Che è “contro” senza proporre soluzioni intellettualmente approfondite. Ma l’idealismo di sinistra può fare breccia!
 
Le storie della sinistra: la smetterà di spararsi sui piedi?
Lo storytelling è vincente, abbiamo detto: si tratta di andare a pescare gli elementi extra-politici e costruire un’immagine che crei fiducia.
Mi viene in mente la battaglia Bertoli-Branda di 6 anni fa: da un lato Bertoli che metteva in campo la malattia accanto all’esperienza politica. Dall’altro Branda che fece l’errore di farsi guidare da una sinistra-sinistra (mentre lui che è sinistra centrista) che volle politicizzare la sua candidatura. Fece una battaglia di schieramento e perse malamente. Quell’immagine non la ha più: ha smesso di fare lotta di posizionamento (leggendaria la presa di posizione per lo spostamento delle officine), il suo nome è ora uscito soprattutto come avvocato di casi molto emozionali. Là, nella sua parte non politica, sta il punto vincente che secondo me gli darà ora delle chances realistiche (se si candiderà) di diventare ministro.
Quando ancora facevo politica (e il cielo me ne guardi dal tornarci, si sta così bene a fare l’opinionista su ticinotoday!) proposi Amalia Mirante come candidata al governo. Non doveva vincere, l’idea era però lavorare proprio sullo storytelling. Mito, boulevardizzazione e immediatezza: ancora giovane, economista competente, grandissima umanità con gli elettori, empatia e simpatia, capacità di lavorare pure con un animale mediatico come Savoia, il secondo posto era sicuro! E infatti prese più voti interni dell’attuale capogruppo. Il risultato: venne impallinata dalle donne della sinistra e non fu difesa dai socialisti cantonali quando fu vittima di un agguato politico leghista. Mi son vergognato di essere socialista.
È evidente che i socialisti (e soprattutto le socialiste) ancora vivevano nel medioevo. Non si erano accorti che Ducry sarebbe stato il più votato dai socialisti - senza candidarsi come socialista - proprio grazie all’umanizzazione della sua candidatura (il transfuga che rimane delle sue idee e il sistema politico gli ruota attorno: geniale!). Non si erano accorti che con queste tattiche antiche la maggior parte dei voti li prendevano i maschi anziani. Non c’è chi non veda che il colpevole del declino della sinistra ticinese è la sinistra stessa.
Qualcosa però sta cambiando e io, che rimango un opinionista sinistra, ne sono veramente felice: il comunicato stampa di Righini a sostegno di Lisa Bosia è stato un gesto che ha mostrato la volontà di di cominciare a scegliere le storie giuste. Le storie di Macron non ci piacciono, ma non ci sono solo quelle storie élitarie!
Esistono anche le storie fondate sull’idea. E non sono certo meno vincenti!
 
di Filippo Contarini