C'è chi è convinto di poter sconfiggere il terrorismo

C'è chi è convinto di poter sconfiggere il terrorismo

Agosto 18, 2017 - 19:15

Con gli attentati di Barcellona e Cambrils (leggi qui), e ora sembrerebbe anche il caso della Finlandia, il terrorismo rientra nelle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Il terrorismo però non è nato con l'Isis, e nemmeno con al-Qaeda. 

Lo scorso ottobre a Mendrisio per una conferenza c'era il generale Mario Mori, già a capo del servizio segreto italiano Sisde, oltre che con alle spalle importanti ruoli nelle forze di polizia. Mori ha spiegato in occasione di quella serata, organizzata dall'Associazione Amici delle Forze di Polizia, di aver avuto modo di affrontare il terrorismo già quando era a capo della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo di Roma. Allora il "nemico pubblico numero uno" erano le Brigate Rosse. 

Mori si è detto convinto del fatto che il terrorismo si possa sconfiggere, indipendentemente da quale sia la sua matrice, a patto che lo si conosca approfonditamente, fino a imparare a ragionare come lui.

Pubblichiamo di seguito l'intervista a Mario Mori che avevamo realizzato in quell'occasione.

22 ottobre 2016

 

 

Mercoledì 19 ottobre a Mendrisio l'associazione “Amici delle Forze di Polizia Svizzere” di Stefano Piazza ha organizzato una conferenza moderata dal consigliere nazionale Ppd Marco Romano, con Pierluigi Pasi, ex procuratore federale, il consigliere di Stato leghista Norman Gobbi, e il generale Mario Mori, che abbiamo voluto intervistare.

 

Mori è stato una delle figure più importanti nelle forze dell'ordine italiane, in modo particolare nell'Arma dei Carabinieri.

 

La sua attività professionale diventerà conosciuta ai più quando da “allievo” del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa approda alla sezione anti-crimine del reparto operativo di Roma dell'Arma, dove implementerà la lotta al terrorismo (soprattutto rosso) presente nella capitale.

 

Mario Mori è uno dei personaggi che, come il generale Dalla Chiesa e i magistrati Luciano Violante e Giancarlo Caselli, ha diviso la propria carriera fra la lotta alle Brigate Rosse e la lotta alla mafia diventando uno dei “fondatori” dei ROS (Raggruppamento operativo speciale, struttura che fungeva da centrale investigativa integrando l'Arma dei Carabinieri con le altre forze dell'ordine, Polizia e Guardia di Finanza, nata 1990). Il generale Mori è ai vertici delle forze dell'ordine a Palermo quando fra il 18 maggio e il 19 luglio 1992 vi sono gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il generale Mori inseme a Sergio De Caprio opererà l'arresto il 15 gennaio 1993 di Salvatore Riina, allora il più importante ricercato di Cosa nostra, fautore della strategia degli attentati di mafia. Questa è stata sicuramente l'attività più eclatante dei ROS in Sicilia.

 

Mori concluderà la sua carriera con la nomina il primo ottobre 2001 a capo del Sisde, il servizio segreto interno italiano famoso negli anni precedenti per le sue “deviazioni”, dove rimase fino al dicembre 2006.

 

Non possiamo dimenticarci comunque che il generale Mori è stato anche un personaggio aspramente criticato da alcuni ambienti politici e giornalistici e coinvolto in alcune vicende giudiziarie (che per onestà intellettuale dobbiamo comunicare ai nostri lettori che è stato l'unico limite che ci ha imposto per la nostra intervista. È legittimo e probabilmente opportuno che sulle vicende controverse, come la trattativa “Stato-mafia”, il generale non abbia voluto esprimersi).

 

 

 

Generale Mori, lei il 16 marzo del 1978, è stato nominato comandante della Sezione anticrimine del Reparto operativo di Roma (dell'Arma dei Carabinieri). Lo stesso giorno in cui veniva rapito il presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro! Da quel momento iniziò in Italia un'importante fase di lotta al terrorismo che portò, nella sua parte finale, alla sconfitta delle Brigate Rosse. Quanto è contato il cambiamento e la riorganizzazione delle forze dell'ordine nell'investigare sulle Brigate Rosse?

È stata fondamentale la costituzione, sia per quanto riguarda la Polizia di Stato che i Carabinieri, di gruppi dedicati specificatamente a questo compito. Si è creato del personale specializzato che ha potuto recuperare il gap conoscitivo in quest'ambito, che all'epoca era molto ampio, e con il tempo si sono ottenuti dei risultati.

Quando è avvenuto il sequestro di Aldo Moro purtroppo però le forze dell'ordine italiane erano assolutamente impreparate a quel fenomeno.

 

 

Quanto ha inciso invece il dibattito che c'era all'interno delle forze politiche italiane a sostegno di un cambiamento dell'azione investigativa, che, inizialmente, non trovava l'unanimità ?

Sì, all'inizio non c'era l'unanimità. In Italia c'era la secolare separazione tra i reparti territoriali delle forze di polizia e i reparti speciali, una separazione che tutt'ora permane. Però per affrontare questo tipo di sfide investigative occorreva per forza, ne sono convinto, impiegare personale specializzato, che si dedicasse esclusivamente a questo settore.

 

 

Andiamo avanti nel ripercorrere la sua carriera. A metà anni Ottanta lei arriverà a Palermo ed inizierà ad occuparsi di mafia. Sono anni in cui su questo fronte sono attivi i pm Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che poi, negli anni '90, sono diventati delle icone della lotta alla mafia in Sicilia. Che differenza c'era fra la lotta al terrorismo delle BR e la lotta alla mafia?

Anche in questo caso ci si trovava di fronte ad un gap conoscitivo importante da parte delle forze di polizia, che però qui trovarono sostegno e supporto proprio in Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I due magistrati recepirono un concetto nuovo e diverso, più mirato, di fare attività di polizia e giudiziaria e sostennero quindi le forze di polizia, che in breve riuscirono a maturare una tecnica investigativa accettabile.

 

 

Lei questa sera ha parlato molto del fattore culturale. Che incidenza aveva il fatto che i magistrati che si occupavano di queste indagini fossero siciliani, come Falcone e Borsellino, e dunque profondi conoscitori del tessuto culturale e sociale della Sicilia?

Questo è stato fondamentale, perché la grande capacità che esprimevano nelle attività investigative Falcone e Borsellino, e qualche altro magistrato che poi è seguito, è che avevano il vantaggio, rispetto a noi, che provenivamo da altre parti d'Italia, di "avere nell'orecchio" la cultura mafiosa, di capire quello che veramente diceva il proprio interlocutore, al di là delle parole che diceva.

 

 

Lei, pochi giorni dopo l'attentato alle Torri gemelle, il primo ottobre 2001, viene nominato a capo del Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica), che erano gli allora servizi segreti civili, e non militari (che invece era il Sismi, Servizio per le informazioni e la sicurezza militare). 

Lei ha assunto la direzione di uno degli organi più discussi in Italia (il Sisde), che nel passato, aveva avuto pagine della sua storia non completamente trasparenti! 

Quanto ha contato la sua esperienza precedente e il suo bagaglio conoscitivo accumulato nei suoi precedenti incarichi nell'affrontare la direzione del Sisde?

Contava molto. Allora gli obbiettivi del Sisde erano sì il controllo della sicurezza nazionale, che era intaccata anche dalle organizzazioni criminali mafiose e prima dal terrorismo, ma già si intravvedevano le prime avvisaglie del terrorismo internazionale. Queste esperienze del passato sono state importanti per affrontare questo nuovo incarico, anche perché portai con me alcuni elementi con cui avevo collaborato. Riuscimmo quindi ad affrontare il fenomeno. Sarà stata anche fortuna, ma in qui cinque anni in Italia non successe nulla.

 

 

 

Lei arrivò al Sisde dopo la pagina più violenta di quegli anni, che si era tenuta in estate a Genova durante le manifestazioni contro il G8. In quel momento lei pensava che da quei movimenti potessero “fuoriuscire” frange dell'estrema sinistra che optassero per il terrorismo?

Assolutamente no. Non l'ho mai creduto. In Italia il terrorismo è nato e ha assunto quelle dimensioni che conosciamo, perché aveva alle spalle un supporto ideologico e delle motivazioni. C'era una crisi in alcune fasce sociali ed in alcune fasce d'età. Quella di Genova è stata più un'esplosione di ribellismo. Quindi non ho mai ritenuto che potesse diventare un fenomeno analogo o paragonabile a quanto c'era stato prima (la stagione del terrorismo di sinistra delle BR, ndr).

 

 

Arriviamo ai giorni nostri. L'attualità negli ultimi anni, in particolare in questo 2016 in Francia, vede la presenza di un terrorismo di matrice islamica in Europa. Che differenza c'è fra il terrorismo che nasce da un'accezione religiosa rispetto a quello più politico, come quello delle Brigate Rosse?

Indubbiamente è una questione di approccio culturale. Sono due fenomeni che si possono contrastare sul terreno con le stesse armi e con le stesse tecniche, però presuppongono a monte una preparazione che distingua nettamente i due aspetti.

Se non si conosce approfonditamente la realtà che si combatte si esce sconfitti. Per confrontarsi ad armi pari con il nemico bisogna conoscerlo puntualmente. Questo progressivamente l'abbiamo ottenuto. In Italia siamo stati più fortunati rispetto ad altri Paesi. Finora siamo riusciti a tenere la situazione sotto controllo. Non è detto però che in futuro si possa continuare a farlo e uscirne indenni.

 

 

Ultima domanda. Torniamo invece alla sua esperienza palermitana e alla mafia. Quanto ha contato per i progressi fatti dalle forze dell'ordine e dalla Magistratura, in quegli anni, un'attenzione mediatica diversa dal passato, sia dal punto di vista giornalistico (la mafia prima di allora, giornalisticamente, non era trattata come fenomeno nazionale), ma anche nella cinematografia, con la RAI che decide di fare la sua più importante fiction, cioè "La Piovra", proprio su questa realtà, creando una narrazione che porterà gli spettatori a conoscere e ad “avversare” la mafia?

In quest'ambito, la differenza fra la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata è netta. Noi durante la lotta alla criminalità organizzata abbiamo avuto il sostegno e anche lo stimolo dai media, mentre siamo stati contestati, spesso messi sotto osservazione e criticati, durante il periodo del terrorismo nazionale. Chiaramente si lavora meglio avendo il sostegno della gente.