Cavalli, la velocità e quella voglia di populismo di sinistra (Parte 1)

Cavalli, la velocità e quella voglia di populismo di sinistra (Parte 1)

Marzo 04, 2017 - 18:08

Velocità e populismo: due premesse

Torniamo a occuparci del tema principale di questo blog, ovvero la velocità. Come strumento userò stavolta l’interessante testo di Franco Cavalli sul populismo di sinistra.

Ci vogliono però due premesse.

Prima premessa. Bisogna ribadire il concetto della scomparsa della differenza spazio/tempo. Uso un esempio di Koselleck: nel 1800 se mandavi una lettera da Londra a New York, considerando un mesetto di viaggio in nave, dopo due mesi potevi al massimo sapere se la lettera era arrivata. Se non era arrivata? Amen, la rinvii e aspetti altri due mesi. Oggi invece whatsapp con la doppia spunta nei gruppi ti fa sapere all’istante addirittura chi ha letto un messaggio che hai mandato un microsecondo fa – in tutto il mondo. La differenza spazio/tempo non c’è più, la società (intesa come comunicazione) e tutta qui e ora.

Seconda premessa. Questo blog non sposta un voto e non sposta l’opinione (anche se ringrazio chi lo pensa). Perché? Perché la politica 2.0 oggi non funziona più seguendo i crismi comunicativi scritti di ieri. Se la televisione ancora è il mezzo dominante, gli scritti sono ormai virtuali e sottostanno alla logica di google e wikipedia, vale la ricerca parola per parola. La reperibilità di una notizia è immensamente più importante che non l’espressione di un’opinione. Problema: essendo tutti i documenti identicamente reperibili e non essendo la società educata a gestire questa massa di informazioni, risulta un appiattimento della recezione storica e una tendente decontestualizzazione dell’informazione.

 

 

La tesi di Franco sul populismo

L’opinione espressa da Franco sul populismo non tiene conto di questi aspetti. L’analizzo qui e poi sotto la discuto.

Lui sostiene che è utile essere populisti di sinistra. Anzi, laddove i giornali e politici liberali accusino i sinistri di essere populisti dopo aver detto cose “non esattissime al centesimo”, bisogna andarne fieri. Per dare fondamento a questa sua tesi Franco si riferisce a tre figure: il duo di filosofi gramsciani Mouffe-Laclau, l’economista Piketty e alcuni studi sul fact-checking.

Il motivo dello scritto di Franco è una certa arrabbiatura nei confronti di alcuni commentatori che mettono sullo stesso piatto la sinistra dura (tacciata di essere populista) e i populisti di destra. Lui difende la sinistra populista, siccome quella classica sarebbe “poco concreta e non sufficientemente empatica”: “a ben poco servono le dimostrazioni dettagliate e precise” che cercano di smentire le falsità dette dai populisti di destra. E quindi questa comunicazione “non esattissima al centesimo” populista di sinistra serve a “scuotere le coscienze delle persone”.

Cavalli con il suo testo compie due operazioni: una è di carattere semantico (una “Deutungskampf”), l’altra è contenutistica. Da un lato mette in campo l’idea che ci siano due populismi e non uno solo (ovvero quello di destra). Dall’altro afferma la bontà del populismo di sinistra.

 

 

I due populismi, che populismo?

Il populismo è un feticcio contemporaneo che effettivamente i gramsciani Mouffe e Laclau hanno fatto filtrare nelle reti discorsive della sinistra dura. Come dice Cavalli, “partendo da un’analisi oggettivamente corretta, cerca di semplificarla e radicalizzarla”. Il termine “populismo” richiama concettualmente a una lotta “alto-basso”, “popolo vs. élite”. Diciamo che è il nuovo slogan da battaglia al posto di “lotta di classe”, che ormai è sdrucito e non tira più.

Perché usare la parolina “populismo”? Io penso che sia un approccio strategico: se tutti parlano di populismo e il populismo vince, allora facciamo in modo che non sia solo una parte a usarlo, ma andiamo a colonizzare il termine con riflessioni gramsciane.

D’altronde Mouffe e Laclau sono dei neo-schmittiani, studiosi serissimi che maneggiano il concetto di “Grossraum” con attenzione. Si tratta di attività complesse, il loro richiamo al populismo è l’arrivo di un discorso spinoso: Schmitt era uno storico del diritto, voleva vedere Kelsen (il teorico della democrazia) morto ed era presidente dell’associazione dei giuristi nazisti. Usare il teorico della destra per affermare teorie di sinistra è un’operazione geniale che li ha resi famosi (non solo loro), ma ha un certo sapore che mi ridà scetticismo.

Diverso il richiamo al populismo di Piketty, qua mi sembra che siamo proprio nell’ambito giornalistico puro: titolone con la parola “populismo” e poi non ne parla nell’articolo. L’economista (che nel suo libro “il Capitale nel XXI secolo” sostiene che se Marx avesse avuto i suoi dati non avrebbe scritto il Capitale…) afferma: «le populisme n’est rien d’autre qu’une réponse confuse mais légitime au sentiment d’abandon des classes populaires». Come ben sappiamo, la definizione accademica di populismo non è questa: risposte confuse le possono dare tutti i qualunquisti. Mentre il populismo di destra è più delicato, i politologi e i giornalisti hanno trovato un tratto comune fra varie compagini di destra che negli ultimi 25 anni sono riusciti a vincere le elezioni e hanno chiamato questa cosa “populismo”: un’analisi identitaria, sciovinista, patriarcale, nazionalista e antifemminista.

 

 

I populismi – e i contenuti

Leggendo bene il testo di Cavalli si capisce che ritiene il populismo di sinistra un’arma mediatica, uno strumento per fare presa, per dare effetto comunicativo. Dici delle cose “non esattissime al centesimo” per “scuotere le coscienze”.

Sul piano filosofico siamo proprio agli antipodi rispetto al populismo di destra: mentre questo attacca un concetto di élite intellettuale proponendo una società economicamente – ma non intellettualmente – gerarchica, il populismo di sinistra è creato dall’élite intellettuale, che poi vuole volgarizzare il suo messaggio e abbattere le élites gerarchiche economiche.

Ma perché chiamarli in modo simile allora? Perché dire a entrambi “populisti!”? Secondo me ci sono qua due diverse spiegazioni.

Una è quella di Cavalli: il populismo di destra è semplicistico e vince, allora io faccio il populismo di sinistra che è scientifico, materialistico-dialettico e internazionalista, ma per comunicarlo lo rendo semplicistico e uso le “verità alternative” anche io.

La seconda spiegazione è meno piacevole. Ci sono commentatori che parlano di populismo a sinistra perché non solo dice cose semplicistiche, ma anche perché ha tendenze sovraniste, vedi nazionaliste. Come ad esempio lo sono i teorici grillini.

Ora, in entrambi i casi abbiamo un problema. Da un lato il populismo di sinistra comunicativo che, è una posizione élitista che ritiene il popolo un po’ bue (ovvero non convincibile e non smuovibile con verità precise al centesimo). Dall’altro un populismo di sinistra tendenzialmente stalinista-nazionalista. Io non sto né con gli uni, né con gli altri.

 

 

Populismo e semplicismo?

A Reclaim democracy, un bel convegno della sinistra svizzera a Basilea, abbiamo potuto ascoltare due populisti di sinistra influenti: Horvat e Dean. In entrambi i casi rifiutavano il concetto di popolo come organo pensante, lo vedevano solo come popolo-massa. Non a caso entrambi erano in genere critici sulla democrazia intesa come luogo del confronto, del compromesso e della pluralità di minoranze.

Secondo me questo è un effetto della società im-mediata che ho già discusso in parte in questo contributo del Malleus, a cui si cerca di dare una risposta un po’ confusa e vetero-comunista. Torniamo allora a quanto detto all’inizio: il problema dell’informazione nella società virtuale. L’autorevolezza del mediatore (o, per il giornalismo, dell’opinionista) nella società immediata si è disintegrata. Non si dà più fiducia.

E se hai il sentimento che il mondo va di merda (come ci spiegava bene Wermuth, questo è anche un effetto della boulevardizzazione e della morte del giornalismo come lo conoscevamo 30 anni fa) allora “voti contro”. Non te ne frega niente di cosa dice Trump, a te interessa cosa Trump ti fa sentire. E così il pazzo riesce a vincere grazie alle circoscrizioni profonde, dove fa una bella campagnetta anticapitalista, xenofoba, suprematista e antifemminista. Ma si faccia attenzione: siamo solo noi a sinistra che ascoltiamo cosa dice Trump e ci indigniamo. Mentre non osserviamo a) cosa non dice e b) quali sono i nostri silenzi.

Un esempio ticinese: la Lega dal 2010 denuncia l’effetto sostituzione ed è su quella parolina là che fanno i voti. Una sola misera parola. Noi abbiamo sempre detto che non era vero, ma non comunicavamo controprove. E tutta la sinistra è rimasta spiazzata di fonte allo studio zurighese del novembre 2016. Silenzio. Di nuovo entra in questione la vera verità e la ricercabilità delle informazioni: compito della sinistra è creare una rete che metta nelle condizioni i mediatori di sinistra di rintracciare contro-documentazione che dica “no, non è vero che c’è sostituzione”.

Bisogna insomma fare un cambiamento paradigmatico: la comunicazione da “dire” diventa “mettere a disposizione” e insegnare a leggere i contesti.
 
 
 
di Filippo Contarini