Come parlare di “cancel culture” e perché dovremmo considerare anche il problema dello spazio

Come parlare di “cancel culture” e perché dovremmo considerare anche il problema dello spazio

Agosto 24, 2020 - 22:22

I limiti della "cancel culture". Si impone una riflessione che sappia unire spazio fisico e virtuale, per evitare che siano i "sovrani illuminati" del web a dominare il dibattito pubblico.

“Cancel culture”, che cos’è?

In Ticino, da quanto vedo, non si sta seguendo con particolare attenzione il fenomeno della “cancel culture”. Si tratta di un fenomeno anzitutto americano, dove i progressisti sono riusciti a mettere ideologicamente in minoranza quei pensatori che non si schierano contro il razzismo e a favore delle istanze delle minoranze. Se il mondo virtuale è dominato dalla libertà di parola, i cosiddetti “hate speech” sono ora rigidamente sanzionati. Negli ultimi mesi i politici più populisti sono quindi incappati nel fenomeno della “cancellazione”. Alcuni tweet di Trump sono stati oscurati e ieri instagram ha eliminato un video razzista dell’UDC (ancora trovabile su youtube). Io, che penso che il video dell’UDC sia una porcheria ignobile e penso che il Ministero pubblico dovrebbe intervenire, osservo il fenomeno della “cancel culture” comunque con un po’ di scetticismo.

Non è infatti chiaro quale sia il confine fra le porcherie dell’UDC e le idee fastidiose della parte avversaria. Troppo facile ridurre tutto alla logica amico/nemico. L’avversario deve poter parlare e va ascoltato. Io rifiuto categoricamente che noi siamo dalla parte del Bene e che gli altri sono categoricamente dalla parte del Male. Così facendo, si rischia di non riuscire più a osservare le proprie contraddizioni. È quindi sempre attuale il problema sollevato da Voltaire alcuni secoli fa: bisogna essere tolleranti con gli inolleranti? Non dico che cancellare sia sempre sbagliato, ma penso dobbiamo essere critici.

Cos’è oggi un “pubblico”?

Nelle università americane sono alcuni anni che i professori di destra e più vicini alle ideologie teo-con si lamentano di non aver più libertà di parola (attaccando la presunta ideologia della “political correctness”. Ne ho già parlato raccontando i pistolotti paternalisti di Tito Tettamanti). Il fenomeno è ampio, lo conosciamo anche in Europa e talvolta diventa assolutista. Si prenda ad esempio il caso della satirista Lisa Eckhart, che negli scorsi mesi ha tematizzato le origini ebraiche di alcuni maschi prominenti e su queste ha costruito una riflessione gender. Il risultato è essere stata allontanata da un festival di letteratura in Germania, perchè gli organizzatori avevano paura di ritorsioni violente da parte di attivisti di sinistra. Lei si è difesa spiegando che il suo pubblico in realtà capisce cosa stia facendo, che non è certo antisemita.

Ma la Eckhart ha veramente “un pubblico”? E i professori di Harvard? L’informazione online cambia le nostre abitudini nella percezione dello spazio e crea un nuovo gigantesco pubblico di sconosciuti. Nel nuovo modo di funzionare dei sistemi di memoria del mondo digitale, il cyberspazio ha costruito un nuovo spazio pubblico digitale. Questo è un luogo in cui vengono memorizzate tutte le informazioni, poi ritrovabili dai motori di ricerca. Siamo talmente convinti della capacità di memorizzare del mondo digitale che ci indignamo quando le informazioni scompaiono. La accessibilità ai sistemi di memoria ha come suo correlato quel fenomeno che chiamiamo disintermediazione. Un esempio: se fino a pochi anni fa per ascoltare un professore di Oxford sarei dovuto andare a Oxford, facendo parte di una stretta cerchia di privilegiati per ascoltarlo, oggi posso guardarmi le sue lezioni su Youtube comodamente sul mio iPhone seduto sull’asse del cesso.

Cosa significa oggi cancellare?

Ieri Lisa Eckhart probabilmente sarebbe rimasta un’artista conosciuta e stimata dal suo pubblico e bistrattata dai suoi critici. Evenualmente si sarebbe parlato di lei sui giornali dopo una sua performance in televisione. E forse sarebbe stata censurata da un festival del libro, come successo ora. Ma oggi c’è una dimensione nuova, lei è un personaggio iconico del web, mi basta sapere il suo nome per vederla sul suo palco da Youtube. La sua notorietà si costruisce su milioni (!) di visualizzazioni. Ora quello che ha detto può essere rivisto, e rivisto, e rivisito, e tutti possono costruirsi un’opinione che vada oltre il passaparola. Il concetto del “mio pubblico” non esiste più, tutti sono un pubblico potenziale.

Per un’analisi del fenomeno della “cancel culture” dobbiamo quindi porci nell’ottica che a) c’è stato un cambiamento dei rapporti di forza fra chi domina i sistemi di costruzione e di mantenimento della memoria e che b) questi rapporti di forza si influenzano fra cyberspazio e spazio reale.

Parlare di “cancel culture” non può esulare dal chiedersi cosa significhi oggi “cancellare”. La nostra attenzione deve quindi essere riposta su chi si occupa di costruire trasparenza e chi si occupa di mantenerla trasparente. Qua, proprio qua, si apre la porta della nuova modernità. L’utente può cancellare un suo “post” su facebook, ma anche facebook può cancellarlo da remoto. La fattispecie è radicalmente diversa dal bruciare i libri in piazza o dall’impedire a qualcuno di andare in televisione o a teatro. I libri erano oggetti indipendenti sia dall’autore, sia dall’editore. E la persona non aveva la possibilità di autocensurare una sua performance in televisione.

La mia proposta metodologica è quindi che ora, quando parliamo di “cancel culture”, si tenga in considerazione lo sdoppiamento della nostra realtà in a) un mondo fisico e b) un cyberspazio.

Politica paternalista nel cyperspazio

Usando i criteri della censura di ieri, ci preoccupiamo per la “cancellazione” della Eckhart da un festival, o del licenziamento di un professore da Harvard. Ma le loro idee, diversamente da ieri, potrebbero continuare e circolare nel cyberspazio. La novità è che se improvvisamente anche internet si mette in mezzo e decide di cancellare, ecco che c’è il rischio di una doppia censura.

Se non salvo le informazioni, rischio che qualcuno me le cancelli da remoto. La cancellazione è quindi un momento altamente politico. Il problema è che questa politicità è negata dalla struttura tecnocratica. Il cyberspazio si mostra come un mondo neutrale i cui proprietari sono come sacerdoti, con la facoltà di “cancellare i discorsi d’odio”, senza però dare la possibilità a nessuno di questionare quale sia la direzione che sta prendendo la società tecnologica. È come se avessimo confinato la politica al solo in parlamento, dimenticandoci che fino a 20 anni fa la politica si faceva anche nelle associazioni e nelle aziende.

Come abbiamo già potuto osservare nelle varie audizioni a Mark Zuckerberg in Europa alcuni anni fa, sappiamo che lui si sente come un sovrano illuminato, dominato da un idea platonica del potere. Eppure questo dettaglio sembra non interessare a nessuno. Sulla pagina wiki dedicata a Zuckerberg in italiano le sue idee politiche non sono tematizzate, in inglese si dice invece che non si sa se sia conservatore o liberal. In sostanza si è travestito sa sovrano assolutista illuminato. Ora osserviamo bene le nostre reazioni automatiche: qualcuno dice qualcosa di razzista in rete, noi lo segnaliamo al sito online e speriamo che cancelli il post. È diverso dal chiedere al rettore di un’università di non far parlare un professore o di chiedere a un festival di non far parlare una satirista. Perchè è diversa la costruzione del dominio sullo spazio pubblico. In internet pendiamo dalle labbra di chi domina il codice digitale e il suo potere è assoluto. Nessuna protesta è possibile.

L’UDC non è solo attiva online, e quella è la sua forza

Il fenomeno della “cancel culture” si inserisce in un contesto sociale nuovo, che non può essere osservato con i vecchi occhiali della razionalità illuministica. C’è un nuovo concetto di spazio che si sta instaurando nella nostra società. Lo spazio virtuale, che determina lo spazio pubblico, è dominato da sovrani assoluti la cui posizione è garantita dal diritto privato, come nel medioevo.

I progressisti sono tutti contenti della capacità di questi regnanti di cancellare online gli “hate speech” e di intervenire poi anche nello spazio pubblico. Si sentono di aver risolto i loro problemi: l’UDC finalmente taccia! Ma il diavolo sta nei dettagli. Questa evoluzione infatti la conoscono tutti. Anche l’UDC. E quindi cosa ha fatto il suo capo Blocher? Si è comprato tutti i giornali di campagna della Svizzera tedesca (con la complicità di Tamedia, che in contropartita si è comprata tutti i giornali cittadini). Le comunicazioni virtuali dell’ultradestra populista – anche quelle razziste – rimangono raffinatissimi strumenti di propaganda elaborati da agenzie pubblicitarie pagate milioni di franchi che sanno benissimo che potranno venire “cancellate”. Intanto la propaganda continua “fisicamente” rappresentando il vecchio scontro campagna/città, proprio come tematizzato nel video censurato.

L’UDC si muove sui due piani, virtuale e fisico, nel paradosso di essere campioni del virtuale ma presentandosi come paladini del fisico. Noi bravi benpensanti “cancelliamo” sui siti internet e nelle accademie e ci rendiamo invisibili dietro i nostri schermi che ci danno la nostra comfort zone. Siamo perfetti per l’home office. Intanto lo Stato ci sta rinchiudendo dentro le sue frontiere, dando dei “terroristi” a coloro che fermano gli aerei che fanno rimpatriare i migranti. O considerando criminali coloro che accompagnano i migranti a cavallo dei confini delle Nazioni europee. Dobbiamo cogliere che la “cancel culture” di oggi è un fenomeno indistinguibile dall’evoluzione del virtuale e dalla chiusura delle frontiere dello Stato securitario.

Dobbiamo avere il coraggio di inserire lo spazio nelle nostre riflessioni sul mondo virtuale. Ci vuole uno sforzo, me ne rendo conto, ma se non lo facciamo rischiamo di moralizzare il discorso, arrivando infine a sperare che papino Zuckerberg sistemi tutti i nostri problemi…

 

Filippo Contarini, teorico del diritto