Corona: i dati dei nuovi contagi e il contratto sociale dei pecoroni

Corona: i dati dei nuovi contagi e il contratto sociale dei pecoroni

Luglio 30, 2020 - 18:11

Gregge forse forse sì, pecoroni giammai! Tamedia e i dati sul coronavirus: fra "controllo" dei governanti e la tutela della "locomotiva economica". 

Una delle cose belle della Svizzera tedesca è la trasparenza. Una delle cose brutte è il paternalismo, mezzo protestante e mezzo capitalista.

Un esempio di questo modello è come tratta il Coronavirus la casa mediatica Tamedia (che ha il Tages-Anzeiger e anche parte di tio.ch, nostro giornale online ormai sempre più schierato su posizioni zurighesi). Il tagesanzeiger ha sempre messo tutti i numeri del Coronavirus sul suo sito, in modo trasparente e completo. Poi però la redazione spinge alcuni articoli invece che altri dare più o meno insicurezza o rassicurazione sul virus, a dipendenza di cosa rende di più economicamente. Manca insomma una relazione critica fra la notizia giornalistica e i dati esposti sullo stesso giornale.

È (purtroppo) normale che sia così: i giornali non sono più organi di partito, ma attori economici autonomi, con una chiara potenza di fuoco. Il legame con la politica è chiaro, ma indiretto. Si influenzano a vicenda. Loro usano questa potenza comunicativa per avere informazioni fresche dalla politica e  fondi statali per stare in piedi.

Il tagesanzeiger ha fatto durante tutta la preparazione alla crisi una strategia di negazione della malattia (tanto che il direttore del Sonntagszeitung si è scusato pubblicamente, https://www.tagesanzeiger.ch/sonntagszeitung/die-fuenf-phasen-der-coronaverharmlosung/story/29539236). Durante il lockdown ha comunque continuato la sua strategia di riduzione del “panico” e della “isteria”. Contava solo una cosa: tenere bassa la preoccupazione. I motivi erano due.

Il primo era evitare che la politica usasse lo Stato di emergenza per decidere cose antidemocratiche e  fare nomine assurde. Se la gente è impazzita a causa della paura, i politici si sa che svaccano in modo ignobile (come p.e. è successo in Ticino). La stampa quindi si è presa il compito di non drammatizzare per poter controllare i politici che svaccano.

Un altro motivo era però non fermare la locomotiva economica, visto che anche i giornali dipendono dalle pubblicità. In questa ottica la redazione del tagesanzeiger, che è la casa mediatica più potente della Svizzera, sin dal primo giorno di pandemia ha picchiato dicendo che bisognava introdurre l’obbligo di mascherina igienica. Spiegava che era uno scandalo che la Confederazione non avesse scorte e gridava contro Mister Corona Daniel Koch. Per dire: il Blick era molto più vicino a Koch, spingendo molto di meno sulle mascherine e puntando sulle altre misure igieniche. Anche perchè ben sappiamo che dietro le mascherine ci sono grossi interessi economici, che si ripercuotono sulle politiche pubbliche. Della mascherina sappiamo soprattutto che ci deresponsabilizza, è il solito nuovo gadget dela nostra cultura feticista.

Poi a fine giugno una cosa strana, che non abbiamo visto prima. Il Tagesanzeiger si è messo a starnazzare come un’oca e ha creato un panico strano sul Corona. “Ecco, i casi positivi stanno aumentando esponenzialmente! La mascherina, la mascherina!”. E così, finalmente, dopo 4 mesi che ogni giorno in prima pagina dicevano che dovevamo portare la mascherina, il governo ha usato quel “panico” come sostegno pubblico a imporre l’utilizzo di mascherina. Ottenuto l’obbligo – gli svizzerotti ora tutti diligenti a seguire quella regola – il giornale si è di nuovo messo a rassicurare, facendo uscire raramente notizie negative, tutte sempre molto “sachlich”, oggettive. La mascherina è ora assimilata come panacea di tutti i mali, ecco che ad esempio ieri in treno ho assistito a un litigio, un tizio voleva che gli altri stessero lontani e quelli gli dicevano “ma abbiamo la mascherina!”.

Ottenuto l’obbligo, dicevo, il clima giornalistico è cambiato totalmente. Il giornale ha di nuovo raffreddato i toni, ora si parla solo del problema dei “superspreader” che vanno in discoteca e poi tutti i 300 avventori si sparano due settimane di quarantena. È diventato una sorta di nuovo rituale: “se vai in disco, poi stai due settimane a fare home office”.

Torniamo ai dati, di nuovo quelli del tagesanzeiger (ricordate sopra? La trasparenza, il paternalismo…).  Prendiamo il grafico dei test coronavirus eseguiti e la percentuale di infetti. (immagini qui sotto, da https://www.corona-data.ch/, gli stessi del Tagesanzeiger).

Fonte: corona-data.ch

 

Fonte: corona-data.ch

 

Guardiamo i dati della percentuale di positivi a marzo per ogni test fatto. Il grafico fa un’impennata, era un aumento esponenziale. Sappiamo però che facevano i test solo a chi aveva sintomi gravi. Le percentuali effettive erano molto più basse. Io, per dire ho avuto la tosse per due settimane, ma si son rifiutati di farmi il test. Quindi anche tanti, tanti altri che non hanno avuto il virus non hanno avuto accesso al test. Ora andiamo a fine giugno-inizio luglio.

Fonte: corona-data.ch

 

Fonte: corona-data.ch

 

Guardiamo il numero di test dei giorni prima e di quelli subito dopo l’inserimento dell’obbligo di mascherina, del 1o luglio: i test aumentano esponenzialmente. E così sono aumentati esponenzialmente anche i casi positivi. Poi, nei giorni dopo, dall’adozione dell’obbligo di mascherina han fatto sempre meno test. Il risultato: i positivi sono stabili, o addirittura non diminuiscono. Ma si vede benissimo che la percentuale di positivi aumenta, sempre di più. Siccome i numeri di positivi assoluti rimangono bassi, il giornale può dire che sono bassi, non indicando che il merito è la diminuzione dei test. Il silenzio ormai avvolge l’intera pandemia.

Insomma, la Svizzera non cerca i malati, e quindi i malati non ci sono. Se li cercasse come li ha cercati quando ha giustificato l’obbligo di mascherina, a vedere le percentuali oggi avremmo il triplo dei positivi. Ci preoccupavamo di prendere  per il culo Trump, ma noi stiamo facendo esattamente quello che diceva di fare lui. Non facciamo test, così che nessuno può dire che la Svizzera abbia un aumento esponenziale dei casi.

Ora la nuova strategia comunicativa del governo e dei media di Zurigo che gli reggono il moccolo appare questa: punto 1) gli stranieri che sono andati a casa e tornano con il virus sono delle merde. Evvai con la tradizione razzista; 2) chi va in discoteca e si becca il coronavirus è una merda. Evvai con la colpevolizzazione!

Nel frattempo però vengono esaltate le ferie (in Svizzera, come se da noi non ci fosse il Corona e stessimo più attenti che altrove, gran cazzata) e non si bastona certo chi apre le discoteche. “Tanto basta dare nome e cognome”. Siamo di fronte a una nuova, assurda e ipocrita, costruzione di responsabilità individuale nel bel mentre di una pandemia. È una contraddizione in termini. In una pandemia nulla è individuale.

Ciò a cui assistiamo in Svizzera è una sorta di nuovo “contratto sociale”: se ti prendi un rischio, allora è come a Monopoli, stai fermo un turno. E quindi ti spari due settimane di quarantena. E ti devi pure sentire in colpa.

Come al solito, questa etica zurighese dell’isolare il colpevole (ma siamo sicuri ci sia solo a Zurigo?) è pesantemente ipocrita. Perchè nulla ci chiede sul serio di fare attenzione e di cambiare i nostri comportamenti nella società. Soprattutto non sul tagesanzeiger. Appena possiamo svacchiamo. Vale solo la logica del consumo e dell’edonismo. E quindi alla fine dei conti, pur di garantire il mercato, ci fan vivere il contagio di gregge. Ma condito di ipocrisie. Ci fan mettere la mascherina, sapendo che non sappiamo usarla. I genitori nel toggenburgo puoi andare a trovarli, quelli a Pristina no, perchè “figurati se a Pristina fanno attenzione”. Contemporaneamente distruggono mediaticamente quei medici che parlano apertamente di contagio di gregge. La cosa che infastidisce è che questa trasparenza paternalista la chiamano democrazia, mentre assomiglia di più a una teocrazia. Del mercato come religione.

Certo lo riconosco: grazie a questa strategia mediatica, per il giornale è più facile controllare i governanti. Ha sicuramente più effetto la critica di un direttore del Tagesanzeiger che non quella di Pino Sergi.

Ma almeno Pino Sergi, in tutti i limiti della sua ideologia, fa un ragionamento in sé democratico e di confronto con le questioni sociali. Mentre a fronte delle incoerenze teocratiche dei nostri gruppi massmediatici corriamo il rischio di fermare il ragionamento, sentendoci pure dare dei coglioni perchè non siamo stati bravi a fare quello che avremmo dovuto (!) decidere autonomamente di fare.

Permettetmi allora di affermare uno slogan di opposizione di fondo a queste evoluzioni che stiamo vivendo: gregge forse forse sì, pecoroni giammai!

 

Filippo Contarini