Covid: davvero gli Usa hanno fatto tanto peggio dell'Europa?

Covid: davvero gli Usa hanno fatto tanto peggio dell'Europa?

Agosto 01, 2020 - 15:40
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Federico Rampini sui L'Azione "smonta" la narrazione collettiva secondo cui gli Stati Uniti hanno fatto "disastri" con il Covid e l'Europa se l'è cavata. A guardare i numeri non si direbbe...

Federico Rampini, giornalista italo-statunitense, storico corrispondente di Repubblica dagli Usa, su l’ultimo numero de L’Azione ha fatto un utile esercizio di “smantellamento” del senso comune, che vorrebbe gli Usa come uno dei Paesi che ha gestito peggio la pandemia e un’Europa dove il sistema sanitario ha funzionato nel contrastare il virus.

Lo ha fatto partendo da un eloquente titolo del New York Times, giornale, come ricorda Rampini, che di certo non ha lesinato dure critiche alla gestione statunitense del coronavirus e che spesso si è distinto per la sua "esterofilia": “L’Europa diceva di essere pronta alle pandemie. Il suo orgoglio l’ha sconfitta”. “I governanti europei si vantavano di avere la migliore sanità del mondo”, scrive il NYT, “ma l’avevano indebolita con un decennio di tagli. Migliaia di pagine di pianificazioni nazionali per le pandemie si sono rivelati oziosi esercizi burocratici. I controlli Ue sull’adeguatezza dei singoli paesi erano esercizi di autocompiacimento”.

A parlare, in effetti, sono i numeri. “La narrazione prevalente è quella di un’ecatombe particolarmente cruenta sull’altra sponda dell’Atlantico. Tuttavia la mortalità pro capite è più elevata in molti paesi europei rispetto agli Stati Uniti. Per la precisione: Belgio, Regno Unito, Spagna, Italia, Svezia e Francia (in quest’ordine), hanno avuto fin qui una percentuale di decessi per abitanti superiore agli Stati Uniti”. Va detto che nel frattempo (l’articolo è uscito sull’edizione dello scorso 27 luglio) gli Stati Uniti hanno ancora visto aumentare i morti e la triste classifica può risultare non più aggiornata, ma il punto riguarda la percezione della situazione negli Stati Uniti, che da mesi viene dipinta catastroficamente. Può darsi, ma molti Paesi europei non hanno fatto meglio. Alcune settimane fa, è stata data grande enfasi ai 1’000 morti giornalieri raggiunti negli USA. Ma in un Paese di oltre 300’000’000 di abitanti 1’000 morti in un giorno sono, in rapporto alla popolazione, sono come un morto al giorno in Ticino. Il “record” di 2’701 morti registrato il 6 maggio negli Usa, è meno, in proporzione alla popolazione, dei 74 decessi del 26 marzo in Svizzera.

Inoltre “l’Europa divide buoni e cattivi lungo il tradizionale confine tra populistisovranisti e «competenti»”, prosegue Rampini. “Ma almeno per adesso il tecnocrate Macron ha avuto risultati leggermente peggiori di Trump: 45 morti ogni centomila abitanti in Francia, 43 negli Stati Uniti. Può darsi che l’America raggiunga l’Europa visto che i contagi continuano a salire; ma non c’è una differenza sostanziale”. Invece, prosegue Rampini, “più interessante è capire cos’hanno in comune le risposte «confuciane» di società disciplinate e coese – ma democraticissime – a Tokyo, Seul e Taipei, perché la distanza tra noi e loro nel bilancio dei caduti è davvero abissale. Ogni tanto giungono allarmi su improvvisi peggioramenti della situazione a Hong Kong o in Corea del Sud; ma se si guardano i numeri, quei focolai sono minuscoli, il bilancio delle vittime resta una frazione infima rispetto all’Occidente. Eppure molti dei paesi democratici dell’Estremo Oriente, a differenza della Cina hanno saputo evitare i lockdown generali e indiscriminati, le chiusure totali dell’economia, riuscendo a intervenire in modo più veloce, preciso e selettivo sui veri focolai. Questione di efficienza governativa, di organizzazione sociale, di disciplina collettiva”.

“Ora che l’Unione europea sembra aver ritrovato coesione e promette investimenti notevoli per uscire dalla crisi, uno dei primi settori d’intervento dovrà essere la sanità”, dice Rampini. “Per capire cosa non ha funzionato ed evitare che la catastrofe si ripeta in futuro, andranno studiati i modelli veri, i vincitori della prova dei numeri”.