Covid: medici e politica hanno dimenticato che esiste una società

Covid: medici e politica hanno dimenticato che esiste una società

Ottobre 26, 2020 - 21:00

La questione intergenerazionale, l’educazione all’uso individuale della mascherina, non interessano, né alla politica, né alla scienza. Ma l’approccio biopolitico è insufficiente. Si parla solo di contenimento del virus, ma non di come reagisce la società e si esclude dalle task force chi potrebbe dircelo...

Gli ospedalizzati riaumentano, soprattutto fra i più adulti

Il numero di persone in ospedale sta esplodendo. Sempre più persone over 50 finiscono in terapia intensiva. Lo sappiamo: il virus attacca più gli anziani che i giovani, e ora questo problema è tornato ad essere acuto.  Il rischio è di creare “competizione sanitaria” fra i 70enni e gli 80enni se gli ospedali si riempiono. E nessuno di noi vuole creare questa competizione.

Rimane il fatto che, di nuovo, questo virus sta mettendo in mostra che c’è una differenza fisica che si sovrappone a una differenza sociale. Gli anziani hanno un altro ruolo nella società rispetto ai giovani, e sono anche attenti in modo diverso alle indicazioni sanitarie. Questa differenza è importante e andrebbe trattata in modo culturale. In questo senso non è solo importante che l’economia continui a funzionare, ma anche è importante trovare punti di contatto attraverso cui si possa garantire l’intergenerazionalità.

L’approccio biopolitico è insufficiente

Questa questione intergenerazionale è una delle tante questioni sociali che sembrano non interessare minimamente né alla politica, né alla scienza. Così come quella di come individualmente usiamo la mascherina. La scienza dice: “bisogna educare ad usarla!”. Parole al vento, perché ci si approccia all’edcuazione di massa come se fosse marketing più che lavoro culturale.

Basta vedere il video di Sommaruga e Berset che, esattamente come me e altri milioni di cittadini, si tolgono la mascherina e se la mettono in tasca o nella borsa, senza nemmeno disinfettarsi le mani. La catena di trasmissione fra la scienza, la politica e la popolazione semplicemente è rotta. È come se la realtà umana non interessasse, interessa solo il rapporto fra il virus e il corpo come elemento politico, quello che Roberto Esposito chiama Biopolitica.

Si capisce meglio ciò che dico se andiamo a vedere la composizione della task force che sta accompagnando il governo svizzero nella gestione del coronavirus. Su 71 persone contiamo decine di medici e ingegneri, per contro solo una sociologa. Non è stato coinvolto nessun antropologo, nessuno storico, nessuno scrittore, nessun artista, nessun poeta, nessuna casalinga, nessun esperto di ginnastica, nessun ristoratore, nessun esperto di sicurezza notturna, nessun educatore, nessun esperto di pubblicistica. Tanti esperti di public health, che evidentemente pensano di essere competenti per la vita dei singoli cittadini. In realtà interessa solo amministrarci, non invece accompagnarci.

Diciamo con chiarezza che i medici e i data analysts parlano con la politica e la politica parla con loro in un circolo chiuso, dove la microrealtà sociale è completamente esclusa dal discorso. Si lascia che siano le “catene di trasmissione” locali a occuparsene. Ma è un approccio a perdere, dal momento che in tutto e per tutto il governo centrale e la task force si rappresentano come attori principali del discorso, continuando a insultarsi gli uni contro gli altri e i media lasciano fuori tutto il resto.

Siamo diventati tutti “enti pericolosi”, non più cittadini da accompagnare in questa sfida

Quella che alcuni filosofi chiamano biopolitica è diventata ora con il Corona una realtà. Questo Stato contemporaneo si è posto come obiettivo storico quello di salvare il corpo dei suoi cittadini. È uno Stato che ha fatto una promessa: mettendo al centro gli ospedali e la sanità pubblica, potrà salvare la salute di ognuno come bene supremo a cui bisogna tendere. È lo scopo del welfare state come anche del Comunismo cinese o cubano. E i cittadini già prima di questa crisi avevano collaborato alla promessa tecnica della salvezza del  corpo: non opponendosi all’aumento dei costi sanitari, aspettandosi di ricevere servizi medici efficienti, ecc. Il tema dei costi del fine-vita, ad esempio, è in assoluto il tema più tabuizzato in Svizzera. È non si tratta una salvezza cristiana eh, la biopolitica è una questione post-religiosa, è una questione postmoderna e securitaria.

È chiarissimo che lo stato in questi mesi si sia completamente orientato a salvare anzitutto la struttura sanitaria. L’obiettivo era infatti salvare la promessa di salvarci. Una delle cose più difficili da spiegare al pubblico è proprio questa: le misure contro il coronavirus non hanno la funzione diretta di proteggere la singola persona, né di proteggere la società in quanto tale. Le misure igieniche e sanitarie per il Coronavirus hanno come obiettivo quello di salvare la funzionalità del sistema sanitario e quindi – solo per conseguenza – di garantire che i medici possano provare a salvare ognuno di noi.

Il problema è il rischio, non l’Umano

La prima considerazione che entra in gioco dopo le discussioni sul sistema sanitario è sempre quella economica. Se la macchina economica non gira, ecco di nuovo un altro motivo per cui lo stato potrebbe non mantenere la sua promessa, siccome non entrerebbero le tasse necessarie a mantenerla. Mentre le discussioni sociali, come l’intergenerazionalità o la salute mentale, non interessano sul serio. Quello è confinato ad essere un problema della cosiddetta “società civile”. E siccome la società civile a questo Stato non interessa, ecco che ci si potrà sempre scaricare di responsabilità e dire che lo Stato e la tecnica hanno fatto di tutto, ma “visto che i cittadini sono cretini…”.

L’umano nel sistema biopolitico serve allo Stato e alla tecnica come premessa per mantenere la promessa della salvezza. È carne, non è mente. Ritorniamo a marzo 2020. Abbiamo salvato la vita di tante persone anziane, ma che si sono ritrovate senza nemmeno una panca in riva al lago dove sedersi. E non abbiamo organizzato le bubbles per garantire che nessuno rimanesse solo. Oppure: andiamo a vedere i documenti dell’OMS sulla mascherina: quello del 6 aprile 2020 diceva (come Daniel Koch) che la mascherina era sì utile per proteggerci dai virus, ma che non sappiamo usarla e quindi bisognava fare attenzione ai falsi sentimenti di sicurezza. In quello del 5 giugno il problema che non sappiamo usare la mascherina non interessa più, è stato esternalizzato come questione educativa, e quindi non è più un problema medico. Quindi giù tutti a esaltare la mascherina, e chi si oppone è diventato un “cospirazionista”, mentre alcuni sono cospirazionisti e altri no.

Per rendere le persone responsabili e consapevoli non bisognava mettere tutti nello stesso calderone del cospirazionismo, si sarebbero dovute invece creare delle task forces culturali per capire cosa diceva la popolazione. Che però non sono state fatte.

Si parla solo di contenimento del virus, non si parla abbastanza di come interagisce la società

Probabilmente il motivo principali per cui non sono state fatte task forces culturali è che nessuno vuole dare l’impressione che lo Stato si possa immischiare nella società civile. Sarebbe stato inteso come una dittatura. Ecco quindi che ci si limita al governo della tecnica, che si finge  culturalmente “neutrale”.

A me sembra, a dire la verità, che stiamo perdendo la tramontana. Perché democrazia è politica culturale. Perché le commissioni culturali sanno ascoltare decisamente meglio di medici, ingegneri e politici. E proprio la paura della democrazia è ciò che più mi impressiona di tutto ciò che stiamo vivendo.

Non esiste più la possibilità di fare un’opposizione metodologica. Rimane solo il cospirazionismo. Io, che come tutti sanno sono la persona più lontana dal cospirazionismo che si possa immaginare, inorridisco da quest’autoreferenzialità della politica e della scienza. Ieri ci siamo sciroppati un lamentìo inascoltabile degli epidemiologi che sostengono che la politica non si è fidata degli scienziati. Ma fatemi fare una domanda agli scienziati delle scienze dure: dove eravate voi quando gli scienziati culturali son stati lasciati fuori?

Siamo in questa situazione anche perché qua nessuno si fida di chi studia la “società civile” e nessuno permette che chi la studia possa alzare il ditino e dire che forse alcune cose andrebbero gestite in modo diverso. La cultura fa paura, purtroppo, e non intendo teatri e cinema: intendo quella pericolosissima attività di chi ascolta anche le “persone della strada”. Ma la società esiste, anche se ogni tanto non piace molto. Bisogna cominciare ad accettarlo, anche nella biopolitica.

 

 

Filippo Contarini