De Bortoli: "I partiti hanno perso le regole di democrazia interna"

De Bortoli: "I partiti hanno perso le regole di democrazia interna"

Maggio 26, 2017 - 17:28
Posted in:

Lo scorso martedì 23 maggio all'Usi di Lugano Ferruccio De Bortoli presentava il suo ultimo libro, "Poteri forti (o quasi)". In quell'occasione il già direttore del Corriere della Sera ha riposto ad alcune nostre domande sul suo libro e sulla situazione della politica italiana.

Ferruccio De Bortoli, lei martedì all'Usi ha presentato il suo ultimo libro, “Poteri forti (o quasi)”. Chi sono questi poteri forti, o quasi forti?
I poteri forti sono quelli politici, ovvero i partiti, e quelli che dominano la scena economica, ovvero i grandi gruppi industriali e i grandi gruppi finanziari. Nella mia analisi tratto l'affievolirsi, principalmente in Italia, di questi poteri forti, sia sul versante dell'indebolimento dei partiti, come pure su quello della perdita, avvenuta non senza un certo disagio, dei grandi gruppi industriali e dei grandi gruppi finanziari. Questo indebolimento delle istituzioni democratiche da un lato, e degli attori della scena economico-finanziaria dall'altro, crea secondo me un problema di solidità di sistema, per un Paese, come l'Italia, che ha punti di forza, ma anche delle estreme debolezze.
 
Lei nella sua relazione ha parlato dei cosiddetti “raider”, che si insinuano in questo ridimensionamento dei poteri forti. Lei ha citato gli esempi di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Molti commentatori vedono una similitudine fra Matteo Renzi e Berlusconi. Dal suo punto di vista anche l'ex permier Matteo Renzi può inserirsi in questa categoria?
L'ascesa al potere di Matteo Renzi, con la presenza di partiti più forti, sarebbe senza dubbio stata differente. Probabilmente avrebbe comunque prevalso, dato che è una persona di indubbia qualità, seppur criticabile per alcune sue scelte.
Io penso che un Paese forte che debba fare sistema e difendere i propri interessi all'estero, nell'ambito dell'Unione europea, debba preoccuparsi delle dimensioni. È quindi preferibile la condizione di avere gruppi forti, ma responsabili, con un senso della nazione e un attaccamento al loro Paese, piuttosto che avere una miriade di poteri di vario tipo che a volte, nel caso italiano, sono anche leggermente opachi e sotterranei.
 
Renzi è da poco stato rieletto a larghissima maggioranza segretario del Pd, un partito che è l'erede da un lato della sinistra della Democrazia cristiana e dall'altro della corrente moderata del Partito comunista. A 25 anni da Tangentopoli e a 30 anni dalla morte di Berlinguer, che sollevava la "questione morale”, dove è finito il senso critico della base di queste forze politiche, verso un leader intorno a cui ruotano personaggi (come l'imprenditore romano Romeo), quantomeno discutibili?
Sono cambiati i partiti. Prima avevano una conformazione diversa, avevano una maggiore presenza nel tessuto socio-economico e non erano dei comitati elettorali come lo sono oggi. Avevano delle regole di democrazia interna che oggi purtroppo nel nostro Paese non ci sono. L'evoluzione del partito democratico, che è un partito plurale, con la sua fusione a freddo ma comunque riuscita fra due anime, quella della tradizione socialista e comunista e quella della tradizione cattolica e liberale, è una fusione che presupponeva l'esistenza di varie correnti. Un fatto che di per sé non è negativo. 
Renzi ha conquistato il partito con delle forzature, che fanno parte delle leadership moderne, ha reso a sua immagine e somiglianza il partito, riducendo quelle che erano le anime interne. Una è uscita, l'altra conta molto poco. Bisognerebbe ragionare sulla metamorfosi di questi partiti, che in un a leadership molto personale sono diventati degli strumenti di potere, dei comitati elettorali, piuttosto che della comunità di idee e di appartenenza.
 
Durante la conferenza di questa sera, dalla sala è stato sollecitato un suo commento sullo stato dell'indipendenza della televisione pubblica italiana, la Rai. Anche molti esponenti del giornalismo italiano indicano che attualmente ci sia una forte pressione della politica sulla Rai. Quali misure, dal suo punto di vista, si potrebbero implementare per arginare questa pressione?
Al momento credo non si possa fare niente. Finché il principale azionista della Rai è il Ministero dell'economia e delle finanze io credo che la politica, perfino legittimamente, dal punto di vista dell'esercizio dei diritti dell'azionista, potrà interferire nelle sue scelte.
Purtroppo ci avviciniamo alla scadenza elettorale, forse si andrà al voto verso la fine di settembre. Appare evidente la necessità di avere una Rai che non rompa gli equilibri di Governo, che non sia eccessivamente critica e possa rappresentare uno strumento docile.
 
La pubblicazione del suo libro non ha mancato di suscitare reazioni. L'ex ministro del Governo Renzi Maria Elena Boschi, attualmente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio del Governo Gentiloni, ha minacciato di querelarla per l'episodio relativo alle pressioni che avrebbe fatto su Unicredit per comprare Banca Etruria, che lei racconta nel suo libro. Oggi (23 maggio, ndr) "Il Fatto Quotidiano" riportava che a due settimane di distanza ancora nessuna querela è giunta. Può confermare questa notizia?
C'è tempo e tempo per fare una querela o un'azione civile. Quello che dovevo dire su questa vicenda l'ho detto e quello che dovevo scrivere l'ho scritto.
 
Berlusconi è finito “sulla graticola”, fra le altre cose, per lo scandalo delle Olgettine e per le intercettazioni telefoniche dell'allora consigliere regionale lombarda Nicole Minetti. Facendo le dovute proporzioni e distinguo, lei crede che quanto fatto da un altra donna, ovvero Maria Elena Boschi, possa essere “la fine” di Renzi?
No, assolutamente no. Sono due vicende assolutamente incomparabili. Staremo a vedere quello che succederà.