Debito, formazione: un futuro a rischio. Da Draghi al Ticino, parola ai giovani

Debito, formazione: un futuro a rischio. Da Draghi al Ticino, parola ai giovani

Agosto 21, 2020 - 20:02
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Dare di più ai giovani, perché dovranno essere formati per affrontare un futuro incerto e ripagare il debito generato dalla crisi del covid-19. A dirlo è stato l’ex capo della BCE Mario Draghi. Abbiamo chiesto a quattro giovani esponenti politici ticinesi un commento su tali problematiche e su questa “questione generazionale”…

Nella nostra società occidentale c’è una “questione generazionale”? Un tema che è tornato di attualità con la crisi del coronavirus, che ha fatto da acceleratore a dinamiche che probabilmente da lungo “ribollivano” sotto la superficie di un mondo che va sempre più in fretta e che forse per questo ha perso parte del senso della memoria e della prospettiva. Prospettiva, dunque futuro. Il tema che è stato al centro dell’intervento di una delle figure più prominenti d’Europa, l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, recentemente ospite del Meeting di Rimini (organizzato da Comunione e liberazione).  Un monito, quello di Draghi, all’attuale classe politica: “il futuro dei giovani è a rischio”.

“In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire”, ma, ha detto l’ex capo della BCE, “ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri”. Perché “la partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento”. E perché il debito generato dai sussidi di cui sopra “è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani”.

Troppo debito e troppo poca formazione, che rischiano di “rubare” il futuro alle giovani generazioni, agli adulti di domani. Parole forti quelle dell’ex banchiere centrale. Vedremo se la classe politica (italiana, europea e mondiale) ne farà tesoro o meno. Sicuramente spunti per una riflessione interessante anche alle nostre latitudini. E i giovani, si riconoscono in questa visione? E quale consapevolezza hanno di questa problematica?

Abbiamo sottoposto le riflessioni di Mario Draghi a quattro giovani ticinesi attivi politicamente, di quattro partiti diversi, per sapere come questa “questione generazionale” viene percepita e metabolizzata, correlandola alla nostra realtà. C’è chi osserva, come Filippo Zanetti, membro della direzione del Ps di Lugano, che la mancanza di visione sul futuro messa in evidenza da Draghi e la politica “rivolta al corto termine e a raccogliere consensi elettorali”, dice Zanetti, sia una caratteristica che si riscontra anche in Svizzera e in Ticino. Alessandro Spano, consigliere comunale del Plr di Locarno, auspica che, sul fronte del debito, vi sia un “contratto intergenerazionale”, per “ripagare questo debito senza gravare eccessivamente sulle nuove generazioni”. Stefano Rappi, consigliere comunale Ppd di Agno, evidenzia come “la nostra generazione è una generazione che dovrà coprire i debiti della generazioni precedenti, basti pensare all'Avs, ma anche alla questione climatica”. Mattia Melera, consigliere comunale della Lega ad Arbedo-Castione, sul fronte della formazione, auspica “un'istruzione maggiormente correlata alla realtà” e alle necessità del mercato del lavoro, come ad esempio nel settore sanitario.

Ecco cosa ci hanno detto.

"Mi sembra che Draghi raccolga pienamente il tema di un'intervista fatta a Romano Prodi il giorno di Pasqua, sulla Rsi”, ci dice Filippo Zanetti. “Prodi diceva che questa Europa oltre che a far fatica, non ha più il senso del futuro. Mi sembra ci sia un ex establishment che ha una visione simile su questo tema, nonostante Prodi sia schierato più a sinistra e Draghi più a destra. C'è una mancanza di credibilità sul futuro e su cosa si voglia fare, cosa che viene sottolineata da entrambi. È difficile non essere d'accordo. È abbastanza palese: vediamo un’Unione europea stanca e che non ha una visione politica a lungo termine. Privilegia una politica, svolta più dai singoli Stati e non dalle istituzioni comunitarie, rivolta al corto termine e a raccogliere consensi elettorali”. “È difficile non vedere, nonostante l'organizzazione politica molto differente da altri Stati, che anche in Svizzera e in Ticino ci sia questo tipo di politica orientata al corto termine”, osserva Zanetti.

 

La formazione

“La pandemia, la crisi sanitaria e il lockdown hanno semplicemente portato a galla alcune problematiche che già erano presenti”, ci dice Alessandro Spano. “Penso alla questione della scuola digitale. È accessoria all'insegnamento in classe, ma può arricchirlo. Purtroppo la pandemia ha fatto emergere grossi problemi per quanto riguarda la digitalizzazione della scuola, come dei docenti che non si sono fatti sentire per settimane, perché non erano abituati al nuovo sistema. Se non ci fosse stata la pandemia nessuno se ne sarebbe accorto, ma con la pandemia molti allievi non hanno potuto portare a termine le lezioni. Una lacuna scolastica che si trascinerà negli anni successivi. Sicuramente è un problema che va risolto”. 

“È evidente che per avere persone sufficientemente formate e che possano garantirsi un futuro bisogna continuare ad investire nell'istruzione ed è altresì importante che lo Stato possa contribuire ad aiutare queste persone ad avere una vita dignitosa”, ci dichiara Mattia Melera. “Su questo punto credo si debba pensare ad un'istruzione maggiormente incentrata sui reali bisogni del mercato del lavoro. Se si continua a formare determinate figure professionali, senza considerare le reali necessità del mercato del lavoro, si rischia di sfornare disoccupati”. “Io sono nato negli anni '90 e ho iniziato le elementari negli anni 2000”, prosegue Melera. “A quei tempi c'era la convinzione che se va all'università sicuramente si trova un posto di lavoro. Mi sembra che le cose siano un po' cambiate. Dunque si dovrebbe improntare la scuola su una formazione più correlata alla realtà, ovviamente sempre investendo sulla qualità formativa. Abbiamo un sistema scolastico di qualità e sicuramente bisogna continuare ad investirvi". 

Sia Spano che Melera vedono nel settore infermieristico-ospedaliero uno dei settori in cui sicuramente si dovrà investire. “Tanti si sono scoperti difensori della necessità di una sorta di "primanostrismo" nel settore sanitario”, dice Spano. "Sappiamo che senza frontalieri saremmo stati nei guai fino al collo. Ciò lo si può correggere con la formazione degli infermieri, con retribuzioni più proporzionate all'impegno lavorativo, nonché togliendo il numero chiuso per gli studenti di medicina. Anche qui si tratta di problemi che già esistevano, anche se c'è chi li ha visti solo ora”. 

“È importante formare personale qualificato nei settori in cui è necessario”, dice Melera.  “Non ha senso dipendere eccessivamente dall'estero, soprattutto nei posti chiave e importanti. Il personale ospedaliero e infermieristico è di primaria necessità e questa crisi lo ha sicuramente messo in evidenza. Un maggior numero di persone in questo settore è importante, ma ad esempio il numero chiuso nella formazione in medicina non aiuta e non ha senso. Maggiore contatto con la realtà e dipendere meno dall’estero, dunque”.

“È sicuramente giusto investire nella formazione e nei progetti per dare un futuro ai giovani”, ci dice Stefano Rappi. “Per fare un esempio concreto e locale, la formazione informatica che si fa all'Usi, che recentemente, come unica università in tutta Europa, ha proposto un master in fintech, può creare occasioni di lavoro ed attrarre aziende innovative in Ticino”. Questo è un esempio, ma “bisogna fare di più”, dice Rappi: “Dovrebbero esserci più settori in cui si investe. In Ticino oggi è oggettivamente difficile, dopo gli studi, tornare a lavorare e avere sfide professionali avvincenti. La nostra realtà è piccola e dobbiamo investire maggiormente in questo tipo di formazioni”.

Il debito e il costo per le generazioni future

Ovviamente pare impensabile sostenere che a fronte della crisi attuali lo Stato, pur di non indebitarsi, debba astenersi dall’intervenire. Eppure prima o poi il debito andrà ripagato. In che modo?

“Che lo Stato abbia dovuto intervenire è inevitabile e giusto. In una situazione di crisi dove le aziende e le persone erano in difficoltà era compito dello Stato intervenire”, ci dice Alessandro Spano. “Ovviamente non si può continuare all'infinito a fare debito”. “Serve una sorta di contratto intergenerazionale, riguardante sia il debito delle assicurazioni sociali, che si trascina da decenni, che il debito fatto per il coronavirus, per ripagare questo debito senza gravare eccessivamente sulle nuove generazioni”, spiega il consigliere comunale Plr. “Nuove generazioni su cui già pesano alcune problematiche della società odierna: la digitalizzazione, che riduce il numero di posti di lavoro, le ex regie federali e il settore bancario, che non garantiscono più l'occupazione di un tempo. E in più si aggiunge il debito". 

“La Svizzera è uno dei Paesi con il debito pubblico più basso al mondo. In questo caso un minimo di indebitamento dello Stato per aiutare cittadini ed economia è accettabile, a patto che non diventi eccessivo”, ci dice Mattia Melera. "Un maggiore aiuto pubblico può essere importante per ripartire nella fase attuale, in cui per altro non sappiamo ancora quale sarà l'evoluzione futura del coronavirus. L'economia svizzera è solida e a livello federale le finanze sono solide. Aumentare in questa fase l'indebitamento per aiutare i cittadini e l'economia può essere importante”.

"La nostra generazione è una generazione che dovrà coprire i debiti della generazioni precedenti, basti pensare all'Avs, ma anche alla questione climatica: debiti e danni fatti dalle generazioni precedenti e che toccherà a noi riparare. In un certo senso siamo già abituati”, osserva Rappi.

“Credo che questo costo aggiuntivo sia un "cigno nero", ovvero qualcosa di imprevedibile e frustrante per coloro che si sono adoperati, in modo giusto o sbagliato, per cercare di riportare i conti del Cantone in nero e ridurre la quota di indebitamento”, ci dice Filippo Zanetti. “Come in tutte le situazioni probabilmente la verità sta nel mezzo. È difficile credere che lo Stato possa ulteriormente tagliare senza fare dei danni. Come dice Draghi, bisogna investire sull'istruzione, sulla ricerca e sulle infrastrutture cruciali. Tagliare negli investimenti, come nel settore delle costruzioni, che generano dei riscontri positivi per l'economia, o nell'istruzione, o nelle infrastrutture, ho qualche dubbio che abbia senso”.

 

Debito in Ticino: il moltiplicatore d’imposta cantonale?

Tagli, debito, aumento delle imposte. Una discussione, quella della copertura delle spese straordinarie per il coronavirus, ovviamente d’attualità anche in Ticino, con l’ipotesi, proposta dai socialisti, di fissare il moltiplicatore cantonale dal 97 al 100% (“rilanciata” dal capo del Dfe Christian Vitta). Una proposta che, ci dice Zanetti, tecnicamente, prevede di “mantenere quanto c'è adesso, invece di abbassare la pressione fiscale come si era votato lo scorso anno. Non è un innalzamento delle imposte, ma un posticipo di sgravi fiscali. Nessuno sul suo borsellino vedrebbe un aumento dell'onere fiscale, visto che semmai vi sarebbe una perdita di uno sgravio fiscale”. “Sono dell'idea che lo Stato per fare i suoi compiti debba avere le risorse per farlo. Se non può fare i suoi compiti, ne risente tutta la società”, prosegue Zanetti. “Dunque condivido il mantenimento dell'attuale coefficiente, posticipando la data dell'entrata in vigore”.

Per Alessandro Spano “aumentare le imposte in Ticino è fuori discussione: le famiglie del ceto medio fanno fatica. Non vanno nemmeno operati però dei tagli draconiani a caso: si rischia di fare ancora più danni. Bisogna però stabilire, a partire dalla Costituzione e dalle leggi,  quali sono i compiti che sono attribuiti ai Cantoni e ai Comuni. Di questi, stabilire quali sono necessari, quali si possono ridurre e quali abolire perché non soddisfano più un bisogno della popolazione. Dopo questo lavoro di "dieta dimagrante", allora semmai si potrà parlare di tagli lineari o di aggravi delle imposte”. “Purtroppo però ciò non viene fatto perché delle revisioni in questo senso potrebbero portare a "tagliare" qualche funzionario, e questo elettoralmente non conviene”, dice Spano. “È però un discorso che prima o poi andrà affrontato”. 

“Bisogna stare attenti”, ci dice Stefano Rappi. “Da un lato siamo in una situazione e difficile, dobbiamo continuare ad investire e vi sono progetti che non si possono fermare. Sarà inevitabile andare in debito, ma bisognerà cercare di arginare i costi. Quanto si spende prima o poi andrà ripagato”. “Dovremo trovare un modo per ricoprire questo debito. Sicuramente però la sanità e l'istruzione non sono i settori in cui si potranno fare i risparmi”, aggiunge.

 

 

 

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