Di suicidi, di tetraplegici e di poetica malriuscita

Di suicidi, di tetraplegici e di poetica malriuscita

Marzo 21, 2017 - 16:00

L’unico che non sa di essere morto è colui che muore. Piccola riflessione sull’importanza di affrontare il suicidio senza cori da stadio e con un occhio sempre attento all’individualità della sofferenza.

DJ Fabo e il tifo da stadio
Ricordo brevemente il problema: dopo un incidente d’auto DJ Fabo, ben cosciente della sua situazione, è rimasto cieco e tetraplegico: non si può muovere, ma può parlare. Dopo tre anni ha chiesto infine di poter essere aiutato a suicidarsi.
In Italia se aiuti qualcuno a suicidarsi sei punibile con la galera da cinque a dodici anni: evidentemente DJ Fabo non voleva provocare questo a chi lo avesse aiutato. In Svizzera non è così: solo chi ti aiuta per motivi egoistici è punibile. Esempio tipico di egoismo: chi ambisce all’eredità.
Sui siti on-line è stata una battaglia a chi gridava più forte. Si è detto che aiutare qualcuno a suicidarsi è un'espressione della decadenza della nostra società. Suicidarsi = consumismo. Ho difficoltà di fronte a queste affermazioni fatte con l’accetta, meglio ragionare sull’umanità del togliersi la vita.
Una delle cose che più disturba le persone è il "pagare per farsi aiutare a morire". Chi si lamenta è tendenzialmente dello stesso campo del tifo di coloro che comunque condannano l’aiuto al suicidio anche laddove non ci siano di mezzo i soldi. Purtroppo questi tendono pure a confondere le acque, contrapponendo allo sterco del demonio l’epica del gesto: il suicidio sarebbe estetica nella sua complessità. “Buttati e vola”, sembrano dire i tifosi, roba che nemmeno il Vate…
Eppure siamo sinceri: non si vedono né estetica né poetica in un uomo che non vede più sé stesso in quell’amorfo corpo tetraplegico.
 
 
L’angoscia del suicidio come questione su cui porsi
L’aiuto al suicidio comporta dei costi? Un motivo c’è, e non è banale.
Affermiamo una verità, un assioma: l'unico che non saprà mai che io sono morto sono io stesso. Affermiamone una seconda: chi prova a suicidarsi non saprà mai di avercela fatta, mentre lo saprà se non ce la fa.
Lo so, è un discorso macabro, ma non possiamo evitarlo. Possiamo leggerlo addirittura in ottica metafisica heideggeriana: quell’angoscia del non-sapere è probabilmente un momento di umanità assoluta. Quel momento di angoscia: si tratta della vita, oppure è già parte della morte? Sono domande le mie, non risposte. Come si fa, mi chiedo, a ignorare l’avvicinamento alla morte come uno dei momenti centrali della nostra esistenza, come si fa a dire che è tutto consumismo? Vi prego, parliamone con delicatezza, non con cori da stadio.
Il non sapere se si riuscirà a morire rende il suicidio un momento oscuro, non c’è liberazione. Lo dicono le stesse persone che hanno accompagnato DJ Fabo: quando ha capito che avrebbe potuto schiacciare con i denti il tasto della macchina che avrebbe iniettato la sostanza della morte si è subito rasserenato. Quell’incertezza rende il suicidio ancor più pesante, lo carica di sensi di colpa. Non basta la condizione suicidale, autodistruttiva, si aggiunge una fase di non-senso perfino peggiore del senso della morte: se il suicidio non funziona la rottura delle relazioni sociali sarà contemporaneamente vera e nulla, con il rischio di essere perfino inchiodati nella sofferenza di (ulteriori) devastazioni fisiche.
 
 
Ripetiamolo: il problema non è il suicidio, ma l’aiuto al suicidio
Bisogna astrarre. Siamo di fronte alla triade conflittuale libertà-individualità-finalità. La libertà è un concetto sociale, pensate all'aforisma-domanda: "un uomo solo nel deserto è libero?". La morte invece è individuale: sono solo io che muoio e sono io che muoio in un certo modo. La finalità è infine quel discorso biologico-sociale per cui i geni sono programmati per far riprodurre la specie, e poi si muore. Detto concretamente: il suicida è colui che, nella libertà di voler lasciare gli altri senza di lui, decide come morire e interrompe così una vita che altrimenti finirebbe da sola.
In Italia tutto il problema sta nella violazione del programma, interpretato in senso divino: quindi chi aiuta fa un gesto indiretto contro la religione e va condannato. In Svizzera invece tutto sta nella violazione dei rapporti sociali: sei condannabile solo quando sei egoista. Cosa significa? Che lo Stato ti punisce se non hai lasciato al suicida la sua libertà. Notate la prospettiva diametralmente opposta?
La Svizzera garantisce che l’individuo è libero di rompere i suoi rapporti sociali come meglio crede e lo si può persino aiutare in questa libertà: l’aiutante non è responsabile se qualcuno soffrirà a causa della morte del suo assistito.
La Svizzera è laica e anche in questo caso si vede in modo lampante: si tratta di garantire che i rapporti sociali, e la loro interruzione, siano effettivamente nelle mani del singolo essere umano, e non altrove.
 
 
L’accompagnamento al suicidio come momento umanissimo
Nessuno osi affermare che io sono un tifoso del suicidio o che io pensi che sia una bella cosa: non vi azzardate! Ognuno di noi ha le sue esperienze umane sul tema e ognuno di noi può essere segnato dai drammi della vita.
Quello che vi chiedo è considerare l’ipotesi che accompagnare al suicidio sia un momento umanissimo. Le associazioni come Exit fanno un lavoro di accompagnamento e lo spiegano in vari documentari sulla loro attività. L’obiettivo non è che una persona si uccida, l’obiettivo è che se la persona sul serio vuole chiudere la sua vita anzitempo, allora lo possa fare con più serenità e seguendo un percorso completo e consapevole. Lo si sappia: non è raro che Exit sospenda l'accompagnamento e che non ritenga ci siano le condizioni per arrivare ad un suicidio accompagnato. È un discorso difficile, che anche le associazioni di aiuto al suicidio rielaborano costantemente.
L'accompagnamento può durare anni, è un percorso che coinvolge anche una comunità, sia essa famigliare o amicale. È dialogo con degli accompagnatori che soffrono molto assieme all'utente e che dopo averlo fatto devono prendersi delle importanti pause. Si tratta di cultura.
Lo ripeto: chiamare l’aiuto al suicidio "consumismo" travisa la realtà e denigra tanti operatori che solo all'apparenza sono operatori della morte. In realtà sono operatori della vita, e della sua conclusione. Cerchiamo di nuovo di astrarre e vedremo che non è un lavoro così dissimile da quello del telefono amico, che altrettanto sostengo: si tratta di elaborare umanità.
In Italia purtroppo la vita è di dio, punto. Non capiscono che l’aiuto al suicidio è cultura, che si tratta di uno strumento di consapevolezza sociale. Sovrappongono questioni di potere (quello della Chiesa sulla politica) e negano tutta una porzione di umanità. E favoriscono il turismo della morte, che è una necessità, ma sicuramente non un momento culturale desiderabile.
 
 
L’ultimo, grande problema: i diritti e la pratica per i tetraplegici
Di fronte alla complessità del tema, dobbiamo porre un'altra scomoda verità, un terzo assioma: un paraplegico non può semplicemente decidere di suicidarsi come un deambulante. Non può nemmeno imbottirsi di barbiturici come succede nei film.
È sul suo letto, e lo si obbliga a vivere. Mentre a noi deambulanti nessuno, lo ripeto: nessuno, può obbligarci a vivere. Noi, nella nostra angoscia, abbiamo sempre il diritto (naturale?) di provare a suicidarci. E al massimo non ci riusciamo. Non suona allora inumano il non-garantire ad un tetraplegico di provare a suicidarsi? Ci si dimentica che ol suo corpo non risponde più alla sua volontà.
Proprio là entra in campo l’umanità, ovvero l’amicizia, quella più profonda, quella che ci rende parte stessa del nostro amico. Vietare l’aiuto al suicidio è mettere in discussione la nostra volontà di esserci fino in fondo come amici, anche di fronte alla richiesta più estrema.
Negare al paraplegico per via legale quello che chiunque di noi può fare, ovvero cercare un luogo per porre fine ai suoi giorni, è atroce. Un’imposizione sadica che aggrava una condizione di una difficoltà insuperabile. Guardatela da lontano: che senso ha l’idea che abbia più diritto di morire chi sta meglio rispetto a chi sta peggio?
 
Filippo Contarini
(ringrazio Giulia per la prima rilettura critica)