E se alla fine recuperasse?

E se alla fine recuperasse?

Novembre 02, 2020 - 21:53

Ci avviciniamo al 3 novembre. Mancano più o meno 24 ore, considerando il fuso orario, al voto per le presidenziali Usa 2020. A dipendenza dello Stato: sulla costa è domani a quest’ora gli elettori avranno espresso la loro preferenza, sulla costa ovest non lo avranno ancora fatto. In ogni caso a breve le bocche saranno ferme e sapremo chi guiderà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni: l’uscente, il repubblicano Donald Trump, o lo sfidante democratico Joe Biden? Difficile dirlo. I sondaggi (per quanto ci si possa fidare dei sondaggi visti i precedenti di quattro anni fa), dicono Biden. Il candidato democratico è stato in testa a partire dalla sua nomination, anche con un margine abbastanza netto, che però negli ultimi giorni parrebbe assottigliatosi (sempre secondo i sondaggi). Come noto il sistema elettorale statunitense da particolare importanza ad alcuni Stati, i cosiddetti “stati chiave”, visto che per molti Stati si dà per scontato se voteranno democratico o repubblicano. In ogni caso l’attesa è piuttosto breve.

Un’altra notevole incognita è cosa succederà dopo il voto e se e come cambierebbero gli Stati Uniti a seconda di chi vincerà. Un’ulteriore possibile incognita è rappresentata dalla reazione degli americani alla sconfitta del loro candidato. Lo scorso settembre, sul Corriere della Sera, il già segretario del Partito democratico (quello italiano), Walter Veltroni, esternava, dopo il primo confronto televisivo fra Trump e Biden, una previsione invero poco rassicurante, in particolare riguardo alle reazioni dei sostenitori di Trump ad una sua sconfitta. Vedremo, fra poche ore, se andrà come prevedeva Veltroni.

30 settembre 2020

 

È stato infuocato il dibattito andato in scena negli Usa, il primo confronto televisivo fra il presidente uscente Donald Trump e il contendente democratico Joe Biden. Diversi commentatori l’hanno definito il peggior dibattito televisivo presidenziale di sempre. Non sono mancati fra l’altro diversi insulti fra i due contendenti. "Tutti sanno che il presidente Donald Trump è un bugiardo e un clown”, ha detto Biden. "Non c'è nulla di intelligente in te, ti sei diplomato come ultimo della classe”, è stata la risposta di Trump giunta poco dopo. Un dibattito sicuramente nervoso, in cui Trump ha sfoggiato la sua consueta retorica e Biden non è sembrato in grado, o intenzionato, a contenere l’avversario. In realtà il sondaggio condotto dalla Cnn indica che per 6 americani su 10 è Biden ad aver vinto il confronto, mentre solo il 28% ritiene che abbia vinto il presidente, anche se i sondaggi vanno presi con le pinze. La performance televisiva, che ha trattato numerosi temi, da quello della nomina alla corte suprema di Amy Coney Barrett da parte di Trump, alla gestione della pandemia di covid,  fino al recente inchiesta del New York Times sulle tasse (non) pagate da Trump, sembra insomma aver avuto più i toni e i contenuti di una confronto “da bar” che di un dibattito presidenziale.

Fra i molti che hanno commentato il primo dibattito presidenziale per le presidenziali Usa del 3 novembre, vi è anche in Italia l’ex direttore dell’Unità, nonché vicepremier di Romano Prodi dal 1996 al 1998, e sindaco di Roma, Walter Veltroni. Il suo commento si concentra in particolare sul momento finale dello scontro fra Biden e Trump. “La parte del dibattito tra Trump e Biden che deve interessare e preoccupare il mondo è quella finale”, scrive Veltroni in un articolo pubblicato sul Il Corriere della sera. “Per la prima volta nella storia americana un candidato, anzi un presidente uscente, esplicita prima del voto che non è affatto scontato che egli ne accetti l’esito. Tra non meglio precisate notizie di schede, ovviamente votate per Trump, trovate in un singolo cestino di un singolo stato e farfugliamenti su brogli già in corso, Trump ha in sostanza detto quello che, sulle pagine del Corriere, avevamo paventato settimane orsono: la possibilità di uno stallo del meccanismo elettorale fondamentale che regola la democrazia americana. La non concessione della vittoria sarebbe una novità assoluta nella storia più recente degli Usa. Una novità tragica. Perché avverrebbe in un clima di radicalizzazione estrema, di cui il dibattito è stato inquietante e desolante specchio. E avverrebbe nel cuore di una duplice crisi mondiale, dettata dalla pandemia e dalle sue devastanti conseguenze economiche e sociali. Se l’America andasse in stallo, se i sostenitori di Trump, ormai organizzati in milizie, dovessero scendere in campo per tutelare ad ogni costo il loro presidente, il mondo, a cominciare dai mercati, fibrillerebbe in modo pericoloso”.