E se gli youtuber cominciassero a recitare Medea? Per una critica al teatro moderno

E se gli youtuber cominciassero a recitare Medea? Per una critica al teatro moderno

Ottobre 28, 2019 - 08:58

Attrice – o youtuber?
L’altro giorno parlavo con una mia cugina romana. Studia come attrice teatrale, contemporaneamente laureandosi alla facoltà di lettere. Sorriso smagliante, capacità interpretative brillanti, intellettualmente frizzante. Coltiva un certo pessimismo cosmico di fondo, caratteristica famigliare inossidabile. Mi spiegava che è bravissima anche a fare facciacce in una telecamera, a sparare cazzate a raffica, a far passare il tempo divertendo senza esprimere nemmeno un contenuto. Ma non vuole fare la youtuber, anzi: guarda il fenomeno un po’ dall’alto al basso. Insomma, dice, a teatro già incontra chi non conosce Medea e si indigna. Youtube in confronto è un inno all’ignoranza.
Poi c’è la dura realtà: ho sentito spesso i giovani, ma non solo loro, sostenere che a teatro ormai ci vanno solo “i vecchi bavosi”. Non hanno ragione, chi come me il teatro lo sostiene a spada tratta sa quanta inventiva anche giovanile vi stia dentro. Ma, come spiega Luna in questo articolo di Repubblica, il film di Chiara Ferragni ha ottenuto ai botteghini “poco più di 50 mila persone di martedì, circa 500 mila euro di incassi, record per un film italiano nel 2019”. Da qui il bisogno di (auto)critica dei critici cinematografici: “Epperò forse sarebbe ora di levarci quell’aria di superiorità e provare a capire anche che succede fuori dal nostro giro. […] Avete provato a leggere la classifica di Spotify oggi? Quanti ne conoscete dei primi dieci?”, dice sempre Luna.
 
 
Fare autocritica d’élite in un mondo anti-elitario?
La domanda è immediata: può il mondo elitario (della critica, del teatro, dell’università, del sapere in generale…) trovare chiavi di comprensione di un mondo non “suo”? Dal punto di vista dell’élite, siamo nel pieno di uno scontro fra élite e strafottenti. Sente messi sotto attacco i suoi (finti, e diciamolo!) valori di razionalità e equità. Dal punto di vista degli altri è lecito però chiedersi se si sia di fronte a uno scontro… Oppure se semplicemente la società stia cominciando a non dare più retta alle imposizioni culturali calate dall’alto. O forse, ipotesi più stimolante, stanno cambiando gli attori e i modi dell’élite, e quindi chi finora aveva il potere basato sul sapere ora se lo vede scivolare via. Ciaociao Medea.
Guardiamo i Sex Pistols: per sovvertire il mondo musicale mica usavano gli ukulele. Anzi: era tutto conforme a ciò che l’élite tecnologica stava mettendo a disposizione: chitarre elettriche, amplificatori, strumenti mediatici di massa, … Ora gli youtuber usano youtube come se fossero una Shakira qualsiasi, magari facendosi pure notare e entrando nelle logiche del consumo e della riproduzione mass-mediatica. Usano in sostanza gli strumenti digitali messi a disposizione da una nuova élite informatica. Strumenti che danno a tutti noi una nuova forma alla quotidianità.
Gli youtuber stanno quindi facendo avanguardia, nel senso che al livello tecnologico mass-mediatico dato, stanno esponendosi in un massimo di contemporaneità. Non invece nel senso inteso dal giudice della mitica performance di Nuela che cantava “Carote”. Non c’è nulla di avanguardistico in una canzoncina che avremmo potuto inventare agli scout attorno al fuoco. Di più: non c’è nulla di avanguardistico nel mettersi in mostra di fronte a un pubblico seduto in una sala e davanti alla televisione. L’avanguardia degli youtuber risiede invece proprio nei modi architettonici, sviluppatisi quasi “naturalmente”.
 
 
L’architettura ferma del teatro come edificio e la teatralità dell’individuo liberale
Flashback. Guardiamo il teatro come lo conosciamo oggi. Non intendo il teatro nei contenuti, né la messa in scena. Guardiamo il teatro come scatola architettonica: un insieme di persone ferme, che guarda chi si mette in scena davanti a loro. Tutto è previsto, calcolato. Non è teatro fieristico, non è teatro di strada. Il teatro (nel senso dell’edificio come contenitore!) popolare all’italiana, che diventa momento commerciale e non più espressione cortigiana, si trasformò in un luogo disciplinante. Poteva essere educativo o rivoluzionario, valeva comunque come luogo del passaggio di un messaggio. Nel Novecento venne dato addirittura più peso alle esigenze produttive dello spettacolo, togliendone a quelle dello spettatore.
Questa evoluzione teatrale seguì lo sviluppo della modernità occidentale. Con l’arrivo delle nuove idee illuministiche e l’abbandono di un certo paternalismo religioso, la società viene riconcepita come insieme di cittadini che si osservavano reciprocamente in uno spazio pubblico. Il momento teatrale individuale riproduceva quei cittadini nelle loro più svariate qualità, ri-personalizzandoli. Con la società tecnica infatti ogni cittadino diventava in grado di contenere in sé personalità plurime, si suddivide la realtà in discipline, si isola la bravura dalla moralità, dalle virtù, dalle angosce, dalla religiosità. Diventiamo tutti dei formidabili attori e il teatro si diverte ora a farci il verso. Mi immagino, ma dovrei approfondire la storia del teatro, che gli attori da persone che recitano personaggi diventino personaggi che recitano persone (e ben si coglie come la compattezza dell’operaio come elemento di “disturbo” di questa impostazione sociale polifonica).
 
 
La morte del teatro liberale grazie alle incursioni nell’intimità casalinga?
“Persona”, in etrusco voleva dire proprio “maschera”. Su questo tema c’è un interessante contributo di Zizek. Il teatro professionista riproduce le maschere che la nostra società ci concede di indossare di situazione in situazione, di contatto comunicativo in contatto comunicativo: con la capa, con il fratello, con il prete, all’associazione di scacchisti, al club di scambisti. Ma dalla fine della prima metà del Novecento il dispositivo teatrale trovò nel cinema e poi nella televisione delle interessanti evoluzioni, dei “rivali”.  Il teatro non è certo morto! Ma come tanti dispositivi si “trascina” nella sua nuova contemporaneità, dove tempi e modi sono proposti (e imposti) secondo altri dispositivi.
Col cinema il palco venne sostituito dal grande schermo. Ma per gli spettatori le evoluzioni architettoniche sono poche: sono ancora inchiodati nel loro dispositivo statico, che hanno dovuto voler raggiungere. È quindi necessaria una comunicazione sociale che faccia alzare le dorate terga ai cittadini per farli andare alla sala a vedere il messaggio. Arriva la televisione. Architettonicamente il messaggio “entra” nelle case, le dorate terga rimangono sul divano. C’è ora la pretesa che una quantità indefinita di gente (tutti?) scopra i tempi della mimica facciale standardizzata dal piccolo schermo e che questo piaccia in modo debordante. “Allegria!”. Si tratta di una colossale opera di conformazione sociale dove lo spettatore e la spettatrice (la “massaia di Voghera”) sono aggrediti nella loro intimità famigliare. Si stira alla tele, si invitano amici a vedere la partita, si chiede all’amante “di venire a vedere un film assieme”. Architettonicamente “la tele” diventa un luogo casalingo. È la prima vera rinuncia alla dimensione pubblica del messaggio teatrale. 
 
 
Arriva internet: solo una tele in tasca?
La tele cambia il dispositivo architettonico soprattutto perché non c’è più nessuno che mi osserva mentre osservo (in un altro articolo mi dedicherò al tema dei nuovi schermi che riprendono chi li guarda…). E così pure il primo internet. Inizialmente tutti seduti al computer, era come una nuova tele guardata un po’ più da vicino. Il concetto che te la guardi in mutande non cambiava. Avevamo a malapena la WLAN, non avevamo gli smartphone, e quella era un’imitazione della tele. La PayPerWiev alla tele dava ancora molto di più. Se proprio proprio, i video li scaricavamo dai programmi P2P.
Vado a memoria: in Svizzera nel 2006 si cominciò ad avere la tele in tasca con il Nokia N92. Veniva pubblicizzato come nuovo modo per guardarsi i mondiali di calcio dove si voleva. Cambiò tutto: improvvisamente avevamo nei pantaloni (per i maschi; la maggior parte delle ragazze allora ancora non teneva il natel in tasca, come invece d’uso oggi, lo si usava molto di meno!) un dispositivo non solo elettronico, ma anche in grado di riportare tutto quel conformismo tipico della realtà televisiva. Contemporaneamente però quel dispositivo, in particolare con youtube, ampliava a dismisura la possibilità di vedere realtà “televisive” sul natel. Arrivavano però ora assieme a lei anche i video autoprodotti, si pensi al mitico Numa numa (ve lo ricordate il video del 2004 del vlogger americano che cantava in rumeno come un ossesso?). Improvvisamente non solo Pippo Baudo e Tom Cruise, su quello schermo c’era un altro cittadino! Cominciava un’era digitale nuova, molto, molto più ampia. 
Rimaniamo sulla questione che ho definito “architettonica”. Qui, nella conquista dell’intimità più recondita, l’aver messo il dispositivo teatral-televisivo nei pantaloni, sta la rivoluzione culturale che stiamo vivendo. Una rivoluzione che l’élite non sembra in grado di cogliere: se il messaggio e il messaggero ci accompagnano, noi non siamo più le stesse persone in questa cultura, perché le aspettative su mittente e destinatario cambiano.
 
 
Gli youtuber, allegra compagnia
Il teatro ha tempi lenti. Anche quando è recitato come un fiume rapidissimo, non permette allo spettatore di fare contemporaneamente anche altro. Mentre lo schermo ci permette di essere sempre rapidi users multitasking. Gli smartphone hanno slegato lo spettatore dal suo luogo, negano la sua staticità in quanto osservatore. Pure l’osservazione è cambiata: se è rimasta non-interattiva perché mediata da uno schermo che puoi solo guardare, comunque gli users possono costantemente cambiare applicazione o pagina online, eliminando quindi anche la staticità del rapporto tra comunicante e osservatore. 
In questa nuova dimensione spaziale, il “teatro di youtube” non può pretendere di essere disciplinante, ovvero non ti può far vedere “chi devi essere”. Ti fa piuttosto vedere “chi puoi essere”. Lo youtuber tiene compagnia ai suoi users. Di rilievo notare che così facendo, c’è un evidente impatto sulla società, che invece di conformarsi a ciò che gli viene mostrato, cerca di imitarlo. Il dispositivo sembra dare più libertà, ma la realtà è che il modello “Kim Kardashian” è molto più penetrante che quello di “Pippo Baudo”. 
Lo (ma anche la!) youtuber “vi segue” perché lo volete con voi, vi accompagna nella quotidianità perché sapete che “lui c’è” anche se lui non ha voglia di esserci. Perché è un amico che ha sempre qualcosa da raccontarvi, basta cliccare il link giusto. 
 
 
Gli youtuber sono il sonno della ragione o produzione di avanguardia culturale?
Pensare la società secondo schemi vecchi è facile, fin troppo facile. E intanto la realtà ti passa davanti, veloce come un treno. Siamo diventati la società “on-demand”, quello che vogliamo ce l’abbiamo. Per cui non si chiede alla youtuber di essere disciplinante, o rivoluzionaria, o artistica. O meglio: in ogni momento si chiede a youtube di darci la youtuber giusta per come ci sentiamo. 
E quindi non si dedicano due ore della nostra sera a un momento teatrale, fermi, concentrati, pronti a cogliere il messaggio. No, si chiede allo youtuber di stare con noi, di dedicarci un po’ di tempo. E così c’è lo youtuber emozionale, quello motivazionale, quello che c’è l’ha fatta, lo sfigato, ecc. Da personaggi che interpretano persone (gli attori teatrali moderni, indicati sopra) ci sono miriadi di possibili nostri alter-ego, persone che interpretano persone. Il tutto però senza portare con sé quell’incredibile imprevedibilità che può esserci incontrando persone reali, come p.e. ngli atrii dei teatri e dei cinema, nei bar, nei circoli, ecc.
Rimane fa chiedersi se ha senso che un’attrice si metta in gioco nella società “on-demand” o se sia culturalmente più rispettabile stare nella cerchia del teatro e della sua logica sì disciplinante, ma emancipatrice. Rispetto a un’attrice “normale”, la vlogger sta infatti condividendo, non sta disciplinando! 
 
 
È vera condivisione? 
La differenza fra disciplinare e condividere è colossale. Ma bisogna contestualizzarla, perché quel condividere della realtà virtuale non ha più niente a che vedere con il condividere della realtà materiale. Si sposta nei suoi significati, perché in realtà non si sta condividendo sul serio. Condividere nei rapporti immediati necessita di una relazione di reciprocità, con una retroazione consapevole dell’animo di chi prende sull’animo di chi dà. 
Quando la Ferragni “condivide” la sua vita in realtà sta costruendosi spettatori fittizi e usa statistiche per conoscere cosa è piaciuto. Non condivide con qualcuno, costruisce qualcuno per condividere con sé stessa. Il tric per le attrici contemporanee sta nel chiedersi se avrebbe senso costruire una Medea del Duemila, che usa quelle logiche perverse di condivisione (e delle aspettative riposte su quel condividere che non condivide) per creare nuovi momenti emancipatori.
Ci si può reinventare il modo di fare i vlogger, magari usando proprio lo spazio teatrale? Bisogna trovare anzitutto i modi per accompagnare. Bisogna accompagnare disturbando, invadere dolcemente, suggerire irritando. Sovvertire le logiche della condivisione “on-demand”. Soprattutto i giovani infatti non sono statici. Loro vivono un mondo di senso diverso dal passato, nemmeno sanno cosa fosse il condividere del passato. Hanno un altro futuro rispetto a quello che ci si immaginava ieri. Vivono con dispositivi diversi, mobili, che li accompagnano, con cui “condividono” le loro esperienze e di sicuro non si aspettano di “condividere sapere”, perché il sapere è già disponibile su internet.
E se provassimo a raccontare Medea anche ai giovani di oggi, cercando logiche dell’accompagnamento? Ci vogliono nuovi linguaggi e consapevolezza delle nuove architetture. A voi, a noi, il compito di reinventarle.
 
 
Filippo Contarini, Zurigo