Formazione, fiscalità, demografia, mercato del lavoro. Obbligo di residenza destinato a far dibattere

Formazione, fiscalità, demografia, mercato del lavoro. Obbligo di residenza destinato a far dibattere

Aprile 09, 2021 - 15:47
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Introdurre un obbligo di residenza per i frontalieri attivi nel settore pubblico e parapubblico? Una richiesta giunta con una mozione della granconsigliera leghista Sabrina Aldi solleva anche interrogativi che trascendono la questione frontalieri in sé. Abbiamo raccolto sull’argomento il parere di tre granconsiglieri: Ivo Durisch (PS), Matteo Pronzini (MPS) e Roberta Soldati (UDC). 

Obbligo di residenza in Ticino entro due anni per i frontalieri che trovano lavoro nel nostro Cantone? La proposta è stata lanciata dalla granconsigliera leghista Sabrina Aldi, che ha recentemente presentato una mozione sul tema. Si tratta di una proposta complementare alla richiesta, già avanzata in una precedente mozione, di blocco del rilascio dei permessi G (frontalieri). Il “no” ai frontalieri tout court, come noto raccoglie il sostegno solo della destra dello schieramento politico (Lega e Udc). La proposta dell’obbligo di residenza?

Nello specifico la mozione “ribadisce la richiesta di attuare un blocco sul rilascio di nuovi permessi G” e “qualora non fosse possibile reperire manodopera indigena, per il settore pubblico e parapubblico, e più in genere per tutti quei settori che ricevono finanziamenti pubblici, si chiede che venga introdotto l’obbligo di spostare il proprio domicilio in Ticino entro 2 anni dall’assunzione”.

Come ci ha spiegato la stessa granconsigliera Aldi in un’intervista (vedi qui) il senso della proposta va al di là del solo “primanostrismo” (che pur viene comunque ribadito). Vi sono altri aspetti in cui Aldi intravede dei vantaggi. Quello del calo demografico e dell’invecchiamento della popolazione, con cui il Ticino è confrontato. Portare i frontalieri che già lavorano in Ticino anche a risiedervi “presenta un vantaggio dal punto di vista del tasso di natalità” e  “per tutti quei costi collettivi che chi è residente contribuisce maggiormente a pagare”. Potrebbe anche essere, argomenta Aldi, una risposta all’alto tasso di sfitto presente in Ticino, oltre che contribuire rilanciare il mercato del lavoro, i consumi interni e “una misura di equità per la popolazione ticinese” (alla luce del minor costo della vita in Italia).

Una proposta che potrebbe trovare un sostegno maggiore (e magari maggioritario) nelle forze politiche ticinesi? Abbiamo fatto un primo giro di opinioni su questo tema, destinato sicuramente a far dibattere, partendo dagli “opposti” dello scacchiere politico: il granconsigliere e capogruppo socialista Ivo Durisch, il granconsigliere MPS Matteo Pronzini e la granconisgliera UDC Roberta Soldati.

Il primo, Ivo Durisch, riconosce che dal punto di vista del calo demografico ”sicuramente un problema c’è”. "C'è stata una forte diminuzione delle persone che dall'estero venivano in Ticino per lavorare, con l'intenzione di restarci assieme alla famiglia”, spiega Durisch. Ci ho è dovuto “alla diminuzione dei permessi B (permesso di dimora, ndr), con un conseguente aumento dei frontalieri, dato che comunque i posti di lavoro sono aumentati. La lettura che la diminuzione demografica del Cantone sia un problema è dunque secondo me corretta”, dice Durisch, che tuttavia diverge nella soluzione da applicare.  “La soluzione che io propongo è però un altra”, ci dichiara. “È una diminuzione iniziata con l'introduzione di misure a livello cantonale che hanno reso il Ticino molto meno ospitale per chi arriva dall’estero con l’intenzione di creare una struttura stabile”. Fra queste, elenca il granconsigliere, “i controlli ai permessi B, il periodo di attesa per ottenere gli assegni integrativi o di prima infanzia, il rischio di espulsione per i permessi B se si ha un problema economico”. Su questo secondo il granconsigliere si deve correggere il tiro: non con degli obblighi, ma “si deve rendere di nuovo il Ticino più ospitale”.

Non le manda a dire, come di consueto, il granconsigliere MPS Matteo Pronzini. "La Lega è talmente in difficoltà che non sa più che pesci pigliare”, ci dichiara. “Le politiche che hanno portato avanti in questi anni sono fallimentari. Non sono riusciti a concretizzare nulla, con una gestione peggiore di quella precedente. È evidente che questo tentativo di dividere i salariati fra buoni e cattivi non abbia senso”. Per Pronzini “le uniche possibili soluzioni per la tutela del mercato del lavoro sono quelle proposte da noi, ovvero delle verifiche per sapere esattamente cosa stia succedendo. Loro (la Lega, ndr) sono alla canna del gas". 

“Sicuramente è una proposta che condivido e sostengo”, ci dice la granconsigliera UDC Roberta Soldati, che ribadisce però che “si deve assolutamente applicare con maggiore rigore il principio di "Prima i nostri" nel settore pubblico e parapubblico, settore per cui sappiamo che è applicabile. Gia nel 2019 personalmente avevo depositato una mozione in cui chiedevo di fare una ‘fotografia’ del frontalierato nel settore pubblico e parapubblico e che il Consiglio di Stato realizzi un piano quinquennale volto ad agevolare l'assunzione dei lavoratori residenti”.

“Bisognerà anche valutare, ovviamente, l'applicabilità dal profilo legale di obbligare una persona a cambiare domicilio”, dice inoltre Soldati. “La Costituzione federale prevede per i cittadini svizzeri la libertà di prendere il domicilio dove preferiscono. C'è il rischio che ciò possa creare una disparità di trattamento in base l'accordo sulla libera circolazione. Un aspetto che però, come detto, bisognerà approfondire”.

Soldati intravede anche un altro aspetto da approfondire. A suo avviso un simile obbligo “dovrebbe essere fatto per dei profili lavorativi alti. Se il frontaliere con un reddito medio o basso viene obbligato a risiedere in Ticino, vale poco dal profilo contributivo, perché, con una famiglia e dei figli, beneficerebbe di una serie di deduzioni e magari anche di sussidi, come quelli della cassa malati. Si dovrebbe tenere questa asticella alta, dove c'è un ritorno dal profilo contributivo per il Ticino”.

Capitolo in un certo senso a parte è quello del personale sanitario. La scorsa primavera il tema della necessità di assumere dei frontalieri per il sistema sanitario era riemerso in relazione alla pandemia di covid, con 4100 frontalieri, sui circa 70’000 totali, attivi nel settore sanitario, di cui 668 solo presso l’EOC (Ente cantonale ospedaliero). Era infatti emerso il rischio che i frontalieri italiani attivi nella sanità ticinese venissero “precettati” per far fronte alla crisi sanitaria in Italia, cosa che avrebbe potuto creare gravi difficoltà al sistema sanitario in Ticino. Rischio poi fortunatamente sventato. Questo “nervo scoperto” dal punto di vista della tenuta del sistema sanitario, tuttavia, potenzialmente permane.

“Noi lo diciamo da molto tempo”, ci dichiara Pronzini. “Il Consiglio di Stato, Manuele Bertoli al DECS (Dipartimento educazione cultura e sport), ma anche i consiglieri di Stato che si sono succeduti al DSS (Dipartimento sanità e socialità), non hanno avuto la lungimiranza di capire che dobbiamo formare più personale nel settore sanitario”. “Il Ticino fa quello che in Svizzera si fa in tutti i settori: andare a prendere la manodopera formata all'estero, possibilmente pagandola il meno possibile”, ci dice il granconsigliere. “Nel settore sanitario bisogna dunque formare le persone, aumentare gli stipendi e migliorare le condizioni di lavoro, visto che è uno dei lavori più pesanti”. “Noi da tempo denunciamo che i salari sono fermi al palo”, prosegue il granconisgliere MPS. “Già dieci anni fa uno studio a livello nazionale indicava che mancava manodopera nel settore sanitario. Non si è mai fatto nulla, partendo da Patrizia Pesenti, poi Paolo Beltraminelli e oggi Raffaele De Rosa al DSS, come sul fronte della formazione per quanto compete al DECS”.

Sempre in merito al rischio precetto, ci dichiara il capogruppo socialista Ivo Durisch, “pur con degli sforzi, la situazione è stata gestita, in un caso che speriamo rimarrà un'eccezione. Gli sforzi che si stanno facendo sono secondo me la via corretta: aumentare il personale residente con una formazione sanitaria”. Anche qui, dice Durisch, “non vedo tanto bene la strada degli obblighi, ma piuttosto quella di un cambiamento culturale”.

Sempre in merito al settore sanitario, ci dichiara Roberta Soldati, "privilegerei in quest'ambito l'approccio di formare i nostri giovani e assicurargli che al momento in cui hanno completato la formazione possano trovare un posto di lavoro adeguato in Ticino. È questo il primo aspetto su cui dobbiamo puntare per il settore sanitario, anche alla luce di quanto ho detto prima in merito al beneficio contributivo per il Ticino in relazione al salario di chi dovrebbe portare la residenza in Ticino". Ad esempio, conclude la deputata UDC, "ci sono diverse persone in Ticino che, trovandosi in disoccupazione, provenienti ad esempio dal terziario e senza possibilità di reinserimento in questo settore, hanno fatto una riqualifica nel settore dell'aiuto alle cure, ma hanno trovato difficoltà nel reinserirsi nel mondo del lavoro nell'ambito sanitario”.