Gianfranco Helbling. Il Teatro Sociale guarda (anche) Oltralpe, perché "è giusto che il pubblico ticinese abbia il suo Max Frisch"

Gianfranco Helbling. Il Teatro Sociale guarda (anche) Oltralpe, perché "è giusto che il pubblico ticinese abbia il suo Max Frisch"

Settembre 25, 2019 - 17:17
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Ieri a Bellinzona è stata presentata la stagione '19-'20 del Teatro Sociale. Abbiamo intervistato il direttore del Teatro Sociale, Gianfranco Helbling, su quelli che saranno i punti centrali del prossimo anno di proposta teatrale.

Gianfranco Helbling, lei ha parlato dell'importanza del concetto di "teatro svizzero di lingua italiana" che volete concretizzare al Teatro Sociale, osservando come "i teatri ticinesi hanno spesso concentrato la loro attenzione quasi esclusivamente sull'appartenenza del nostro territorio alla cultura italiana". Cosa intende?
Credo che il teatro sia un arte che vive nel qui e ora, in un rapporto diretto con il pubblico. Se un teatro non sviluppa un rapporto diretto di dialogo con il proprio pubblico manca la sua missione. Non si può programmare un teatro di Bellinzona come si programmerebbe un teatro di Torino, di Milano, di Roma o di Palermo.
Negli anni in Ticino i teatri istituzionali spesso si erano limitati a prendere il meglio della produzione italiana, senza pensare ad uno specifico culturale ticinese. Esso non è solamente cultura italiana, che nessuno mette in discussione sia fondamentale per noi, ma deriva anche dall'appartenenza ad un comune spazio politico, economico ed identitario: la Svizzera, che ci determina in ampia misura. Alcuni dibattiti politici ci sono in Svizzera e non Italia, come pure certi dibattiti culturali. Saperli interpretare ed intercettare credo sia un lavoro fondamentale per un teatro svizzero che si trova in Ticino, dunque di lingua italiana.
 
 
La vostra è anche una scelta di differenziazione rispetto a quanto si fa ad esempio a Lugano, città più vicina all'Italia, che non Bellinzona, da sempre vicina, anche culturalmente, al resto della Svizzera?
Bellinzona, anche se non architettonicamente, socialmente è la più svizzera delle città ticinesi, anche solo per la storica presenza delle Regie federali: le ferrovie, la posta, le telecomunicazione, l'esercito. Esse hanno determinato in larga misura il modo di vivere e di pensare dei bellinzonesi, che sono più orientati a nord delle Alpi che non a Milano, quando guardano a un territorio fuori dai confini ticinesi.
 
 
Come si articola questo concetto nella vostra programmazione?
Innanzitutto con le nostre produzioni, che ci permettono di portare in scena artisti e registi del territorio ticinese. Poi accogliendo spettacoli provenienti dal resto della Svizzera: spettacoli come "Phèdre!" o "La visita della vecchia Signora", di una autore come Friedrich Dürrenmatt, che in Italia non si trova più sulle scene, mentre nella Svizzera tedesca è costantemente rappresentato. Anche in Ticino ha un enorme successo: è una lettura obbligatoria nelle scuole e quindi ogni volta che lo mettiamo in cartellone riempiamo il teatro. Lo stesso esempio vale per "Olocene" di Max Frisch, che da anni non viene più rappresentato in Italia, mentre è costantemente presente nei cartelloni della Germania, dell'Austria e della Svizzera. Simamo un teatro ticinese, se non li presentiamo noi in lingua italiana, non lo fa nessun altro ed è giusto che il pubblico ticinese abbia il suo Max Frisch.
 
 
Passiamo alla rassegna "Love Me Gender", incentrata sul tema dei rapporti fra i sessi, delle lotte contro la discriminazione sessuale e della ridefinizione delle identità di genere. Una scelta dettata dall'attualità?
Di per sé non mi piacciono le rassegne tematiche: vi è il rischio di privilegiare il tema alla qualità artistica ed espressiva dello spettacolo. Noi scegliamo gli spettacoli perché hanno un valore artistico e formale.
Lavorando all'allestimento della stagione ci siamo però resi conto che tantissimi spettacoli potevano rientrare in questo comune cappello. Il teatro in fondo è un sismografo della società: registra quello che succede, i sommovimenti, ciò che agita la mente delle persone e lo rappresenta in scena. È sempre stato così, fin dall'antica Grecia. Questo imporsi all'attenzione, dall'Italia alla Svizzera, fino al Ticino, di questo tema, ci ha fatto capire che è un tema fortemente presente e centrale nel dibattito pubblico. Un tema che non si limita alla questione della discriminazione sessuale fra uomo e donna, ma lo ampia a 360 gradi sulle questioni di genere.
 
 
Questa stagione del Teatro Sociale vedrà l'arrivo di una nuova sede, quella del Teatro di Giubiasco in via di realizzazione. Come si inserirà questo nuovo spazio nella vostra proposta?
In questa stagione sarà una presenza marginale: l'ultimo spettacolo della stagione aprirà il nuovo Teatro di Giubiasco e fungerà da collaudo per la struttura.
In futuro la nostra idea non è quella di programmare di più, ma meglio. Oggi tanti spettacoli faticano un po' al Teatro Sociale rispetto al tipo di pubblico a cui si rivolgono. Penso al pubblico giovanile, che forse fatica un po' ad entrare in uno spazio apparentemente più formale come il Teatro Sociale. Vi sono spettacoli che su un palcoscenico con quarta parete fanno più fatica ad arrivare al pubblico e hanno bisogno di un diverso rapporto con esso. Altri spettacoli hanno bisogno di spazi più raccolti. Nel nuovo teatro di Giubiasco si potrà lavorare meglio con lo spazio.
Distribuiremo dunque meglio le nostre proposte fra Bellinzona e Giubiasco, con l'idea però che il Teatro Sociale rimarrà il palco principale, destinato agli appuntamenti principali. Quello che si potrà fare meglio a Giubiasco lo faremo invece nel nuovo teatro.