Giovanni Pedrazzini. Big data e nuove frontiere della medicina. “Si potranno ridurre i costi, ma per la privacy servono paletti chiari”

Giovanni Pedrazzini. Big data e nuove frontiere della medicina. “Si potranno ridurre i costi, ma per la privacy servono paletti chiari”

Dicembre 04, 2019 - 20:30
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Il professor Giovanni Pedrazzini, co-primario del Servizio di cardiologia e cardiologia interventistica del Cardiocentro, era ospite lo scorso mercoledì del "Club dei mille" del Ppd, in una conferenza in cui ha parlato delle nuove prospettive della cardiologia e della medicina, in particolare rispetto all'integrazione delle discipline mediche con le nuove tecnologie (vedi qui). Un'integrazione che promette di apportare grandi benefici in termini medici, ma che, soprattutto sul piano filosofico e della coscienza, pone anche delle sfide.
Abbiamo intervistato, al termine delle conferenza di mercoledì, Giovanni Pedrazzini. 

 

Giovanni Pedrazzini, negli ultimi anni l'incidenza delle morti dovute a problemi cardiologici ha conosciuto un costante calo. L'obiettivo di arrivare a un livello di mortalità vicino allo zero è realistico? Quanto rimane ancora da fare?
A zero non si può arrivare. Aumentando la speranza di vita aumenta anche la mortalità in certe fasce d'età, che prima non esistevano. La mortalità cardiovascolare è diminuita globalmente, perché le persone muoiono meno nella fascia dai 50 ai 70 anni per problemi cardiaci, ma continuano a morire nella fascia oltre i 70 anni. 
Gli sforzi per ridurre il carico delle malattie cardiovascolari non sono finiti. Queste malattie rimangono la causa principale di mortalità nei paesi avanzati. Le morti cardiovascolari da sole sono più frequenti di tutte le altre morti, in particolare di quelle dovute ai tumori. 
 
Nella sua conferenza ha esposto come sempre più discipline, oltre a quella prettamente medica, si sono inserite nel processo sanitario (ingegneria, informatica, analisi dei big data, ...). Si va verso una sanità in cui il medico rappresenta solo uno degli attori?
Una volta il medico era una figura singola che curava il paziente e che viveva in un mondo di medici. Oggi è cambiato tutto l'approccio. Il medico in tante discipline è parte di un gruppo, che può essere composto da altre figure mediche, ma anche da ingegneri, ad esempio nell'ambito dei pace-maker, o di programmatori.  È una rete molto più larga di collaborazioni che aumenta esponenzialmente le capacità di aprire nuovi fronti della medicina moderna. La medicina è l'ambito che più di ogni altro sta beneficiando di questa convergenza delle conoscenze, ma vediamo questa tendenza globalmente negli altri ambiti scientifici moderni. 
 
Anche per quanto riguarda i medici la sostituzione del lavoro umano con la macchina è una problematica reale. Ad esempio nel campo della radiologia oggi la lettura delle "lastre" fatta dalle macchine è più accurata di quella fatta dall'occhio umano. Le macchine e  l'intelligenza artificiale "manderanno in pensione" anche i medici?
Non credo che la figura del medico scomparirà, a condizione che il medico sia capace di adeguarsi al mondo che sta evolvendo. I progressi ci sono e ci saranno. I medici possono solo cercare di riorientarsi e vedere una nuova funzione, che secondo me resta quella della vicinanza al paziente. C'è sempre un rapporto umano fra il medico e il paziente, fra chi deve essere curato e chi deve curare. È chiaro che la macchina in termini di capacità diagnostiche e in termini di analisi dei dati arriverà probabilmente ad essere più potente, più performante e più affidabile dell'uomo. L’essere umano quando fa una diagnosi differenziale ha un certo grado di imperfezione. La macchina lo abolirà, perché toglie l'emotività. L'emotività non va però tolta dal rapporto con le persone. 
 
 
L'atout del medico in futuro diventerà sempre di più incentrato sulla sua capacità nel rapporto umano?
Il medico deve restare al suo posto e difendere la sua posizione di interlocutore privilegiato con il paziente, avendo però alle spalle una serie di potenti risorse, che gli permetteranno di curare meglio il paziente. 
 
 
Le nuove tecnologie permetteranno anche di incidere sui costi della salute?
Credo sia verosimile lo scenario in cui l'intelligenza artificiale e l'elaborazione dei big data permetteranno delle previsioni e delle personalizzazioni (la cosiddetta medicina personalizzata) che definiranno cure appropriate, permettendo di ridurre i costi: determinati farmaci verrano dati solo in determinati contesti, si definiranno meglio le indicazioni per certe procedure. Per tutto quanto riguarda la parte diagnostica, credo che potrà esserci, con questo supporto globale fornito dai big data e dell'intelligenza artificiale, un'economizzazione dei costi. 
 
 
Il tema dei big data porta con sé anche il tema della privacy e di chi controlla e dispone di questi dati. Ha fatto molto discutere recentemente quanto riportato da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui il gigante della tecnologia Google avrebbe raccolto i dati sanitari di milioni di pazienti statunitensi (a loro insaputa). 
Che misure vanno introdotte a tutela della privacy?
Il problema c'è ed è importante che non solo il medico si renda conto di quanto sta succedendo intorno a lui, ma tutta la società, compreso il legislatore. Si devono creare dei confini chiari per evitare che succeda quanto è accaduto in America. Dunque che vengano definite delle regole chiarissime per un'anonimizzazione corretta e non tracciabile dei dati. Immagino che su questo siano già al lavoro. 
È chiaro che se questa acquisizione di dati viene fatta senza delle regole il rischio è che dentro questi dati finiscano i nominativi di migliaia di persone. La macchina si metterà in moto comunque, ma prima che sia troppo tardi si dovrà definire delle condizioni chiarissime, per evitare dei disastri sulla privacy.
 
 
Il tempo dunque stringe?
Il tempo stringe, ma già oggi la nuova legge svizzera sulla ricerca stabilisce nell'ambito degli studi in che maniera devono essere raccolti i dati sperimentali dei pazienti. Già oggi sappiamo cosa va fatto per anonimizzare in maniera affidabile i dati. Lo si dovrà fare allo stesso modo quando si acquisiranno queste banche dati di informazioni genetiche, biologiche o demografiche delle persone. 
 
 
 
Lei è co-primario del Cardiocentro, che è uscito dalla "travagliata" fase dell'integrazione con l'Eoc. Oggi la situazione è giunta a una risoluzione. Come vede le opportunità in futuro di questa struttura?
Lo vedo positivamente. Credo si sia trovato un accordo che rispetti l'identità del Cardiocentro. Credo sia importante che l'Ente ospedaliero si renda conto, e si è reso conto, che il Cardiocentro ha una forte identità e che è nell'interesse di tutti poterla mantenere, visto che permette di avere dei fronti di cura e di ricerca allargati e squadre di persone competenti. C'è una reciproca comprensione e la volontà reciproca di costruire insieme un futuro in difesa delle forti identità mediche in Ticino.