Giustizia nelle mani del caso: dalla padella alla brace?

Giustizia nelle mani del caso: dalla padella alla brace?

Agosto 10, 2020 - 17:15

Sia in Svizzera, che in Italia, si discute di proposte che vorrebbero togliere le “mani” della politica dal sistema giudiziario, affidandosi al sorteggio. Una soluzione che presenta delle incognite e un campanello d’allarme...

C’è un fenomeno interessante che sta coinvolgendo la magistratura italiana e quella svizzera, ed è legato al caso. Sì, il caso, la fortuna, la chance, il culo, chiamatelo come volete. Ciò che più interessa è che la stessa soluzione tocca due storie opposte fra loro, per cui vale la pena parlarne brevemente.

In Svizzera il caso è la chiave di volta della famosa iniziativa popolare “Per la designazione dei giudici federali mediante sorteggio (Iniziativa sulla giustizia)”. Gli iniziativisti propongono che i giudici del Tribunale federale siano scelti a casaccio. Completamente a casaccio? No: il Consiglio federale dovrebbe creare una super-commissione di esperti, questa avrebbe il compito di costruire un’ampia lista di persone altamente qualificate per svolgere il ruolo di giudice federale. Poi si estrarrebbero a sorte i giudici federali, che sarebbero eletti “per sempre”, ma comunque solo fino ai 70 anni. L’obiettivo è eliminare l’origine partitica dei giudici. Qui il testo dell’iniziativa: https://www.bk.admin.ch/ch/i/pore/vi/vis486t.html

In Italia invece il ministro della giustizia “grillino” Bonafede ha proposto proprio in questi giorni che il Consiglio superiore della magistratura sia dominato da criteri di nomina casuali. Come spiega Repubblica, “nuova legge elettorale, doppio turno, obbligo di liste con almeno 10 concorrenti, la scure di sorteggiarne altri se non si raggiunge la quota […] Il vice presidente non avrà più il potere di scegliere i componenti delle singole commissioni. Saranno sorteggiati. Sarà il caso a decidere chi dovrà far parte delle due commissioni strategiche, la prima, che può decidere di allontanare una toga dalla sua sede. La quinta che può scegliere i capi degli uffici. […] la legge toglie ogni discrezionalità nella scelta dei futuri capi degli uffici giudiziari”. L’obiettivo è eliminare le cosiddette “correnti”. Era stato nientemento che Armando Spataro, il 24 maggio scorso, a chiedere che venisse introdotto il sorteggio come soluzione al bordello italiano.

Come dicevo, lo shock di questa situazione è che viene proposto lo stesso strumento atavico, il sorteggio, per risolvere due situazioni che non potrebbero essere più distanti da loro.

In Svizzera il “problema” a cui molti cercano di proporre soluzioni è che la Magistratura sarebbe troppo politicizzata. A partire da Dick Marty, che da sempre chiede un Consiglio della magistratura “all’italiana”, tantissimi attori della giustizia non approvano che siano i parlamenti a eleggere i giudici, secondo rigidissime chiavi di riparto politiche. I partiti in realtà non sembrano particolarmente interessati ad avere giudici che giudicano “in base al colore politico”, ma hanno molto bisogno della tassa che i giudici gli pagano indietro quando vengono eletti (una percentuale del salario). Come tutti sanno, si tratta di una forma di finanziamento pubblico indiretto ai partiti: ministri, parlamentari, alti funzionari e giudici in Svizzera pagano una quota del loro redditto per sostenere le campagne elettorali e i referendum. La novità, che ha fatto “chiudere a riccio” la corporazione dei giudici e intervenire i professori di mezza Svizzera, è che a partire dagli anni ’90 (ovvero dalla famosa sentenza del crocifisso di Cadro) molti partiti hanno cominciato ad aggredire pubblicamente i giudici federali. Ora è l’UDC che fa il tiro al piccione. Si tratta di propaganda politica. Ma il diritto, che già stava cercando di diventare un sistema più tecnico, si è spaventato e ha cominciato a dire di volere giudici che vengano eletti solo per le “loro qualità” (qualsiasi cosa voglia dire questa frase). Visto che il sistema politico non ha voluto “depoliticizzare” l’elezione dei giudici, ecco allora un gruppo di privati cittadini, effettivamente indipendente dalla politica, fare questa iniziativa popolare. L’idea: se la politica non riesce a decidersi e se il sistema giudiziario non è abbastanza forte, allora scelga il caso.

Andiamo in Italia. Qui la situazione è proprio quella che chiede Dick Marty e che conosciamo bene: da decenni il sistema giudiziario italiano è autonomo, ha una forma di autogoverno, dominato dal CSM. Negli anni ci sono state discussioni sui modi di dare forma alle “carriere” interne, togliendo alcuni automatismi e inserendone altri (p.e. sul salario, ecc.). In Italia si diventa giudici in base ai concorsi e la politica non ha nulla, ma proprio nulla da dire. In Svizzera un sacco di giuristi guardano quel sistema coi lucciconi negli occhi, un po’ come nei cartoni animati giapponesi. Ebbene – ma stupisce chi si stupisce – ora ha svaccato anche il sistema italiano, di brutto! Il motivo è che nell’organizzazione dei giudici si sono sviluppate le cosiddette “correnti”, ovvero una sorta di partitocrazia strutturata interna alla stessa Magistratura. Essa non corrisponde alle posizioni politiche “fuori”, ma ha dei criteri tutti suoi di discutere su cosa debba fare e come debba essere un giudice per essere un “bravo giudice”. Il cosiddetto “correntismo” ha portato a spartirsi i posti di “potere” all’interno al CSM e quindi nelle commissioni che decidono chi viene spostato dove in Italia, chi viene punito secondo i codici di disciplina interni, eccetera. Per anni e anni la magistratura ha usato Berlusconi come foglia di fico, che attaccava i giudici definendoli forfettariamente “toghe rosse”. Finito quel periodo, arrivati al potere i giustizialisti (Movimento 5 stelle) ecco che la Magistratura è rimasta senza copertina, tutti hanno guardato cosa succedeva “dentro” ed è scoppiato il bubbone Palamara. Certo, da un lato possiamo pensare che sia colpa di Renzi, che ha l’incredibile capacità di essere come un Re Mida al contrario (la vicinanza fra Lotti e Palamara ha condannato l’uno e l’altro). Dall’altro però, considerando le reazioni dei giudici lette in questi mesi, il problema è serio e tutti sanno all’interno che Palamara è solo la punta dell’iceberg dell’umanissima volontà di accumulare potere internamente a un’organizzazione. Anche qui la soluzione è allora affidarsi al caso come panacea di tutti i mali.

Ricapitoliamo: in Svizzera si ricorre al caso, perché non abbiamo il bellissimo sistema che c’è in Italia. In Italia il sistema ha mostrato di non essere poi così meglio di quello svizzero, per cui ricorrono al caso. Ragioniamo bene su cosa è, allora, questo sorteggio a caso.

Il sorteggio è uno stop comunicativo. È una convergenza di osservazioni. È un momento procedurale in cui tutti sono d’accordo di fermarsi e guardare nella stessa direzione, in silenzio, sapendo che tutti accetteranno il responso dell’oracolo. Tutti sono d’accordo che tutti saranno d’accordo, insomma, a prescindere di cosa ci sia dentro il responso. È la proceduralizzazione estrema, dove il futuro è talmente importante per tutti che non conta più nulla. Non c’è Giustizia nel caso, eppure tutti consideriamo la scelta casuale la forma maggiore di Giustizia. È un fenomeno molto particolare della nostra società, che funziona per risolvere – solo in superficie – una quantità di situazioni insperate. Marco Romano, ad esempio, è stato mandato in Consiglio Nazionale “a caso” (e qua non parlo dei suoi elettori, che nel 2011 evidentemente sì hanno messo la crocetta a casaccio… invece che sul mio nome! Ma parlo piuttosto di quando Borradori – nella simpatica veste di bambino innocente, ma tu guarda che film dell’assurdo – estrasse Romano al posto di Duca Widmer, visto che avevano incredibilmente ottenuto lo stesso numero di voti). Anche guardando la Storia svizzera scopriamo che Jakob Dubs, uno dei padri della nostra democrazia, era un sostenitore del sorteggio a ogni costo. E che dire delle giurie popolari, che sono la quintessenza del ruolo del caso nel giudizio dei tribunali?

Il sorteggio come “soluzione insperata” è in realtà un campanello d’allarme e non certo una soluzione (si noti la differenza della mia posizione da quella di Nenad Stojanovic, che invece propone il caso in politica come soluzione, e che spero avrà voglia di dire il suo punto di vista sulla questione). Il suo non-permettere-più-di-parlare rompe il concetto moderno che ogni decisione si basa su sé stessa e che proprio perché si può sempre parlare si creano circoli autoreferenziali di fiducia (dal greco pistis, come ricorda il filosofo Agamben) basati sulla lotta sul campo dei parlanti (come diceva invece il sociologo Bourdieau).

Quello che stiamo osservando, nel tramonto della società occidentale, è che ormai le lotte di campo basate sulle discussioni infinte hanno stufato un po’ tutti. Purtroppo. La costruzione di fiducia si costruisce ormai con le soluzioni fatte e finite, con l’efficacia e con l’uguaglianza totale. Il computer le incarna totalmente. È una via percorribile del nostro tempo, certo. Ma attenzione, si facciano i conti sui modi che la società ha di interpretare il ruolo delle persone avvolte dal privilegio di essere state scelte dal caso. Con il sorteggio la procedura porta alla decisione biforcuta, un po’ come nelle ordalie medievali. E se fra i giovani ambientalisti è proprio così che funziona (ovvero che loro accettano che si sia “tutti uguali” e che il caso scelga “chi fa da voce al movimento”), è anche vero che nelle democrazie mature non c’è il mandato imperativo e non c’è una morale totale che guidi l’azione di governo. Gli ambientalisti hanno la loro Greta, ma la società non ha più il suo dio. Se nella futurizzazione dell’ambientalismo c’è una componente religiosa, dove sta nel resto della società, se non nella fiducia data dalle discussioni ricorsive?

Qui sta il problema di inserire il sorteggio come paradigma dominante in un sistema basato sulla ri-performazione del discorso di legittimazione del potere. Noi ci fidiamo del potere perché continuiamo a chiederci se quella persona era giusta in quel ruolo. Prendiamo il caso di Beltraminelli. Lui non ha perso il potere perché il suo Bernasconi ha fatto casino. Lui lo ha perso perché ha detto che “non ha avuto il guizzo”. E come fai a fidarti di un politico che non ha il guizzo? Ecco, la stessa cosa conta anche nella magistratura: scegliere qualcuno a un posto dirigenziale significa anche sapere da chi è sostenuto e che tipo di “guizzi” sa fare. I “guizzi” sono centrali per la costruzione della fiducia, questa la mia idea. Ho ora paura che siamo tutti abituati all’efficienza delle macchine. E quindi ci piace il loro modo di approcciarsi al mondo. E quindi ci piacciono i giuristi iper-tecnici, che uno vale l’altro, che non hanno “guizzi”.

Qua insomma non siamo di fronte al principio di ugaglianza, ma a un ugalitarismo senza principi. Ma l’Umano non funziona come la macchina, non siamo tutti sul serio uguali. Capisco il bisogno di chiamare al caso, al sorteggio, come rottura di un paradigma dominante. Ma mi sembra che per implementare queste ipotesi manchi ancora qualcosa a livello teorico. Si usa il caso solo come momento di rottura, e poi “ si vedrà”.

Il rischio è di cadere dalla padella alla brace senza aver nemmeno cercato di capire come mai il sistema così come funziona oggi veramente non dovrebbe andar bene.

 

Filippo Contarini