I delitti razzisti americani e il problema della prova video digitale

I delitti razzisti americani e il problema della prova video digitale

Giugno 21, 2020 - 18:31

Il ruolo dei video e dei mezzi tecnologici sta cambiando le aspettative riposte dalla comunità sul diritto. Il caso dei delitti razzisti negli Usa e il compito della politica, degli intellettuali e degli attivisti.

Oggi vorrei discutere un po’ più da vicino i due video in cui si riprendono le morti in America di George Floyd e Rayshard Brooks, uomini di colore uccisi da poliziotti bianchi. Vorrei andare oltre l’attivismo per i diritti di chi è discriminato e ragionare anche sull’evoluzione tecnologica letteralmente di fronte ai nostri occhi.

Nel film “Gang of New York” si assiste a confronti fra bande rivali basate sull’origine etnica. I conigli morti, la gang di Leonardo Di Caprio, è irlandese e si scontra con la gang del macellaio, i nativi (non nel senso di “indiani” d’America, ma nel senso di non-irlandesi e non-cattolici). Proprio nel mezzo della battaglia finale, tutto viene interrotto e distrutto dalla guerra civile americana. Ciò che colpisce è la differenza tecnologica dei due conflitti. Da un lato le bande rivali che si confrontano con coltelli e mazze, dall’altro gli eserciti che si confrontano con macchine a vapore, fucili e cannoni. Martin Scorsese con questo finale vuole indicarci un dettaglio importante: ovvero che la Storia può sommergere il lessico e i motivi di un conflitto.

Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni riguardo la posizione sociale delle persone di colore in America va ora analizzato anche al di fuori dei margini discorsivi che effettivamente segnano il conflitto in campo. L’intellettuale è colui o colei che sì prende posizione nel conflitto attraverso ragionamenti complessi, ma che pure sa cambiare piano di osservazione, guardando non solo i valori in campo, ma anche il contesto di costruzione di quei valori e il loro sviluppo.

Lo scorso 25 maggio 2020 abbiamo visto su internet il video con cui un poliziotto bianco di Minneapolis (Minnesota), Derek Michael Chauvin, soffocava un uomo di colore, George Floyd. I due si conoscevano, avevano fatto i buttafuori assieme. L’omicidio è crudo, l’uomo armato che sovrasta l’uomo disarmato colpevole, a quanto pare, a malapena di una contravvenzione. Per noi scene non solo disumane, ma proprio incomprensibili. Pochi giorni fa, il 12 giugno 2020, scene identicamente assurde in cui di nuovo un poliziotto bianco, Garrett Rolfe, uccide un uomo di colore, Rayshard Brooks. Lo stava controllando, era ubriaco per strada. Questi si divincola, ruba il teaser al poliziotto, scappa via e lui gli spara alla schiena. Di nuovo la scena è incomprensibile nelle sue sfaccettature culturali. Come diamine fai e pensare di sparargli così?! Va però detto che chi conosce l’America ci  parla di una società (bianca) definitivamente violenta, dove tutto gira attorno alle armi individuali (vedi p.e. l’interessante libro di Francesco Costa “Questa è l’America”, Mondadori 2020). Di più, il presidente attuale è stato eletto grazie anzitutto al sostegno delle aziende che vendono armi. Insomma, bisogna stupirsi di chi si stupisce (io, ad esempio…).

Entrambi i crimini contengono in sé dei dettagli che in un processo penale sarebbero rilevanti per la determinazione della colpa, e quindi della pena. Il fatto che il poliziotto conoscesse George Floyd rende l’omicidio in realtà più grave che non solo l’omicidio colposo o anche “preterintenzionale” (come si dice in Italia con l’aggravante dei  motivi razziali. Si potrebbe pensare ad un assassinio. L’omicidio di Brooks è invece un omicidio più simile ad altri in una società violenta dove le armi inquinano qualsiasi rapporto umano. Entrambe queste particolarità sarebbero utilizzate, evidentemente, da giuristi e giuriste in un processo penale.

Ciò su cui vorrei concentrarmi sono i video che senza dubbio verranno usati come prove al processo. La società digitale, con la sua capacità di mobilizzare l’immagine, di renderla rapidamente trasmissibile, di renderla ubiquitaria e senza tempo, di renderla immediata, ci fa vivere un nuovo rapporto con la realtà. Lo schermo che trasmette un video ci fa sembrare di essere tutti qui e ora. Si tratta di un nuovo romanticismo digitale che non ha più nulla a che fare con la costruzione di senso del nostro convivere in occidente, segnato dai grandi pensatori illuministi della fine del Settecento.

La prova nel processo penale nella modernità illuminata è una prova instabile. Prima c’erano invece prove stabili. C’era l’obbligo di avere dei testimoni che giurassero, c’era l’obbligo di avere documenti certificati, se del caso era necessaria la confessione del criminale (e la tortura faceva parte degli strumenti per garantire l’espressione di questa confessione probatoria). L’illuminismo ha cambiato le carte in tavola a partire da Beccaria e poi con i grandi penalisti dell’Ottocento, la psicologia del giudice e la sua capacità di impressionarsi davanti agli indizi ha preso il posto della cosiddetta prova legale. Il processo è diventato una macchina che nella modernità garantisce il gioco della norma giuridica: è una messa in scena dove la prova garantisce per l’appunto i colpi di scena. La prova illuministica (ancora oggi valida) è un elemento instabile del processo moderno, è un indizio.

Quello che stiamo scoprendo in questi mesi e anni di evoluzioni stratosferiche causate dalla tecnologia digitale è l’emersione del video come strumento di prova. Il video contiene in sé la particolarità di sembrare vero. Il video promette di essere stato compiuto nel momento in cui la realtà è accaduta. Rispetto alle vecchie prove del processo moderno, che sono delle rappresentazioni attuali di un passato passato, il video crea le condizioni per rendere quel passato presente. Il video è, in questo senso, verità presunta. È talmente verità presunta, che abbiamo assistito in questi giorni a maree e fiumi di persone scendere in piazza, sicuri della verità di un video.

Questo problema era già stato messo in scena nel 2003 nel film “The Life of David Gale” in cui una persona giocava sulla dichiarazione di colpevolezza e innocenza, e quindi sulla pena di morte, dove al centro stava proprio la prova video. Si trattava però di video analogici. Qua invece siamo nel mondo digitale. Cosa cambia? La rapidità di trasmissione dell’oggetto. Cambia la capacità che il mondo digitale ha di creare consenso, quindi gruppo, quindi partecipazione e quindi la legittimazione dell’azione statale. La prova video, che si vuole garante della verità, nel mondo digitale ha quindi un significato nuovo rispetto a quello che aveva fino a ieri. Non voglio in nessun modo dire che sarebbe stato meglio non avere la prova video nel caso dell’assassinio, di Floyd. E neanche dico che non avremmo dovuto avere la prova video dell’omicidio di Brooks. Anzi, ben vengano.

Quello che voglio dire è che siamo di fronte a uno tsunami tecnologico che porta con sé quello che si vede nel film di Scorsese a New York: possiamo discutere del conflitto fra neri e bianchi, ma in realtà il mondo digitale sta cambiando i margini della convivenza sociale e quindi anche la dimensione e i significati di quel conflitto. Su questo tema consiglio la lettura del libro “Critica della ragion negra” del filosofo africano Achille Mbembe e la sua teoria della mobilizzazione totale delle immagini.

La prova video sta cambiando le aspettative riposte dalla comunità sul diritto, e quindi sulla società. Il processo sempre più diventerà un garante della verità contenuta nei video. La grande differenza rispetto a ieri quindi è che il nuovo processo penale rischia diventa una mera certificazione della verità contenuta nel video, e non più il contrario.

È un problema? Non dico di sì a prescindere.

Dico però che in questi due casi sull’omicidio di persone di colore la prova video è stata un elemento centrale per la lotta di questi giorni per i diritti civili. Volendo fare un discorso un po’ banale e superficiale, potremmo dire che la prova video è servita “ai buoni”. Potremmo dire quindi che anche i diritti umani hanno un interesse all’evoluzione che la tecnologia video digitale porta con sé. Questo è però pericoloso, perché cambia le aspettative e la dimensione di legittimazione dell’attività della polizia. Come faremo, questa è la domanda, a dire all’autorità pubblica, ma anche alle polizie private, che la prova video viola i diritti umani, quando è la prova video che garantisce i diritti umani?

Stiamo assistendo a quello che è un grande teorico definiva “la costituzione come conquista evoluzionaria, e non rivoluzionaria”. L’evoluzione (del diritto) si fa sempre per gradi. Il diritto cambia piano piano, e alla fine diventa irriconoscibile. Noi dobbiamo essere consapevoli che la “società del controllo” così come si sta instaurando nella nostra convivenza quotidiana non è solo un progetto di destra, del capitale, dei dittatori, di chi ha paura. No. È un’evoluzione che tocca tutti, “buoni” e “cattivi”, che riguarda il nostro rapporto con il presente. Che riguarda il nostro rapporto con la gestione del futuro rischioso.

Dobbiamo essere consapevoli che sempre di più stiamo legittimando la registrazione video di tutta la realtà, di tutta la nostra vita. Compito della politica di oggi, delle intellettuali, delle attiviste, di chi ha a cuore uno sviluppo consapevole della società, è chiedersi se questa è l’evoluzione che vogliamo. Se siamo in grado di governarla. Dobbiamo chiederci quali elementi democratici ci siano all’interno dell’evoluzione della registrazione automatica digitale della realtà. Non basta chiedere il rispetto dei diritti civili, se l’unico modo per rispettare i diritti civili è quello di toglierli a tutti quanti. Dobbiamo lottare contro il razzismo in modo tale che una società consapevole si costruisca tutti insieme. Dobbiamo quindi essere consapevoli di quali sono i rischi che tutti insieme, tutte le persone di tutti i colori, stiamo correndo, considerando le evoluzioni della società digitale.

 

Filippo Contarini, gruppo di riflessione “1984”