I sindaci di ZeroVero

I sindaci di ZeroVero

Febbraio 01, 2017 - 20:00

Quando le risposte alle domande del quiz possono dirci alcune cose sulla società d’oggi. D’altronde lo sappiamo: internet ci fa ormai vedere quello che lui sa che ci interessa. Dobbiamo ribellarci?

I sindaci di “Quale di questi…”
Un paio di venerdì fa ho guardato cinque minuti ZeroVero. Nel gioco “Quale di questi…” è successa una cosa strana ai giovani partecipanti: da una lista di 13 nomi dovevano individuare quelli dei sindaci ticinesi in carica. Fra gli altri c’erano Borradori e Branda. Un concorrente ha trovato solo 1 nome (!), Carlo Croci, l’altra concorrente non è riuscita ad individuarne nemmeno uno (!!).
 
Cosa ci può dire questa situazione?
 
Informarsi ieri e informarsi oggi
Facciamo un viaggio nel tempo. 15 anni fa. Le fonti di informazione erano TV, Radio, giornali e riviste. Piaccia o no, eravamo costretti a limitarci a quell’offerta là, lo zapping era il massimo della scelta. Alla fermata del bus: niente tio sul natel. Per sapere dove erano i radar dovevi comprarti un pager. Si cominciava a leggere un po' i siti di informazione, internet era poco e solo al PC (quasi sempre fisso). Con un po’ di buona voglia leggevi un libro, un fumetto, una videocassetta (anzi, c’erano già i dvd, presi alla videoteca). 15 anni fa per giocare in rete a quake arena 3 stavamo direttamente nella sala di informatica al liceo, impensabile farlo a casa: già solo se non avevi l’ISDN bloccavi il telefono di casa quando chattavi con mIRC, figurarsi giocare in rete!
Quel mondo è morto.
 
Oggi tutti quanti noi, ma i nostri giovani soprattutto, abbiamo accesso a una quantità di informazioni incredibili ed in presa diretta, abbiamo la linea veloce sul natel. Ci si massacra di serie televisive o cartoni animati. Naruto, 700 puntate. Spotify: tutta la musica del mondo tutta assieme. Youtube come piovesse (e youporn?). Facebook! L’amico che ti fa vedere qualsiasi momento della sua vita su snapchat, pure se va al cesso. In questo marasma possiamo accedere a qualsiasi informazione creata in qualsiasi parte del mondo in qualsiasi momento della nostra vita.
 
È la società im-mediata, dove la comunicazione è tutta e diretta. Con due lati di una stessa medaglia: non solo Trump parla con te immediatamente, senza intermediari (giornalisti, ministri, ecc.) e per farlo si esprime come se fosse su twitter (ha fatto il discorso di insediamento con le frasi più corte della storia). Ma anche tu puoi farlo, puoi contattare tutti nello stesso momento! Indignados e rivoluzioni arabe ne sono un esempio: 10 minuti e la piazza è piena.
 
Con-testo e banalizzazione
Quando puoi accedere a tutto, tutto diventa dello stesso valore. O almeno: è così se non c’è un sistema di educazione alla selezione del tutto.
Mi spiego: senza strumenti di distinzione delle informazioni, non siamo in grado di classificarle. Tutte le informazioni diventano uguali. Se non capiamo che c’è una differenza a dipendenza di chi la dice; una differenza a dipendenza di quanti soldi si parla; una differenza a dipendenza di quante persone sono coinvolte; allora si rischia che un gattino di una modella con le chiappe di fuori ha lo stesso valore di un crollo di un ponte a capodanno in Myanmar con 100 morti.
 
L'altro giorno c’era un articolo sulla NZZ-online che linkava ad un vecchio articolo di decine e decine di anni fa. L’accesso è contemporaneo, ma i contenuti non lo sono. È facile ingannarsi e pensare che le notizie di tanti anni fa si possano leggere oggi, ricavandone le stesse emozioni e lo stesso significato. Non è così, evidentemente. Ma il testo è un medium menzognero, perché rimane uguale, ma non è uguale, perché si alimenta del suo con-testo. Il nostro problema, nella società im-mediata, è proprio qui: di fronte a una massa colossale di tutto, di miliardi e miliardi di informazioni accessibili in qualsiasi momento, stiamo pian piano perdendo la capacità di comprendere i con-testi. Mischiamo tutto.
 
Prendete un fenomeno musicale come Jack Ü (se non sapete cosa è… cercatelo su google! ora! come fate quando fate una discussione a tavola e guardate su wikipedia per risolvere un conflitto fra saperi). Anni fa i Jack Ü sarebbero a malapena riusciti a entrare in un locale underground. Ora invece riescono a riempire il Madison Square Garden per la festa di fine anno. Perché il rumore non è più una scelta, ma una replica della nostra vita quotidiana. È l’età del tutto rumore, tutto assieme. Ragazzi, non lo dico perché sono bacchettone! Adoro la noise e l’industrial. Ma ritengo comunque questa novità interessante, soprattutto perché diventa di massa.
 
Oggi andiamo a ballare esaltando i dj come fossero cantautori, il beat è unica costante e unica discriminante. Non conosciamo i nomi dei produttori e nemmeno dei cantanti, conosciamo i nomi di chi li mixa bene. Moroder addio. Il mixing, per l’appunto: mettere le informazioni in una catena giusta e attraente. Ma senza contestualizzarla.
 
I siti di informazione fanno esattamente la stessa cosa: le rubriche tematiche muoiono, si mischia tutto. Là sta la grande differenza con i giornali, con la televisione e con la radio: l’obiettivo è di farti cliccare i link, non di creare cittadinanza critica.
 
L’epoca del rumore
Viviamo nell’epoca del rumore intellettuale. Ed è evidente che da questo rumore alcuni grandi colossi economici estraggono capitale.
Mi rendo conto del potenziale elitismo di queste mie parole, voi potreste chiaramente dirmi “Contarini, allora smettila di scrivere, così c’è meno rumore, anzi, meno ragli”. Il problema sta proprio là: tutti hanno il diritto di parlare, di esprimere un’idea, anche laddove sia falsa. Ma come facciamo noi a selezionarla?
 
Per dire: inizialmente, secoli e secoli fa, non tutti erano convinti che fosse una buona idea far diventare il diritto una materia scritta. Cosa fare con i testi falsi? Eppure lo abbiamo fatto, perché nonostante tutto i testi aiutano a creare sicurezza, condensano memoria e permettono l'interpretazione, ovvero l'adeguamento ai con-testi. Ma, siamone consapevoli, escludono sempre qualcosa: quello che non viene scritto. E che viene dimenticato. Ed è là, proprio in quello che manca, sta la nostra capacità di creare con-testi.
 
Torniamo ai nostri partecipanti di ZeroVero. Loro sicuramente hanno letto dei testi con la parola “Borradori”. Nessuno si è dimenticato del Marco, nel mondo dell’informazione. Ma loro sì. Ipotizzo quel che è successo (posso sbagliarmi, eh): ai due giovani della politica sinceramente non gliene frega niente, e questa non è una colpa. Con la società del rumore e dell’accesso a tutta l’informazione del mondo (!) se l’informazione sulla politica non la cerchi, è facile che non ti arrivi nemmeno sotto gli occhi. Perché se tu non la cerchi (ma ti uccidi di serie TV, o anche solo fai il nerd su siti di sviluppo informatico) e nemmeno i tuoi amici te ne parlano, allora non vale il meccanismo di venti anni fa per cui comunque i media te la mettevano sotto gli occhi.
 
Quell’informazione mancante, nella società del tutto sempre, non è più con-testo. E quindi il con-testo te lo puoi ricreare con il resto del testo. Se di Borradori non te ne frega niente, Borradori per te non esiste.
 
Meccanismo diabolico in tutto ciò è che non c’è una consapevolezza di selezione che necessariamente provoca un’assenza: abbiamo l’aspettativa che tutto sia conservato dalla rete, anche quello che manca.
 
L’algoritmo dittatoriale
Rimane, quindi e purtroppo, una grande bolla di libertà immaginaria. Perché salvando tutto dimentichiamo tutto: e quindi non sappiamo più con-testualizzare. Uso questa metafora: un boscimano non ha problemi a muoversi nella savana, noi ci moriamo. Noi non sappiamo con-testualizzarci nel deserto, lui si. Internet è il nostro deserto.
 
C’è un dispositivo che crea tutto questo, non è assolutamente casuale! Quello che sta succedendo è che internet 2.0 ci sta portando verso un’individualizzazione feroce. Nel gioioso mondo dell’orrore dei big data, l’algoritmo (uso qua una semplificazione che mi aiuta a descrivere il dispositivo) fa in modo che ti arrivino le informazioni che lui sa già che ti interessano. Lo si vede abbastanza bene in questo TED Talk che parla di  filter bubbles.
 
Detto in modo molto semplice: se non hai interesse a interessarti alla politica, è molto possibile che la politica non rientri nel tuo panorama di interesse così come è concepito dall’algoritmo del web che frequenti. Non a caso alcuni consulenti politici americani ormai consigliano di inserire i contenuti politici indirettamente nelle serie televisive. Quelli cambiano molto più l’opinione che i comizi o gli scritti.
 
Per dire: nemmeno questa rubrica che Ticinotoday mi dà la possibilità di curare, il Malleus, sposta un voto che sia uno. È una rubrica di dialogo fra me e voi lettori (ricordo che potete scrivere inputs a redazione@ticinotoday.ch).
 
Quale è la via?
Come detto, drammatizzare non serve. C’è anche un altro lato della medaglia siccome grazie ai nuovi media possiamo molto più facilmente fare gruppo. E così di fronte alla morte della politica, relegata a fattore di qualche aficionados; di fronte alla qualità atroce del dibattito parlamentare; di fronte allo schieramento fatto a colpi di tweet; di fronte ai “fatti alternativi” di Trump; non possiamo che andare a cercare necessari nuovi spazi di libertà “reale”.
 
Piaccia o non piaccia, i soldi comunque alimentano il potere. E, oltre al diritto, solo l’opposizione in comunità funziona da “stop!” per chi vuole abusare del potere. Se la politica del partito non ti affascina più e vuoi allora impegnarti settorialmente (l’ambiente, i diritti civili, la democrazia economica, l’alimentazione sostenibile, ecc.), allora non abbandonarti ai santoni, ma crea contesti e collettivo.
 
Lo sappiamo: viviamo nell’epoca delle specializzazioni. Quello che si può pensare è creare una sorta di società delle contro-specializzazioni. Una sorta di governo-ombra della società (e non: governo-ombra del governo). Vogliamo essere iper-esperti di tutto: ma non possiamo esserlo. Allora scegliamoci un ambito e lavoriamo in due sensi: da un lato entriamo in rete per sviluppare metodi comuni di approccio alla specializzazione. Dall’altro lavoriamo sulla specializzazione stessa. È una matrice, dove parlare solo fra specialisti ci rende degli “utili idioti specializzati”, parlare solo di metodo significa non creare mai le condizioni della conoscenza.
Tanti anni fa ho parlato dei partiti come nuove piattaforme. Ecco, è questo che intendo: creare la struttura, il raster della specializzazione individuando i settori di contro-governo della società.
 
Ragazzi ci vuole dedizione, me ne rendo conto. Ma se non ci impegniamo un po’ i trumpisti ci massacreranno.
 
 
di Filippo Contarini