Il “colpo di Stato” del mondo digitale: la Sinistra non può stare a guardare

Il “colpo di Stato” del mondo digitale: la Sinistra non può stare a guardare

Marzo 23, 2020 - 06:00

Il coronavirus ha dato l'ultimo "colpetto" all'entrata nel nuovo mondo virtuale, ma è un passo che tutti noi abbiamo cercato. Ora si dovranno cercare nuovi strumenti di analisi, per non lasciare il mondo digitale nelle mani dei neoliberisti...

Me lo ricordo come fosse ieri, quando quindici anni fa a Lucerna il Consiglio studentesco chiese l’adozione del podcast per le lezioni. La risposta del corpo docente fu chiara, decisa e compatta: “manco per sogno!”. E così continuò fino all’altroieri. Orgogliosi e battaglieri, anche con il nuovo palazzo dell’università, con le aule che sono perfette per registrare i podcast, l’idea è sempre stata che non si sarebbe passati alla “digitalizzazione sopra ogni cosa”. Doveva rimanere una “persönliche Uni”, ovvero un’università che sia di contatto, di vicinanza umana.

Ora il fortino è caduto in pochi giorni, e non sono state certo necessarie discussioni, né assemblee, né votazioni. Il coronavirus ha portato con sé l’impensabile, ma inevitabile con questa accelerazione. Il sistema informatico era già pronto, l’ostacolo per l’implementazione erano solo gli esseri umani, ovvero quei “testoni” dei professori e delle professoresse, che si devono adeguare a fare lezione senza pubblico. Ma il programma, l’infrastruttura, la disponibilità di rete, i server, gli accessi sicuri, il sistema giuridico di fondo: era tutto pronto. E attenzione: non è solo questione economica, ma più profonda: gli informatici scalpitavano ed erano à jour senza che nessuno glielo avesse chiesto. Era il loro ethos a dirglielo, sapendo cosa bolliva là fuori, ovvero un passaggio sociale generale a piattaforme, social, ipercomunicazione e ipervelocità. E così in poche ore siamo diventati sostanzialmente un’università telematica. Così vale anche per l’home office: in pochi giorni siamo tornati al lavoro a domicilio protoindustriale, come nell’industria del tessile o orologiera della seconda metà dell’Ottocento. Tutto è pronto per questo lavoro da lontano, sono pronti i repository per le nostre riflessioni e raccolte dati, così vale anche per gli accessi al materiale informativo (libri, papers, ecc.): a livello accademico on-line c’è praticamente già tutto e tutto ormai è open source, precondizione per essere finanziati dal Fondo nazionale svizzero.

Insomma: mancava solo questo “colpetto” del Coronavirus, e tutto il passaggio al nuovo mondo virtuale è stato fatto senza cattiverie e senza nemmeno poter dare la colpa a qualche plutocrazia massonica terrapiattista che lo abbia imposto: siamo noi stessi ad averlo chiesto, “dateci l’accesso virtuale!”.

Abbiamo accolto il mondo digitale a porte aperte senza preoccuparci del suo funzionamento. Classificandolo solo come tecnologia e senza chiedere tutele democratiche, perché pensavamo funzionasse come la cosiddetta “società del testo”. Lo abbiamo confinato al campo della comodità e del “deve funzionare”, come fosse una macchina qualunque. Abbiamo omesso di chiederci se l’informatica avrebbe portato novità nel funzionamento della comunicazione. Errore che non fece ad esempio Apple quando diede a Marc Porat il compito di sviluppare uno strano oggetto telefonico-virtuale sviluppato leggendo la società secondo logiche informative.

Questa evoluzione non la abbiamo solo subita, ce la siamo cercata. Eravamo noi ad istallare l’app delle FFS senza lamentarci della progressiva eliminazione delle biglietterie (anche automatiche) in stazione. Eravamo noi a comprare, con i nostri soldi, le webcam da attaccare sopra lo schermo del PC, per poi infine ritrovarcele direttamente nel PC e ora direttamente negli schermi sui marciapiedi. Eravamo noi a investire sulla fibra ottica, pensando che questo non avrebbe cambiato la nostra percezione dello spazio-tempo. Eravamo noi a usare facetime e whatsapp per sentirci meno lontani anche se eravamo in luoghi diversi. Eravamo noi a chiederci come fosse possibile che in alcuni quartieri di Lugano il natel prendesse meno bene di altri, indignandoci. Eravamo noi a comprare il software Banana per la contabilità, chiedendoci come diavolo potevamo fare senza. Eravamo noi a innamorarci del Mac perché era colorato fuori e dentro. Eravamo noi a correre per comprare uno smartphone che si accenda quando gli sorridiamo. Eravamo noi che chiedevamo il segreto bancario perché “la privacy è importante”, ma intanto spiattellavamo la nostra vita privata alla Silicon valley. Eravamo noi a creare reti neuronali per amministrare il diritto e fare ricerche di norme online, auto-rendendoci patetici scopiazzatori di testi già scritti. Eravamo noi che compravamo qualsiasi cosa sul web, e lo sappiamo che tanti di coloro che lavorano nella vendita dopo questa crisi del coronavirus non troveranno più legittimazione economico-digitale per continuare a fare quel lavoro.

Dopo questa crisi ci ritroveremo – sì, succederà anche da noi – con un tracciatore di movimento per garantire “la nostra salute”. Accettiamolo: stiamo diventati dei supplément fisici della società informativa e attorno a questo ora deve ruotare la nostra analisi.

Che fare? Anzitutto smettiamo di pensare che possiamo gestire questa situazione con il diritto: al massimo possiamo arginarla per un po’. Molti non riescono a cogliere, colpevolmente (a mio modesto parere), che l’informatica e il diritto moderno sono concepiti come fenomeni paralleli. Non si sono sviluppati nello stesso modo, ma quando il mondo digitale vorrà mettere fuori uso il diritto improvvisamente ci chiederemo “sì, ma in base a cosa gli informatici sono diventati i nuovi sacerdoti del tempo?”. Ebbene, siamo consapevoli che in questo momento stiamo mettendo tutto nelle mani degli informatici e degli elettronici (succede e basta), che garantiscono il funzionamento della rete, il funzionamento del telelavoro, il funzionamento delle consegne a distanza, il funzionamento della logistica, il funzionamento del rapporto fra umano e macchina. Il funzionamento delle chat room che anche i comunisti più duri usano per comunicare. E siamo coscienti che quegli informatici cominceranno a restringere il campo del possibile, che passerà sempre dalle loro decisioni, dal loro ethos.

Di fronte a questi cambiamenti della società, la prima questione urgente è abbandonare vecchi sistemi di analisi autoassolutori, come il marxismo. C’è un sistema culturale informatico che non conosciamo e che va oltre il semplice rapporto potere-sfruttamento. Certo, le teorie biopolitiche che stanno circolando sono interessanti, ma mancano di profondità. Dobbiamo entrare nel mondo delle analisi complesse ed “anarchiche”, della fuzzy logic di Gotthard Günther ad esempio. Prendiamo coscienza che, se facendo analisi sociale ne risultano risultati che avrei potuto esprimere anche 30 anni fa, allora è quell’analisi è sbagliata. Perché con la rivoluzione digitale nulla è come 30 anni fa, nessuna struttura di senso lo è più. C’è un passaggio dalla rappresentazione alla ridondanza che cambia le condizioni di interazione fra noi: mancano l’ordine del tempo della stampa liberale e la storia come elemento identitario costruito in logica dialettica, l’informazione continua a saltare di qua e di là. C’è un credo sul sapere degli esperti con nuove forme e nuove dinamiche, che dobbiamo ancora capire e concepire.

Questo “colpo di Stato” del mondo digitale è arrivato all’improvviso, era pronto ma non era previsto. Non è solo un colpo dello “Stato digitale”, è qualcosa di più e se ci scegliamo il solito nemico da odiare sarà forse utile in logica di consenso, ma debole dal punto di vista delle analisi e di ciò che sul lungo periodo si potrà cambiare. La presa del potere da parte del mondo digitale non è voluta dal “neoliberismo tatcheriano”, ma sì sarà condotto dai neoliberisti se la Sinistra non si dà una mossa. Quella Sinistra che aveva cominciato i progetti digitali alla fine degli anni ’90 (si pensi a indymedia) ma che è naufragata in un luddismo stantio, un amore dei babyboomer per i bei tempi andati e un certo coccolarsi nella politica folkloristica. C’era l’altermondialismo con una solida consapevolezza digitale, e ce lo siamo fatti rubare. È arrivata l’ora anche a sinistra di prendere la palla al balzo, scrollarsi di dosso il retropismo e elaborare progetti per la nuova società digitale in cui tutti (TUTTI!) noi stiamo entrando. Sempre utile in questo senso è leggersi il “Manifesto accelerazionista” di Williams e Srnicek, che potete trovare a questo link: http://www.euronomade.info/?p=1328.

Filippo Contarini, 19.3.2020