Il Caffè: il rischio esclusione sarà la costante del lavoro del futuro?

Il Caffè: il rischio esclusione sarà la costante del lavoro del futuro?

Febbraio 21, 2021 - 10:41
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Il Caffè interpella diversi studiosi su quali saranno le caratteristiche del lavoro e dalla povertà negli anni a venire. Emerge un quadro dove la formazione e la flessibilità saranno una costante, ma anche un economia più “sana” è possibile.

Quali scenari si aprono per il lavoro e sul tema della povertà dopo la crisi pandemica? Oggi iI Caffè dedica un articolo a questo tema, a firma di Patrizia Guenzi e Mauro Spingesi, che interpella sul tema vari accademici.

Il dato di partenza sono le 735’000 persone che in Svizzera vivono in uno stato di povertà, secondo le statistiche pubblicate questa settimana dall’UST. Un numero che dopo la stabilizzazione del 2018 è tornato a crescere.

Non c’è solo l’attuale situazione di crisi pandemica. “Assistiamo a cicli di lavoro e sociali più brevi. Un trend che ha a che vedere con l’innovazione tecnologica sempre più rapida. Aumenta la produttività e si richiedono competenze che non sempre si hanno", spiega ad esempio Giuliano Bonoli, professore all’Idheap (Università di Losanna) e docente di politiche sociali al Caffè. A ciò si dovrà rispondere con una formazione che duri tutta la vita lavorativa.

C’è però una certezza, secondo il sociologo dell’Università di Ginevra Sandro Cattacin: “non ripartiremo con un’economia malata, ma con un’economia sana. E allora anche un fenomeno come il disagio sociale dovrebbe riassorbirsi.” Infatti secondo Cattacin, spiega al Caffè, “i numeri e mi dicono che il quadro generale resta buono. Poi è vero che questa crisi ha mostrato un nervo scoperto, cioè la crisi di credibilità delle grandi industrie farmaceutiche. Osserviamo cosa è successo nella vicenda dei vaccini, soprattutto nelle nazioni dove questo genere di imprese sono almeno in parte dello Stato e sono riuscite più rapidamente a dare risposta all’emergenza”.

Il Caffè interpella anche il sociologo del lavoro Domenico de Masi, che spiega che “"Il problema del disagio sociale è comune a tutti i Paesi. È la sintesi di due economie, quella ricca e quella povera, che non sono comunicanti ma mondi a parte, e non è vero che se aumenta la ricchezza diminuisce la povertà”.

Per quanto riguarda la Svizzera, dice, è “il risultato della cultura neoliberista che ha spinto a creare condizioni quadro vantaggiose, anche in ambito fiscale, per chi sta bene, sostenendo che ci sarebbe stato un travaso di ricchezza verso le classi meno agiate. Non è capitato. Anzi, i ricchi oggi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, perché aumentano precarietà, malattie e la popolazione invecchia”. “I ricchi”, prosegue il sociologo, “hanno un tempo dilatato, hanno soldi e possono aspettare. I poveri no, hanno bisogno di mangiare subito non possono aspettare le riforme o, come in questo periodo, la ripresa economica. Fortunatamente nella storia abbiamo avuto Otto von Bismarck che si è inventato lo stato sociale”.

Un giovane, per restare sul mercato del lavoro di domani, ancora De Masi, “dovrà essere flessibile, dovrà studiare in continuazione, essere aggiornato, capace di governare i cambiamenti. Altrimenti rischia seriamente di finire ai margini”.