Il giudice e il video: la rivoluzione dei processi penali nelle nostre tasche

Il giudice e il video: la rivoluzione dei processi penali nelle nostre tasche

Giugno 07, 2021 - 20:05

La tragedia del Mottarone, Biden e l’omicidio di George Floyd, la vicenda del figlio di Grillo, hanno qualcosa in comune? I video assumono potere di verità anche nei confronti del processo penale. E cambia l’architettura dello spazio processuale…

Il forchettone, Biden e Grillo

“Funivia Stresa-Mottarone, ecco il video pubblicato da Repubblica che mostra il forchettone inserito nel freno”. Era in prima pagina, bastava cliccare, ed ecco il forchettone nel freno della funivia schiantata a terra (14 morti). Il video mostra al mondo, con cerchio rosso disegnato sulle immagini, il corpo del reato. È omicidio (intenzionale per dolo eventuale?), e di fronte a questo video siamo più o meno tutti d’accordo sui motivi del disastro.

Lo sappiamo: da alcuni anni i media forniscono un servizio nuovo. Gran parte della loro attività è quella di essere megafono per immagini e suoni che la rete già mette a disposizione degli utenti. Prima ripubblicavano le “agenzia stampa” e cercavano notizie. Ora si somma questa funzione di “ridondanza”. Non solo ripubblicano i messaggi che politici e scienziati si scambiano su twitter, ma soprattutto ripostano video che girano nell’etere. Mettendoli sulla loro pagina, danno loro una nuova visibilità. Li legittimano. Questa nuova realtà mediatica io la definirei così: si tratta di un nuovo sdoppiamento della realtà. C’è una realtà video che circola in rete e poi un raddoppio di quella realtà che gira sui media ufficiali.

Sebbene il tema sembri lontano, la questione della tragedia del Mottarone ha molti punti di contatto con quello che abbiamo visto a fine aprile 2021 ascoltando Joe Biden e Beppe Grillo sempre via video ripresi dai media ufficiali. La questione riguarda il significato della prova video in un processo penale. Tutto questo ha infatti delle conseguenze anche per il sistema giudiziario. Cercherò qui di dare una lettura teorica del nostro presente, non tanto sulla funzione della prova in un processo, ma di come funziona la legittimazione del processo attraverso la discussione sulla prova.

Il video della morte di George Floyd

Da un lato, il 20 aprile 2021, abbiamo il presidente americano Joe Biden durante una conferenza stampa. Si riferisce al processo contro Derek Chauvin per l’omicidio di George Floyd. Consapevole dell’esistenza del famoso video del poliziotto che blocca Floyd per il collo fino a farlo soffocare, un video che abbiamo in sostanza visto tutti su questo pianeta Terra, Biden ha detto che le prove contro il poliziotto “dal mio punto di vista sono strabordanti”.

Chiaramente questa affermazione non è uscita a caso: il presidente americano parlava a una comunità nazionale e internazionale di persone che andavano ben oltre il sistema giornalistico. Parlava a tutti coloro che, avendo visto il video sui social media, si sentivano completamente partecipi di fronte al non-senso di quell’omicidio. Parlava a una comunità che era scesa in piazza – in tutto il mondo – che ha detto basta al razzismo polizesco americano proprio grazie a quel video. Certo, era una conferenza stampa, ma si riferiva a qualcosa – il discorso pubblico sul video – che sembra non aver più bisogno del giornalismo come sua prima cassa di risonanza. La “verità” sembra poggiare ora su qualcos’altro.

Il video del rapporto (abuso?) del figlio di Beppe Grillo

Dall’altro lato c’è Beppe Grillo, che il 19 aprile 2021 è intervenuto sua sponte, sui social media e quindi di nuovo senza bisogno dei giornalisti, a difesa di suo figlio e altri giovani uomini accusati di violenza carnale. Grillo (padre) fa un’opinabile intemerata, sostenendo che non è giusto parlare di suo figlio come stupratore, perchè se fosse tale sarebbe già stato arrestato. La sua “difesa”, che in realtà è una lamentela contro le dicerie pubbliche, che sono sempre scatenate dal momento penale, è basata su due pilastri. Da un lato sostiene che la ragazza non era necessariamente credibile, visto ci ha messo 8 giorni per denunciare lo stupro, il che sarebbe “strano”. Quest’idea è insultante verso tutte le vittime di stupro, ma non è oggetto di questo articolo.

Mi interessa di più il secondo pilastro, ovvero queste sue parole: “e poi non c’è un avvocato che parla o sono io il padre che parla e difendo mio figlio. C’è il video! C’è un vi-de-o! C’è tutto un video, passaggio per passaggio, e si vede che c’è il consenso”. Il contesto in cui si esprime non e così lontano da quello di Biden. O quello del forchettone del Mottarone. Come per le parole di Biden, io sono venuto a conoscenza della sua intemerata sì grazie ai siti giornalistici. Ma ciò di cui parla è un video (del rapporto carnale) che sta passando di mano in mano sugli smartphone dei giovani di mezza Italia grazie – di nuovo – ai social media. L’intemerata di Grillo è poi stata seguita dalla presa di posizione della moglie e mamma (“Un video testimonia l'innocenza dei ragazzi”), nonchè da un enorme dibattito pubblico e da un rinnovato interesse sul processo.

La similitudine dei tre video – nel modo di trattarli socialmente

Nella differenza delle questioni, Biden e Grillo si appellano al pubblico indicando che esiste un documento digitale, stabile e condivisibile, che tutti possono vedere (“c’è il video!”) per appurare “la verità”. Lo stesso facciamo con la tragedia della funivia (“Mottarone: in video svizzero freni bloccati già nel 2014”). Una verità che vorremmo implacabile. Perchè il video è una registrazione immediata del nostro vissuto. Una verità forte tanto quanto il processo stesso.

Come già detto, non voglio qui parlare della vittimizzazione secondaria della ragazza che ha denunciato lo stupro. E non voglio nemmeno mettere sul tavolo la comparabilità dei casi penali in sè (non sto riscrivendo i processi, come invece spesso fanno i giornalisti). Voglio sì parlare dei video, ma non è il contenuto delle immagini che mi interessa. Non vorrei nemmeno parlare direttamente della “pressione mediatica” che viene scaturita quando un capo politico si esprime su un processo penale in corso.

No, vorrei invece parlare del ruolo giuridico-sociale che viene “cucito” a un video e a quale conseguenze giuridico-sociali ne possono scaturire. E vorrei toccare di nuovo (come ho fatto qui) il problema architettonico dello spazio pubblico digitale contemporaneo. Temi noiosi? Assolutamente sì; chi vuole parlare di uno schermo a led invece di chiedersi con quante pietre partecipare al linciaggio della domenica mattina? Pochi vogliono stracciarsi le vesti per analizzare queste evoluzioni, ma, secondo me, si tratta di questioni che scavano drammaticamente in profondità sul nostro modo di intenderci società oggi. Un’epoca in cui si parla sempre di “diritti”, ma in cui pochi si chiedono cosa sia questo “diritto” che ha il compito di tutelare i “diritti”.

La politicizzazione di un processo penale

In questo senso vorrei separare rigorosamente la questione della “prova video” dalla tipica politicizzazione e scandalizzazione di un processo politico. Lo sappiamo: quando un presidente si “immischia” in un processo, la mente viaggia a 120 anni fa, al caso Dreyfus in Francia. Certo, come allora anche oggi tutti si “impicciano” nel processo. Tutti vogliono dire la loro sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato. Addirittura la società si spacca (ecco la “scandalizzazione”) proprio sulla linea fra innocenza e colpevolezza. Ma teniamo il focus sulla prova. Quello su cui vorrei porre l’attenzione è infatti la novità della natura della prova oggi rispetto al passato. Una novità che non è rilevante tanto per il processo, ma piuttosto per “l’ambiente” del processo.

In Alsazia, alla fine dell’Ottocento, si giocava il tramonto della Nazione come pianificata dai liberali europei, la questione sociale era ormai esplosa. Gli atti pubblici ormai erano stampati a macchina, i giornali stampavano milioni di copie. In quel contesto si aprì il processo a Dreyfus, l’ebreo. Dappertutto si stava sviluppando infatti un becero nazionalismo razzista antisemita, Francia inclusa. Nel contesto esplosivo, costellato da atti di spionaggio e controspionaggio, si scoprì che qualcuno dall’interno dell’esercito francese passava segreti militari ai tedeschi. La conferma dell’invio c’era, era su un foglio di carta ripescato da una spia che si spacciava per donna delle pulizie. Chi fosse l’autore però non era chiaro. Come spiega anche Wikipedia: “la lettera non era firmata né datata”. Rapidamente le autorità militari individuarono nell’ufficiale Dreyfus la gola profonda – e così, proprio su quel dubbio, sul gioco dell’antisemitismo e quindi dell’identità pubblica, si aprì la più grossa spaccatura della Francia repubblicana.

I fatti e l’opinione pubblica

Qual’era il ruolo del processo, ai tempi di Dreyfus? L’idea, ormai sancita nel corso dell’Ottocento, era che il processo penale, pubblico e immediato, serviva a dare un senso agli indizi – ai dubbi – e a farli diventare delle prove. Il processo sanciva i fatti e il diritto. I fatti erano costruiti assieme al processo, mentre si faceva il processo, seguendo i dettami del diritto, ma cercavano appiglio ben oltre il processo: attraverso l’opinione pubblica (rappresentata dal pubblico in aula, dai giornalisti, ma anche dai giurati quando c’erano). Questa idea di processo è completamente moderna. Non si trattava più di chiedersi quale fosse il “vociare” della comunità, nè si pretendeva che ci fosse una dimensione trascendente della prova (e quindi nemmeno si usava più la tortura per ottenere la “prova regina”, ovvero la confessione).

No: il processo era ormai diventato un delicato gioco di impulsi e reazioni fra gli attori del processo stesso (giudici, avvocati, imputati) con la stampa, nel suo ruolo di incarnazione di ciò che dice, vuole, sente il pubblico. Una stampa che ha peraltro ottenuto un suo posto nei Palazzi di giustizia, ora costruiti in una chiave di esaltazione di quella presenza degli spettatori (paradigmatico l’enorme Palazzo di giustizia di Bruxelles, del 1866). Tutta la macchina processuale cambia fra il Settecento e l’Ottocento proprio perchè la società improvvisamente si ritrova ad avere questo ospite scomodo – la stampa – che ficca il naso un po’ dappertutto. Per il diritto è però una fonte di grande cambiamento, perchè improvvisamente può succedere che i testimoni o gli imputati mentano, e che la discussione se mentono o no si sposti dal processo penale alla pubblica piazza – proprio per il tramite dei giornali.

Che menzogna c’è con la prova video?

Un po’ di tempo fa vi parlavo dei potenziali problemi dati dai deep fake. Proponevo questa riflessione: i video sempre più stanno diventando oggetto di manipolazione. Mi chiedevo se sarebbe successo anche alla politica. Notavo soprattutto che a forza di manipolare i video, comincerà a cadere la fiducia pubblica nella verità. Non immaginavo però che ci sarebbe stato uno stadio precedente, ovvero quello in cui i video prima assumono potere di verità anche nei confronti del processo penale.

Nel vecchio processo moderno c’era un momento di ricostruzione storica, che ora i video (anche le videocamere all’aperto eh) stanno erodendo brutalmente. Riprendiamo Dreyfus. Questi venne coinvolto in base alla congettura (comunque dimostratasi falsa) che lui fosse l’unico sospettato possibile per quell’azione di spionaggio. Si cominciò a tirare in ballo il suo carattere, e fu infine vittima del sentimento antisemita aleggiante in Francia. Ma prove dirette che legassero Dreyfus all’atto sanzionato non ce n’erano e laddove venissero prodotte (p.e. una comparazione dattilografica) erano  falsate. L’opinione pubblica oscillava quindi nella discussione se l’indizio fosse il nulla che permetteva l’assoluzione oppure fosse una prova che scatenasse la condanna. Pensate alla scena: il processo costruisce la prova, la prova esce sui giornali, le persone ne parlano perchè hanno preso il giornale.

La prova oggi è pubblica prima del processo

Torniamo all’oggi, alla rivoluzione architettonica causata dai video sugli smartphones. Pensiamo a Biden, Grillo e al Mottarone. La prova video nel discorso pubblico entra direttamente nei tuoi pantaloni (ne parlai anche in un altro articolo di questa rubrica, qui). La prova video è costruita in sincrono con lo svolgimento dei fatti nel momento in cui si vive (o muore: sappiamo p.e. che c’è un video delle vittime della tragedia della funivia mentre scivolava giù), e po ti arriva sul cellulare mentre sei a casa, immobile. Ecco quindi che improvvisamente tutti quanti si possono “impicciare” in un modo nuovo sulla portata della prova processuale. Non parlano di quello che riferisce loro la stampa in quanto pubblico, ma parlano di quello che ANCHE il giudice vedrà a processo, come lo hanno già visto tutti quanti.

Questo cambia enormemente il significato del processo penale per come lo conosciamo, siccome lo spazio pubblico non è più uno spazio che crea la legittimità attraverso un’oscillazione parlando di qualcosa che non si conosce nel processo (e aprendo così le interpretazioni possibili). Succede piuttosto che il processo “porta dentro” qualcosa che è già stabile e percepito tale nel discorso pubblico. Lo spazio pubblico diventa uno spazio che chiude la discussione invece che aprirla. Delegittimando quindi la funzione processuale (in termini sistemici).

Una nuova verità “strabordante”: il video diventa un testimone

E così per Joe Biden le prove del processo George Floyd sono “strabordanti”. E per la moglie di Beppe Grillo un video “testmonia” l’innocenza di suo figlio. E così tutti quanti sappiamo che sì i forchettoni erano inseriti (sebbene, probabilmente, nessuno di noi sappia cosa sia un forchettone). Il video prende vita, per così dire, e diventa un attore del processo. Il video non è più un indizio, ma e un testimone la cui voce è la nostra. È qualcuno che dice la verità perchè noi vedendolo affermiamo la verità. Usando Bruno Latour, potremmo dire che la differenza oggetto-soggetto in questo caso si sfoca. Non si capisce più bene cosa sia la realtà: ciò che è successo, ciò stiamo vedendo o il giudizio che ne stiamo dando?

La questione insomma non si risolve l’affermazione che “bisogna controllare se il video sia vero o no”, discussione che faremo discutendo dei deep fake in futuro. Qua siamo su uno step antecedente, ed è ben più delicato, perchè a dipendenza della discussione che conduciamo su questi video cambia il significato che diamo al processo penale contemporaneo.

Le prese di posizione di Biden e di Grillo certificano un passaggio culturale che è avvenuto nella nostra società: tutti assieme abbiamo spostato ormai mente e cuore sull’aspettativa che attraverso il video possiamo vedere tutti assieme e contemporaneamente una rappresentazione esatta della realtà. Il video sostituisce una parte dello spazio pubblico che era fatta di discussione funzionale alla legittimazione della verità nel processo penale. Improvvisamente il problema non è più legato alla domanda che ci facevamo a vicenda “sei d’accordo?”, ma è ora diventata “oh, lo hai visto anche tu il video?”. La nostra mente vive con i video, nei video, per i video. Sono il nostro sistema di memoria secondario, a cui ci appoggiamo considerandoli una realtà aumentata, una realtà2.

Verso quale processo penale?

Ora: perchè tutto questo è un problema per il processo penale? In fondo basterebbe dire che in questo modo sarà più facile trovare la verità per i giudici, no? Evidentemente no. Il problema sta nella questione se il processo ha bisogno di verità o di legittimazione. E se ha bisogno di legittimazione, come si può costruirla in un sistema in cui non c’è più oscillazione, perchè la registrazione digitale di sè dice di essere veritiera e univoca. Di sè dice che quello che vediamo è “strabordante”. “c’è il vi-de-o!”.

Se il processo penale era una macchina di costruzione della legittimità accompagnata dalla stampa, ora si aggiunge un nuovo tassello. La stampa ha il compito residuo di “raddoppiare la realtà”, ma non legittima più il processo. Il giudice ora fa parte della comunità dei visualizzatori del video. Non ha più una posizione separata dalla società (che si esprimeva attraverso il controllo processuale sulla prova). Esattamente come noi vede il video. E ben sa che c’è un discorso sociale esterno al processo su quello stesso video che non dà forma all’oggetto, ma lo segue all’infinito, come Achille segue la sua tartaruga. Piaccia o non piaccia, questa novità cambia l’architettura dello spazio processuale, proprio come è cambiata l’architettura del consumo mediatico (il cellulare è in tasca, e noi non stiamo più sul divano per leggere o guardare le notizie).

Consumiamo immagini indovinando nuovi spazi di società e comunicazione, e con essere si costruiscono processi. Tutto ciò influisce sul nostro rapporto con la verità. E così cambia, pian piano, anche il rapporto del processo con la verità. La domanda – un po’ inquietante, me ne rendo conto – è se dopo questa “abitualizzazione” al video, ecco che il video diventerà un luogo di grande inganno con i deep fake. Ma nel frattempo sarà cambiato lo spazio pubblico. Cosa ci aspetta di fronte a noi? Non voglio essere troppo fosco, ma penso dobbiamo cominciare tutti a pensarci bene. Pensiamoci tutti assieme. Affaire a suivre.

 

Filippo Contarini, teorico del diritto